Gucci: “Il futuro del lusso sarà online”

Robert Polet - Amministratore delegato del Gruppo Gucci

Robert Polet - Amministratore delegato del Gruppo Gucci


di Raffaella Galvani

Si respira una strana atmosfera nel mondo del lusso di questi tempi. Persino la parola lusso suona diversa, mentre fanno la loro comparsa termini poco «eleganti» come chiusure, tagli, persino licenziamenti, accanto a griffe blasonate come Christian Lacroix, Ferrè, Versace.

Di certo si parla meno di sfilate e molto di ristrutturazione di debiti contratti in tempi d’oro per finanziare (vedi Prada) piani di espansione nel mondo a colpi di scintillanti, costosissime boutique. O della ricerca di nuovi soci (vedi Cavalli) in grado di portare capitale fresco.
Eppure Robert Polet, amministratore delegato del gruppo Gucci, terzo nella hit parade mondiale dopo Lvmh e Richmond (3,38 miliardi di euro nel 2008), sorride. Si appresta a festeggiare il decimo anniversario del polo nato nel 1999 intorno alla Gucci e che oggi conta marchi come Bottega Veneta, Yves Saint Laurent, Sergio Rossi, Alexander McQueen, Stella McCartney, Boucheron, Balenciaga.
E, nonostante una recente operazione al ginocchio, è più frenetico che mai. «Anche se forse è ora di darsi nuovi ritmi» ammette il manager cinquantaquattrenne, che dal 2004 ha assunto le redini del business del lusso che fa capo alla Ppr di François-Henri Pinault.

Lei ha una «famiglia» numerosa da gestire, e i tempi sono duri. È sicuro che ci sia qualcosa da festeggiare? E con cosa brinderà: champagne o acqua minerale?
Penso che non sia il caso di spendere troppi soldi in autocelebrazioni, quindi sceglierò dell’ottimo vino bianco, il più appropriato alla situazione. Ma di certo festeggio, perché non dovrei? Del resto i conti tengono, nonostante la crisi generale, e dimostrano che avere un portafoglio di marchi è meglio che avere una sola griffe. Anzi, proprio un momento difficile può favorire i brand più forti e solidi. Perché i deboli saranno espulsi dal mercato e ci saranno spazi da occupare.

È un fatto che il suo piano del 2004 prevedeva vendite in crescita del 10 per cento all’anno a cambi costanti fino al 2011, mentre nei primi 9 mesi del 2009 vi siete fermati a meno 5,9…
È vero, ma il settore del lusso ha fatto meno 15 per cento. E poi non dimentichiamo che abbiamo avuto anche periodi record. Tra il 2004 e il 2006 il fatturato del gruppo Gucci è cresciuto del 16 per cento all’anno e i profitti del 45. Se facciamo la media di tutto il periodo, arriviamo a una crescita annua del 6 per cento delle vendite e del 28 per cento dei profitti. Non mi sembra male.

Ma avete smesso di correre al galoppo. L’era d’oro del lusso tornerà? E quando?
La crescita che il settore ha vissuto negli ultimi due anni fino al crac Lehman è stata qualcosa fuori dell’ordinario, e da allora in poi si sta semplicemente tornando alla normalità, non solo nei tassi di sviluppo del mercato ma anche nel modo di consumare. Perché non era normale che un cliente si precipitasse in boutique e, quasi senza guardare alla fattura del prodotto, né al cartellino, comprasse borse su borse, abiti su abiti. Oggi il cliente entra, si informa, valuta la qualità e il prezzo, magari ritorna una seconda volta prima di acquistare. Come è giusto che sia. È finita l’epoca dello shopping sfrenato e compulsivo, dell’esibizione del marchio purchessia.

Ma non erano proprio le griffe ad alimentare questo fenomeno?
Abbiamo vissuto tutti in un mondo drogato. Ora ci sarà una selezione, che potrà solo avvantaggiare chi come noi ha marchi con storia, creatività e qualità e piani a lungo termine. Marchi che continueranno a crescere, anche se a ritmi più lenti.

Saranno ritmi più lenti, però il suo azionista François-Henri Pinault ci crede, visto che ha annunciato la decisione di vendere le partecipazioni della Ppr nella distribuzione (Fnac e Conforama) per concentrarsi su lusso e brand che richiamino uno stile di vita sportivo. Dove metterebbe i 3 miliardi e passa che, si stima, Pinault potrebbe incassare?
Il mio impegno primario è fare crescere la famiglia che ho senza pensare ai nuovi arrivi, e ci sono grandi possibilità di riuscirci. So che monsieur Pinault guarda al lusso ma anche al settore dello sport lifestyle. Posso solo dire che questi anni alla guida del gruppo Gucci mi hanno rafforzato nella convinzione che si deve puntare su marchi che abbiano un loro posizionamento e una specificità ben definita.

Il lusso, dicono gli esperti, da status symbol sta diventando investimento. Non a caso Gucci ha appena lanciato la nuova Jackie, più cara e proposta come «la borsa per sempre». Questo nuovo approccio selettivo sarà in grado di mantenere imprese che hanno costruito il loro successo su grandi numeri, di vendita ma anche di costi (dai negozi alla comunicazione)?
L’importante è sapere adeguare velocemente l’offerta alle nuove esigenze. Per esempio, essere pronti a mettere nelle boutique più borse o gioielli di alta qualità e meno abbigliamento modaiolo, se il cliente vuole oggetti che durino nel tempo. Non basta: dobbiamo modificare, come ha fatto il cliente, il modo di spendere.

Che cosa intende?
L’ho spiegato ai manager dei nostri marchi: bisogna imparare a fare di più con meno. Entrano meno quattrini? Io taglio i budget per gli investimenti in conto capitale del 20 per cento, ma questo non deve influire sui nostri piani di sviluppo.

Possibile?
È nei momenti difficili che aumenta la creatività. Certo, si tratta di rivedere ogni singola spesa, contrattare nuove condizioni con fornitori, licenziatari… Ma senza toccare la qualità. Proprio per questo continueremo a concentrare la produzione del gruppo in Italia. Anzi, abbiamo di recente rafforzato i rapporti con i nostri partner in Toscana e nel Veneto.

Nessun taglio dei prezzi? Pochi lo ammettono, ma molti stanno abbassando i cartellini anche del 20 per cento.
No. E neppure degli organici. Anche se un piccolo sacrificio è stato necessario: nel settembre 2008 il management committee del gruppo ha scelto volontariamente di congelare gli stipendi degli 11 mila dipendenti nel mondo, compreso il mio. E anche i bonus sono stati riconsiderati.

Per fortuna del settore, crisi o no, ci sono i paesi emergenti. Sarà sufficiente la loro voglia di lusso a controbilanciare il calo della spesa prevista in Europa, negli Stati Uniti o in Giappone?
Le cifre sono più che confortanti. Guardiamo per esempio alla Cina: lì la Gucci nei primi 9 mesi del 2009 è cresciuta del 22 per cento. Certo, sono risultati che nascono da una pianificazione precisa. Nel 2004 abbiamo stabilito di concentrare il 60 per cento degli investimenti totali del gruppo in Asia, e in particolare nella grande Cina, comprese Hong Kong e Macao: e lo abbiamo fatto. In 4 anni abbiamo creato più metri quadrati di vendita in Cina che in 50 anni in Giappone, e da quattro negozi siamo passati a 29.

E in futuro?
La Cina resterà il mercato più importante, ma anche il Sud America (Brasile, Messico) ci piace. Come la Russia, la Corea, il Medio Oriente.

Stanno aumentando i progetti per musei della moda. Valentino farà il suo a Parigi, Gucci nel 2010 aprirà a Firenze. Il lusso va avanti guardando al passato?
Il passato è importante per un marchio che si propone come investimento senza tempo. Ma io punto soprattutto sul futuro. E per futuro intendo il web, i social network. In una parola le nuove tecnologie, che stanno cambiando profondamente la nostra vita e sempre più lo faranno.

Si spieghi meglio…
A ottobre la Gucci ha lanciato un’applicazione per l’iPhone e l’iPod touch che, oltre a video e notizie su eventi e ultime collezioni, offre la possibilità di acquistare prodotti Gucci in esclusiva e di condividere playlist uniche create dalla stilista Frida Giannini e dal produttore musicale Mark Ronson. Non è che l’ultima mossa in un mondo, quello della rete, in cui io credo molto. Negli Usa tutti i nostri otto brand sono disponibili online, e l’ecommerce è destinato a diventare il canale più importante e redditizio.

Oggi che quota rappresenta?
Posso solo dirle che il negozio online Gucci negli Usa è nella hit parade dei 10 migliori negozi del marchio della doppia G per fatturato. E solo nel mese di giugno il sito web della Gucci ha avuto 2 milioni di visitatori.

Cifre che fanno riflettere.
Già. Certo la Gucci è il marchio più avanti in questo senso: vende online in 11 paesi, compresa l’Italia, ha 475 mila fan su Facebook e 3.600 su Twitter, a luglio ha creato con la Procter & Gamble un portale internet  per i suoi profumi. E a metà ottobre ha lanciato Guccieyeweb.com per gli occhiali da sole. Ma anche gli altri brand si stanno muovendo.

Per esempio?
Ad agosto Ysl ha creato una pagina su Facebook e un account Twitter, e lo stesso hanno fatto Sergio Rossi e Alexander McQueen. Con ottimi risultati. La Boucheron poi è stata la prima, nel 2007 in Europa, a vendere online oreficeria e orologeria di lusso.

Parla di nuova sobrietà. Lei personalmente ha cambiato il suo stile di shopping?
Devo ammettere che compro meno. Un po’ dovunque.

Anche al supermercato?
In quel caso per motivi diversi. Qui in Toscana mi sono fatto l’orto, ho il mio vino e il mio olio. Un vero lusso, no?

Commenti

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Il 21 Dicembre 2009 alle 11:52 Occhiali da sole ha scritto:

Occhiali da sole Gucci anche su Internet …

Occhiali GucciRobert Polet, amministratore delegato del gruppo Gucci, terzo dopo Lvmh e Richmond si prepara a festeggiare il decimo anniversario del polo nato nel 1999 intorno alla Gucci e che oggi conta marchi come Bottega Veneta, Yves Saint Laurent, …

Il 21 Dicembre 2009 alle 20:03 trading ha scritto:

Prodotti Italiani di largo consumo solo su:

http://www.WestTrading.com

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richard-branson
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