Lavoro: ecco i laureati prediletti dalle aziende

laureedi Daniela Fabbri

È più facile oggi vincere al Superenalotto che trovare un lavoro. Soprattutto se si è giovani: in Italia la disoccupazione generale è all’8,2 per cento, ma tra gli under 25 il tasso di senza lavoro schizza al 26,9 per cento. Colpa della crisi e della rigidità del nostro mercato del lavoro, che hanno avuto come primo effetto il taglio dei contratti a termine e atipici, quindi delle posizioni più spesso occupate dai giovani.

Ora forse la situazione sta lentamente migliorando, dalle aziende arriva qualche timido segnale di ripresa delle assunzioni. Ma proprio perché il mondo delle imprese si limiterà a prendere i talenti migliori, i «pochi ma buoni», per i giovani è fondamentale scegliere il percorso formativo che più incontra le esigenze aziendali. Panorama in collaborazione con l’Adecco, leader italiana delle agenzie per il lavoro, ha condotto un sondaggio fra 100 direttori del personale rappresentativi della realtà imprenditoriale italiana per cercare di delineare l’identikit del candidato ideale all’assunzione. Nel campione aziende grandi, medie e piccole, di diverse tipologie (dalla meccanica ai servizi) e uniformemente distribuite sul territorio. A loro è stato chiesto di indicare quali lauree garantiscono il livello più alto di impiegabilità e quali saranno le professionalità considerate strategiche nel futuro prossimo (quelle cioè verso le quali dovrebbero orientarsi i giovani).
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Le risposte sono state praticamente unanimi: ingegneria, nelle sue varie declinazioni, ed economia sono in assoluto le lauree considerate più spendibili, seguite a distanza da ingegneria gestionale, dal filone chimico-biologico-farmaceutico, da lingue e giurisprudenza.

Bocconi, Politecnico di Milano e Torino, Cattolica e Luiss sono le università che riscuotono più consensi dal punto di vista della capacità di costruire percorsi di studi adattabili alle richieste delle aziende, seguite a distanza dalle università di tradizione (Bologna, Padova, Venezia, Napoli). Per quanto riguarda le professionalità strategiche emergono quattro grandi aree: commerciale (i venditori sono quasi gli unici ad avere mercato in questo momento), ricerca e sviluppo, finanza e controllo e la logistica.

Come leggere queste indicazioni? Luca Solari, docente di organizzazione aziendale alla Statale di Milano, è un po’ deluso: «Mi paiono indicazioni che ripercorrono i soliti cliché organizzativi, frutto anche del fatto che in generale in Italia si fa poca pianificazione di bisogni futuri, si tende a perpetuare il presente. Al di là del tipo di laurea scelto, credo che a fare davvero la differenza sia tutto quello che di distintivo ci si costruisce attorno. Se devo dare un consiglio a uno studente, è di cercare di capire cosa lo rende unico fra le altre centinaia di neolaureati, e cercare l’azienda per la quale la sua unicità è un valore».

Solari cita un esempio significativo: uno studente con padre giordano e accento trentino assunto da un’azienda di elettrodomestici per sviluppare l’area del Medio Oriente. Ovvero, come trasformare una presunta debolezza in un punto di forza. Lo conferma Giorgio Davidoni, della Eli Lilly Italia: «Nel nostro team ci sono circa 1.000 persone di 15 nazionalità diverse. Di alcuni stranieri non conosco neppure il tipo di laurea. Cerco persone di talento, con esperienze che possono portarci qualcosa che non abbiamo».

Certo è che il mondo delle imprese boccia senza possibilità di appello le lauree triennali: «È una riforma abortita» taglia corto Carlo Alberto Papaccio, responsabile delle risorse umane di Lotto e Stonefly. «Doveva raccordarsi con la riforma delle superiori, in questo modo ha creato uno step inutile. I ragazzi più consapevoli scelgono la quinquennale, e la differenza si vede in termini di preparazione e di apertura mentale».

«In realtà la laurea breve si sta ritagliando quella fetta di impieghi che prima si ottenevano con il diploma» precisa Stefano Mattuglia della Citroën Italia. «Dall’altro lato, anche la iperspecializzazione con il master crea aspettative eccessive: abbiamo bisogno di profili inizialmente piuttosto umili, che crescano all’interno dell’azienda».

Secondo Mario Sassi, capo delle risorse umane alla Rewe, gruppo tedesco della grande distribuzione che ha acquisito in Italia il marchio Standa, «la preparazione dei nostri neolaureati è in linea con quella dei loro pari età europei. L’analisi andrebbe fatta più a lungo raggio: perché gli italiani fanno meno carriera a livello internazionale?».

Aggiunge Roberto Zecchino, direttore risorse umane della Bosch Italia: «Vediamo ragazzi con ottimi curricula ma scarsa esperienza e voglia di confrontarsi in un contesto internazionale. Percorsi accademici ineccepibili ma conoscenze linguistiche inferiori alle aspettative, e alla fine meno competitivi, in una multinazionale come la nostra, rispetto ai loro pari età europei».

Proprio per questo Francesco Bonvicini, del gruppo farmaceutico Alfa Wasserman, ha un auspicio: «Come operatore che deve fare da ponte fra università e mondo del lavoro vorrei che si arrivasse a una riforma universitaria condivisa a livello europeo, che unificasse i percorsi formativi nell’ottica di una società integrata. Così i nostri ragazzi potrebbero giocarsi le loro chance alla pari. Oggi la differenza la fa molto l’università: ce ne sono di ottime, ma molte purtroppo sono troppo autoreferenziali e poco proiettate verso il mondo delle aziende».

Che non hanno rinunciato, nonostante la crisi, a misurarsi con il mondo dei giovani, soprattutto con lo strumento dello stage. «Oggi la situazione è più difficile, se nel 2008 assumevo 40 neolaureati l’anno oggi sono la metà» ammette Francesca Stefanini della Henkel. «Ma non abbiamo smesso di cercare di attirare talenti: ancora oggi abbiamo 70 ragazzi in stage». Che potrebbero avere l’opportunità di entrare in azienda quando i mercati ripartiranno.

Perché lo stage, alla fine, è una delle più importanti chiavi di accesso al lavoro: non c’è azienda che non lo utilizzi per testare i ragazzi «on the job», per verificare, oltre alle conoscenze teoriche, la capacità di lavorare in gruppo, di portare avanti progetti in autonomia, di inserirsi in contesti multiculturali. Caratteristiche più importanti del percorso accademico. Lo conferma Tiberio Tesi della Sap, multinazionale dell’informatica: «Cerchiamo competenze trasversali, che hanno a che fare con il modo di essere: curiosità, capacità di lavorare per obiettivi, di andare alla ricerca di conoscenze anche senza guida. Non possiamo permetterci di rendere obsolete le conoscenze al nostro interno, per questo per noi è fondamentale aprirci ai giovani. Abbiamo creato un programma che permette ai figli dei dipendenti, in quarta o quinta liceo, di entrare in azienda in estate: è stato interessante osservare il loro approccio e il loro stile di lavoro, molto diverso da quello tradizionale».

Perché questa che gli americani definiscono «generazione Y», o dei «nativi digitali», ha capacità, modelli organizzativi e di pensiero profondamente diversi da quelli a cui le aziende sono abituate, e che potrebbero diventare strategici anche per uscire dalla crisi.

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Il 28 Dicembre 2009 alle 17:49 I titoli di studio più richiesti dalle aziende | Pmi - Piccole Medie Imprese ha scritto:

[...] purtroppo sono troppo autoreferenziali e poco proiettate verso il mondo delle aziende». (Fonte: Panorama.it) Segnala il post! Hide Sites $$(’div.d526′).each( function(e) { [...]

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Giampiero Cantoni
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