Il Giappone esporterà metano? Presto potrebbe essere possibile

Credits: LaPresse

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Il Giappone vuole essere più indipendente. Almeno dal punto di vista dei rifornimenti energetici.
Prima di passare al nucleare, il paese importava l’86.7 % dell’energia che consumava e quasi il 100 % del petrolio. Ma anche con l’aiuto delle centrali non riesce a coprire più del 30% del fabbisogno nazionale, senza considerare il fatto che non possedendo miniere di uranio, Tokyo resta legata all’importazione di materie prime per alimentare il ciclo del plutonio.

Fino a ieri il Giappone ha importato gas da Qatar, Emirati Arabi Uniti, Malaysia, Indonesia, Stati Uniti e Russia, ma quello che spera Tokyo è che le miniere di idrato di metano scoperte di recente possano ridurre drasticamente questa dipendenza. 

L’idrato di metano è un composto cristallino che si forma al contatto tra acqua e piccole molecole gassose. La particolare struttura chimica di questi cristalli permette loro di immagazzinare notevoli quantità di idrocarburi, in prevalenza metano. In condizioni normali, un metro cubo di idrato dovrebbe riuscire a produrre circa 160 metri cubi di metano, e le riserve individuate fino ad oggi in Giappone dovrebbero essere sufficienti a coprire l’attuale fabbisogno di gas almeno per i prossimi novanta anni. 

Le aspettative (non solo governative) sono altissime: l’annuncio della scoperta delle nuove miniere ha fatto salire i prezzi delle perforazioni esplorative alle stelle, e Tokyo, nonostante continui ad essere la seconda economia del mondo, già sogna di aumentare la sua influenza sullo scacchiere internazionale.

Cina, Stati Uniti, Canada e Corea del Sud sono in prima linea nella ricerca per completare il procedimento di estrazione, rielaborazione e commercializzazione dell’idrato di metano. Ma alla luce delle recenti scoperte sembra che sarà proprio il Giappone a partire per prima. Anche se le stime più ottimistiche immaginano il lancio della commercializzazione nipponica per il 2018.

Tempi lunghissimi, ma non infiniti. O almeno questa sembra essere l’opinione degli investitori, visto che il valore delle azioni delle compagnie incaricate di portare a termine le perforazioni esplorative sono aumentate, in pochi giorni, almeno del 50%.

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