Partenza sprint per la Class action all’italiana: nel mirino anche Microsoft

Il Ceo di Microsoft Steve Ballmer durante la presentazione di Windows 7

Il Ceo di Microsoft Steve Ballmer durante la presentazione di Windows 7 - EPA

La gestazione è stata lunghissima: la class action all’italiana ha visto la luce più di due anni dopo il primo annuncio. Era il 2007 e al governo sedeva il centrosinistra con Romano Prodi. La norma entrata in vigore il primo gennaio è però molto diversa da quella prevista originariamente, tanto che molti dei più convinti sostenitori dell’azione collettiva avevano storto il naso: troppo difficile, dall’esito incerto, con troppi paletti e non retroattiva (niente da fare ad esempio, per i casi Parmalat o Cirio), queste le principali critiche, soprattutto da parte delle associazioni dei consumatori.

Eppure a pochissimi giorni dalla sua entrata in vigore, le azioni collettive “allo studio” sono già tantissime, segno che venivano covate da tempo. L’ultima in ordine cronologico sembra fatta apposta per generare i titoli dei giornali. L’Aduc ha annunciato che presenterà al Tribunale di Firenze una class action contro Microsoft, per chiedere il rimborso del prezzo del sistema operativo Windows preinstallato nei pc a coloro che non lo vogliono utilizzare. Sullo stesso argomento l’Aduc ha promosso in passato una causa “pilota” presso il giudice di pace di Firenze, che è stata vinta.

“Le cause individuali riguardano un numero limitato di utenti, quelli più tenaci e convinti, disposti anche a sobbarcarsi il peso di una causa giudiziaria”, ha detto all’agenzia Reuters il presidente di Aduc Vincenzo Donvito. “Per cui, visto l’alto numero di utenti coinvolti e l’importanza della questione per la libertà di mercato abbiamo deciso di agire con un’azione giudiziaria collettiva contro la Microsoft”. Se si risolverà in una bolla di sapone lo dirà la giustizia. Nessuno però si aspetti casi alla “Erin Brockovich: la norma italiana ammette solo il risarcimento per il torto subito e non il danno punitivo, cioè la sanzione che il giudice può comminare alle aziende, come avviene negli Usa.

Nei giorni scorsi era stato il Codacons a quasi monopolizzare lo scenario degli annunci di class action: presentate cause contro Unicredit e Intesa Sanpaolo (per le commissioni imposte sul massimo scoperto), contro il test di diagnosi fai-da-te per l’influenza A “Ego test flu” prodotto dalla Voden Medical Instrument, la Gerit-Equitalia per le “cartelle pazze” , le multe esorbitanti recapitate per errore ad automobilisti e cittadini.

Più prudenti le altre associazioni dei consumatori: Adusbef e Federconsumatori ”hanno dato mandato ai loro legali di studiare una class action contro il sistema bancario che essendo proprietario della banca d’Italia ne condiziona pesantemente le attività di ordine ispettivo’‘. Secondo loro Bankitalia non interviene per ”rimuovere comportamenti fraudolenti e pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori ed utenti costretti nel tempo a pagare costi di accesso elevatissimi, i piu’ cari di Europa, ai servizi bancari”. Ma non ci sono solo i consumeristi: i Verdi campani hanno parlato di una class action contro la società che gestisce la tangenziale napoletana “per comportamento commerciale scorretto”.

Attenzione però a vedere cosa davvero ci sarà in tribunale al di là degli annunci e delle sparate la class action all’italiana infatti va studiata bene, perché potrebbe rivelarsi un boomerang: l’azienda chiamata in causa potrebbe, se la class action dovessere essere riconosciuta infondata o comunque chiudersi senza condanna, chiedere un risarcimento (milionario) per danni alla “reputazione”.

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richard-branson




Giampiero Cantoni
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