Harmont & Blaine: quattro fratelli per un bassotto

Domenico Menniti
di Raffaella Galvani

Il suo marchio è un bassotto giallo dalle gambe molto corte. Ma Domenico Menniti, 62 anni, amministratore delegato della Harmont & Blaine, società di abbigliamento maschile, ha deciso che è il momento di farlo correre. Così, incurante dei tempi difficili, ha firmato da pochi giorni con la Sabatini di Peccioli (Pisa), che vanta clienti come Burberry, Gai Mattiolo, Aigner, il contratto di licenza per la produzione e distribuzione della linea donna, che debutterà a giugno.

Si espanderà all’estero con società commerciali negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Svizzera. Partirà con dei primi negozi monomarca di proprietà oltre confine, iniziando con Londra e Mendrisio in Svizzera (FoxTown factory outlet). E allargherà a Russia e Turchia la rete dei punti vendita non di proprietà, che conta fuori dall’Italia una trentina di insegne, dal Messico alla Cina, dagli Usa agli Emirati Arabi. Non solo, nel Dubai mall, sul modello di quello lanciato a Porto Rotondo un anno fa, aprirà entro l’anno l’Harmont & Blaine café e un terzo seguirà a Tel Aviv: dalle boutique ai bar di tendenza.

E non è che l’inizio. Perché l’ambizioso piano industriale messo a punto da Menniti, che controlla e gestisce l’azienda con i fratelli Enzo (responsabile della produzione), Paolo e Massimo (a capo dello stile), mira in alto: spingere l’acceleratore della internazionalizzazione, riducendo dall’85 al 45 per cento il peso dell’Italia sulle vendite della linea uomo. Imporsi con la collezione donna, aggiungendo licenze per profumi e accessori, potenziare le linee già esistenti del bambino e delle calzature. Creare una società, la Harmont & Blaine food & beverage, per sviluppare gli H&B café. Obiettivo finale: arrivare al 2012, sotto l’ombrello di una holding, con un fatturato di gruppo di 120 milioni (oggi è a 44), e sbarcare in borsa.

Se poi si aggiunge che la sede della H&B è a Caivano, piccolo comune della periferia degradata di Napoli, il tutto suona davvero come una missione impossibile. Ma Menniti ha un motto: «A Napoli si può». «Non è facile, alle turbolenze sociali si aggiungono difficoltà di trasporti. Però nella zona c’è un’artigianalità sartoriale diffusa che rappresenta un patrimonio importante». Del resto, anche i numeri sembrano supportare i suoi progetti. «Nel difficile 2009 siamo cresciuti del 10 per cento in termini di vendite e la raccolta ordini per il 2010 ci fa prevedere un prudenziale più 15» dice Menniti.

Ai quattro fratelli non è andata subito liscia: partiti nel 1986, dopo vari tentativi non riusciti (dai guanti alle cravatte, ai costumi da bagno), solo nel 2001 hanno trovato la strada giusta. Oggi Menniti si sente sicuro: «Siamo con i piedi per terra, nessuna acquisizione avventurosa in vista. Solo investimenti ragionati, come i 15 milioni per uno showroom a Milano e la realizzazione entro tre anni di un centro di distribuzione nell’area industriale di Napoli».

Già, perché a dispetto del nome inglesizzante il Sud resta nel cuore. Così alla H&B stanno testando nuovi laboratori cui delegare parte della produzione. Nel mirino, Cetraro, in Calabria.

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