
Scorcio indiano (credits: LaPresse)
Tra i due giganti dell’Asia il confronto continuo è inevitabile. Tendenzialmente, la Cina spiazza l’India per quasi tutti gli indicatori. Accantonando per una volta i dati sulla crescita e sugli investimenti (degli stranieri nel paese e nazionali all’estero), Pechino ha da sempre anche il vantaggio di un governo apparentemente in grado di implementare qualsiasi politica ritenga necessaria per lo sviluppo nazionale.
Per non parlare dei resoconti di chi viaggia spesso in questi due paesi: alle infrastrutture fatiscenti, spesso addirittura inesistenti, del subcontinente, si contrappongono quelle luccicanti e all’avanguardia della Repubblica popolare.
Tuttavia, secondo Jim Walker, economista basato a Hong Kong, pur essendo partita sfavorita, l’India, in parte anche grazie alla crisi economica, sarebbe oggi nella condizione di prendersi finalmente la sua rivincita. Il diverso piano di stimolo all’economia approvato da New Delhi per far fronte alla crisi metterebbe quest’ultima al riparo dai rischi di non sostenibilità che invece minaccerebbero la Cina.
Pechino è riuscita a mantenere alto il tasso di crescita nazionale puntando tutto su incentivi fiscali e costruzione di nuove infrastrutture, certa che il credito per finanziare queste due strategie non sarebbe mai venuto a mancare. E in effetti la Cina fino ad oggi non ha avuto problemi di credito. Ma non è detto che lo stesso succederà nel prossimo futuro: la bolla speculativa che minaccia il settore immobiliare e le note inefficienze del sistema bancario nazionale iniziano a far paura a tanti, e Pechino si sta muovendo oggi proprio per raffreddare il mercato dell’immobiliare e per limitare l’accessibilità al credito. Ma così facendo, è evidente, il suo piano di stimolo per rilanciare l’economia si ritroverà con molte meno risorse a disposizione, e il tasso di crescita nazionale potrebbe risentirne.
L’India, al contrario, non avendo scelto la strada del credito facile ha mantenuto elevato il livello di affidabilità del sistema bancario nazionale, prevenendo in questo modo il rischio di bolle speculative. Va però ricordato che l’economia indiana, nonostante sia molto meno dipendente di quella cinese dagli alti e bassi dei mercati internazionali e possa contare su un consumo interno che contribuisce al 57% del prodotto interno lordo, non è immune da rischi. Il governo ha seri problemi di deficit di bilancio che (troppo) spesso gli impediscono di occuparsi degli interventi infrastrutturali fondamentali per lo sviluppo, non speculativi. Inoltre, sia il settore agricolo che quello industriale necessiterebbero di una profonda ristrutturazione che al momento nessuno sembra essere in grado di pianificare.
Il primo ministro indiano Manmohan Singh sostiene da tempo che l’India sarebbe sempre cresciuta “lentamente ma in modo regolare”. La crisi economica gli ha dato ragione.
- Venerdì 5 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 5 Febbraio 2010 alle 12:24 indigesto ha scritto:
Gentile Dottoressa, credo che all’origine vi sia il fatto che i Governi monolitici,diciamo,procedono per “direttive”, scegliendo programmi da attuare ed interessi da proteggere, ma devono azzeccarle tutte,le mosse! Lì dove invece c’è democrazia le scelte sono più lente,più sofferte,ma gli eventuali correttivi possono essere individuati in tempi più congrui dal confronto democratico. Nel primo caso lo sviluppo è più rapido inizialmente, nel secondo impiega più tempo ma forse perviene a risultati più duraturi. Siamo ancora nella fase iniziale delle due economie ed è forse ancora prematuro paragonarle per ciò che attiene al divenire, ed è forse ciò che mi pare sia tra le righe.
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