
di Oscar Giannino
Attenzione, dalla Fiat a stretto giro si aspettano sorprese. Maggiori di quelle già note, come la chiusura a fine anno di Termini Imerese, che malgrado ogni protesta per Sergio Marchionne è ormai un dato assodato. C’è una più che probabile novità a breve, alla quale farebbero seguito conseguenze del tutto nuove, rispetto ai tradizionali rapporti ultracentenari fra la casa torinese e la politica italiana. A seguire, ancora più avanti, una conseguenza ulteriormente più seria. Persino traumatica.
Poiché si tratta di eventi in divenire, cominciamo da quello ormai prossimo. Manca un nulla alla definizione finale degli incentivi pubblici all’economia per il 2010. Il governo è impegnato a definirli entro il finesettimana. La notizia è che la Fiat potrebbe rinunciare, orgogliosamente e anzi quasi sdegnosamente, al rinnovo della stampella pubblica a nuove vendite di auto, per il 2010. Il motivo è presto detto. Il ministro Giulio Tremonti, conti pubblici alla mano e fedele alla linea del rigore di bilancio, nelle settimane scorse ha riservatamente sfrondato richieste e poste avanzate da colleghi di governo, sentite le categorie economiche e industriali. Di conseguenza, altro che il miliardo e mezzo di euro che si era ventilato. Per il sostegno alla domanda in alcuni settori di particolare crisi, al massimo ci sarebbero 400-450 milioni di euro. Tutto il resto, gli incentivi all’offerta cioè investimenti, tecnologia e ricerca, si sposta sulla Tremonti ter e sulle detassazioni, non sui sussidi.
In questo schema, sui 400 milioni all’auto non potrebbe andare più della metà. Cioè solo un sesto di ciò che al netto sono stati gli ecoincentivi pubblici nel 2009. Dei 200 milioni, alla Fiat ne andrebbe poi solo poco più di un terzo, per la quota che ha sul mercato italiano. Ma per 70 milioni, pensano Marchionne e John Elkann, allora davvero non vale la pena di passare per privilegiati davanti a tutte le altre imprese che restano a secco, ai sindacati che protestano, agli italiani che diffidano. Ma che se li tenga, allora, il governo italiano i suoi quattro dannati spiccioli.
Alle prime riservate e sussiegose manifestazioni da Torino del «no grazie», il governo ha immaginato che si trattasse di banale tattica, per spuntare il più possibile. Ma a Torino pare facciano sul serio. Delle accuse di favoritismo dalla politica e dallo Stato, Marchionne in particolare ne ha le tasche piene.
Anche perché, a dirla tutta, Marchionne pensa che il no ai microaiuti possa essere un regalo inaspettato. Che significhi, in altre parole, mani finalmente ancora più libere per ridisegnare secondo criteri di pura efficienza la presenza della Fiat in Italia. Tradotto in termini che alla Fiat ufficialmente e ufficiosamente non possono che, naturalmente, negare: il punto non è la chiusura di Termini. Quella è assodata e indietro non si torna. Il punto è ben più esplosivo. È la chiusura di Pomigliano. Nel 2012.
Senza neanche gli incentivi, Marchionne non può che riproporre a Elkann il conto secco. Spostare la nuova Y10 dalla Polonia a Pomigliano per tenerla aperta, come era stato ventilato, significa per la Fiat perdere 700 euro per ogni vettura. Che senso ha? Per Marchionne, nessuno. Se la veda il governo sparagnino, allora, se a un anno scarso dalle elezioni politiche si troverà Napoli e la Campania in fiamme, per la chiusura di Pomigliano.
- Lunedì 8 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 10 Febbraio 2010 alle 13:54 Panorama in edicola - n°07/2010 - Panorama.it - Panorama.it ha scritto:
[...] Puca QUELLO CHE LE MOGLINON DICONO Però nel mio cuore c’è Berlinguer di Romana Liuzzo AUTO Dopo Termini, Pomigliano di Oscar Giannino CINEMA E REALTÀ Tatò: Clooney non sa licenziare di Marco Cobianchi EMERGENTI [...]
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