
di Paolo Panerai
In barba ai piccoli azionisti, che solo in Italia vengono definiti «parco buoi», da tenere mansueti e senza diritti. In barba ai numeri, e seguendo invece l’arrogante principio: le azioni si pesano (quelle dei gruppi di potere), non si contano. In barba, sovente, alle autorità di borsa. In barba, sempre, alla mano pubblica, benché per decenni abbia sanato le perdite di grandi famiglie industriali e favorito i loro profitti. Questo è lo stile di un pezzo del capitalismo nazionale, questa la trama d’affari, abusi, furbizie ricostruita da Paolo Panerai in Lampi nel buio - I retroscena della finanza e dell’economia italiana dal dopoguerra a oggi, in libreria dal 9 febbraio (Mondadori, 132 pagine, 18 euro).
È un’operazione verità quella del giornalista finanziario più informato d’Italia (vicepresidente e amministratore delegato della società Class editori, da lui fondata, e direttore responsabile delle sue testate: giornali, tv e radio). Anzi, Panerai racconta fasti e miserie dei poteri forti con una punta di iconoclastia. Per esempio verso l’intoccabile degli intoccabili, Enrico Cuccia, artefice e per decenni avvocato difensore di quell’intreccio che tuttora frena la crescita del capitalismo italiano. Panorama anticipa il sorprendente ritratto dello scomparso capo della Mediobanca, proprio mentre crescono le indiscrezioni sul futuro assetto dell’istituto, se l’attuale presidente Cesare Geronzi dovesse passare alla testa delle Generali.
Lui, Cesare Merzagora, conosceva veramente bene Enrico Cuccia. Erano stati insieme alla corte di Raffaele Mattioli, in Comit. Merzagora più proiettato sui mercati internazionali; Cuccia più portato al lavoro dell’ufficio studi. Poi, alla ripresa dopo la guerra, Merzagora si avvicinò alla politica, fino a diventare la seconda autorità dello Stato, come presidente del Senato, e poi senatore a vita; Enrico Cuccia fu scelto da Mattioli per mettere a frutto l’accordo (…) che era stato raggiunto fra Ugo La Malfa e Alcide De Gasperi di lasciare la gestione delle banche al mondo laico e di correggere la separazione assoluta fra banche e industria frutto della legge bancaria del ’36, dopo il crack del ’29, attraverso l’autorizzazione a fondare una banca, appunto Mediobanca, che potesse anche avere partecipazioni in aziende industriali, diventando la banca d’affari monopolista del Paese. (…)
Con la vocazione di comandare sempre nelle principali aziende del Paese, Cuccia di fatto stava gestendo Montedison attraverso la paradossale presidenza di Eugenio Cefis. Paradossale perché Cefis era stato, fino al momento di diventare il re di Foro Buonaparte (nel 1971), presidente dell’Eni, la creatura di Enrico Mattei. Ma Cuccia sapeva conquistare i manager pubblici con varie armi: per esempio facendo diventare suoi assistenti o comunque manager di Mediobanca i figli di questi manager. E così era successo con Cefis, il cui figlio Giorgio era appunto assistente personale di Cuccia insieme all’ex giornalista fiorentino Vincenzo Maranghi.
All’arrivo di Cefis la Montedison era a pezzi, pur avendo partecipazioni azionarie importanti, come il secondo pacchetto di Generali, dopo quello di Mediobanca. Sia per risollevare le finanze di Foro Buonaparte sia per cambiare gli assetti organizzativi di Generali, Cuccia ordinò di vendere quel pacchetto azionario a una nuova holding lussemburghese, Euralux, dove aveva provveduto a concentrare vari alleati: l’Ifi degli Agnelli attraverso la Sai, l’alleato francese Banca Lazard, il finanziere torinese Camillo Debenedetti, cugino di Carlo e marito (…) di una Corinaldi di Padova, da sempre tra le famiglie con più azioni in Generali. L’obiettivo finale era di scalzare dalla presidenza Merzagora, che ripetutamente, come campione di un capitalismo vero di mercato, era entrato in conflitto, sia pure sotterraneo, con Cuccia. Il disegno andò in fumo per l’incapacità del giovane Carlo De Benedetti di tenere il segreto.
Alla notizia della vendita del pacchetto azionario di Generali, posseduto da Montedison, a una nuova holding lussemburghese con intorno alleati come i cugini Debenedetti, oltre agli Agnelli, ero andato per Panorama (era il 1973) a Torino per cercare di intervistare Camillo Debenedetti, poco conosciuto ma che comunque era ritenuto un personaggio chiave dell’operazione, mentre il cugino Carlo era considerato solo una promessa più della finanza che dell’imprenditoria. Camillo aveva l’ufficio in un anonimo edificio nei pressi di piazza Castello. Al telefono era stato cortesissimo, ma irremovibile: non aveva da fare alcun commento alle notizie di un suo coinvolgimento nell’operazione. (…)
Per scrupolo, avevo chiamato anche il cugino Carlo: non mi poteva parlare perché era impegnato al telefono. Ma quando (…) chiamai la redazione di Milano per dire che rientravamo, mi dissero che aveva telefonato l’ingegnere Carlo De Benedetti: era in partenza per Ginevra, ma se fossi stato rapido mi avrebbe parlato volentieri nella sede dell’azienda di famiglia, la Flexider, proprio sulla via del ritorno per Milano. Senza nessuna reticenza, il giovane ingegnere rampante mi raccontò tutto il progetto. Sotto la regia di Mediobanca e di Lazard doveva essere cambiato il vertice delle Generali: suo cugino Camillo, che aveva già esperienza di assicurazioni, sarebbe diventato presidente al posto di Merzagora, lui stesso sarebbe entrato nel comitato esecutivo, il gruppo di comando sarebbe stato appunto formato da Mediobanca, gli Agnelli, Lazard, la famiglia Debenedetti allargata (anche Camillo aveva il nome tutto intero, non essendo stato battezzato come Carlo).
Ne uscì un articolo dal titolo forte ma corretto: «Generali di Torino», naturalmente al posto di Trieste. Su quel titolo Merzagora eresse le barricate, grazie anche al supporto su L’Espresso di Eugenio Scalfari, a lui molto vicino, che scrisse articoli di fuoco contro la manovra. Inevitabilmente, Merzagora in quelle settimane mi considerava pedina della manovra contro di lui non avendo consuetudine con l’informazione indipendente di cui Panorama era campione. Ci dovemmo quindi difendere, cercando testimonianze sull’esattezza delle notizie date e, incredibile a dirsi, oggi, la nostra migliore fonte (diretta con me e indiretta con il corrispondente da Parigi di Panorama, Carlo Rognoni, poi direttore del settimanale e successivamente senatore della sinistra fino a diventare consigliere della Rai) diventò Antoine Bernheim, l’attuale presidente delle Generali, che con temperamento assai diverso da quello di Cuccia, ci rispondeva regolarmente al telefono. Pur criticando la mancanza di riservatezza di De Benedetti, confermava la volontà che Euralux diventasse l’azionista di riferimento per le Generali. La forza non solo politica di Merzagora era tuttavia così elevata che, facendo leva proprio su Trieste e l’inevitabile patriottismo che la città giuliana suscita, mandò a monte l’operazione concepita da Cuccia, rimanendo presidente della più grande compagnia d’assicurazioni italiana e una delle principali al mondo. Ma da quel momento lo scontro con Cuccia fu senza esclusione di colpi, ponendosi lui come il garante di tutti gli azionisti di quella che considerava una public company.
(…) Un anno dopo andai a trovare Merzagora nel suo ufficio al Senato. Usando un linguaggio un po’ volgare, che non gli si addiceva affatto, vuotò il sacco contro Cuccia, raccontando che, dopo averlo scelto per Mediobanca, Mattioli si era amaramente pentito; che quella sua mania di proteggere il capitalismo familiare, in realtà per essere lui il dominus di tutto, come dimostravano anche i casi Pirelli e Orlando, era disastrosa per la nascita anche in Italia di un mercato borsistico vero e di una finanza democratica.
Ma l’affermazione più pesante, anzi pesantissima, fu un’altra: sostenne che Euralux, la holding lussemburghese dove era stato concentrato un pacchetto importantissimo di azioni Generali, era in realtà la scatola dove erano stati accumulati i profitti non ufficiali realizzati all’estero da Mediobanca e dall’alleato e socio Banca Lazard di Parigi; che la partecipazione alla società da parte degli Agnelli con la Sai era solo di copertura e così anche il ruolo dei due cugini Camillo Debenedetti e Carlo De Benedetti. Né Cuccia né Mediobanca hanno mai replicato a quell’affermazione di Merzagora che ho pubblicato più di una volta su MF/MilanoFinanza.
Sta di fatto che, proprio attraverso Euralux, Lazard, e in particolare Bernheim, hanno sempre avuto un ruolo importantissimo in Generali sino al patto italofrancese, gestito dall’ex presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, che nel 2004 riportò alla presidenza del grande gruppo assicurativo il francese Bernheim.
Il racconto di Merzagora ha tuttavia un’altra valenza: quella di far capire il forte legame che nacque fra Cuccia e Salvatore Ligresti, l’ingegnere di Paternò laureatosi a Padova, che ebbe poi un ruolo decisivo al momento della privatizzazione di Mediobanca. (…)
Negli anni Ottanta (Ligresti, ndr) era diventato il più importante e più ricco immobiliarista di Milano, ma continuava a navigare sempre a quota periscopica. Talmente a quota periscopica che quando gli Agnelli, in piena crisi Fiat, alla fine degli anni Settanta, dovettero vendere la Sai, Ligresti mandò avanti Raffaele Ursini, che comprò ufficialmente l’importante compagnia di assicurazioni, ma i soldi, e quindi alla fine le azioni, erano di Ligresti. (…)
Nella Sai c’era sempre quella partecipazione in Euralux che divenne immediatamente l’accredito di Ligresti presso Cuccia. Erano gli anni della «Milano da bere», come li hanno definiti senza troppa fantasia alcuni giornali intendendo che fra imprenditori e politica si facevano affari à gogo. Erano gli anni di Bettino Craxi, e Ligresti era grande amico del segretario del Psi nonché presidente del Consiglio nel momento cruciale, quando Cuccia decise che si sarebbe dovuto privatizzare Mediobanca, retta da un paradossale patto di sindacato fra le tre Bin, banche di interesse nazionale, e cioè Comit, Credit e Banco di Roma, e una serie di modesti (per quota) azionisti privati. Cuccia era riuscito tuttavia a imporre all’Iri, proprietario delle tre Bin, che le azioni delle tre banche valessero nel patto quanto le quote modeste dei privati. Da qui la storica affermazione di Cuccia che le azioni non si contano ma si pesano.
Sta di fatto che il presidente dell’Iri di allora, Romano Prodi, non era affatto d’accordo sulla privatizzazione, cioè sulla vendita a privati di buona parte delle azioni delle tre Bin. E nonostante la mediazione di Antonio Maccanico, che a distanza di anni aveva preso il posto di presidente di Mediobanca, occupato in passato da suo zio, Adolfo Tino, l’operazione non marciava.
Fu in quel momento che entrò in scena Ligresti, usufruendo della fiducia di Cuccia e di Craxi. Come mi ha raccontato durante una partita di calcio a Firenze, riuscì con una sola mossa a far intendere il politico più influente del momento e il finanziere storicamente più potente del Paese. Un risultato di cui tuttora, legittimamente, è orgoglioso visto che la privatizzazione si fece, le Bin scesero ciascuna intorno al 10 per cento e molti privati, più o meno Mediobanca-dipendenti, entrarono nel sindacato. Assetto che è durato a lungo, fino a quando, con la svendita della Comit al Banco ambrosiano presieduto da Giovanni (Nanni) Bazoli, Cuccia stesso, artefice di quella vendita, portò alla dissoluzione la più qualificata banca italiana. Senza nessun rispetto per il fatto che Mediobanca era stata generata da Comit. La conseguenza fu che la partecipazione di Comit a Mediobanca cambiò portafoglio. Esattamente quanto è avvenuto dopo la fusione tra Unicredito e Capitalia.
Per capire l’ossessione per la riservatezza di Cuccia e del suo delfino Vincenzo Maranghi, bastano due episodi (…) . Il primo riguarda due siciliani a Milano, appunto Cuccia e Michele Sindona: i due avevano litigato a sangue, dopo un periodo d’amore, perché Sindona aveva convinto Cuccia a far comprare alla belga Petrofina, una società di ingegneria petrolifera, la Ctip, che aveva bilanci falsi. Da allora fu la guerra e Sindona continuò a sostenere che tutte le sue disgrazie erano state provocate dall’inimicizia di Cuccia. Al punto che quando Sindona fece crack, ma era ancora a piede libero, un emissario mafioso fece esplodere sulla porta di casa del banchiere, in via Maggiolini, molto più di un petardo. L’episodio si riseppe ma Cuccia non lo denunciò mai.
Soprattutto non rivelò mai che, dopo quelle minacce, accettò di incontrare Sindona a New York, dove l’ex amico ora nemico non solo gli chiese di intervenire con Mediobanca per chiudere il fallimento in atto della sua Banca privata italiana, dove erano stati fusi gli istituti di credito che Sindona controllava; ma, fatto ancora più grave, Cuccia non raccontò mai agli inquirenti che Sindona gli aveva rivelato la determinazione a far fuori il liquidatore della Privata, il bravissimo e onestissimo avvocato Giorgio Ambrosoli, l’«eroe borghese» del film diretto da Michele Placido. L’ossessione della riservatezza di Cuccia impedì di proteggere adeguatamente Ambrosoli, che finì sotto i colpi di un killer a pagamento italoamericano.
Il secondo episodio l’ho vissuto personalmente. Da tempo Cuccia non stava più bene di salute, anzi era spesso in gravi condizioni. Oltre a problemi urologici erano sopravvenuti, per l’età avanzatissima, problemi cardiologici e il paziente era stato ricoverato al Monzino, l’istituto di cura e ricerca scientifica specializzato in cardiologia, ai vertici assoluti per eccellenza nel mondo. Era da poco morto mio padre, che aveva anni prima subito più operazioni al Monzino, e il direttore di cardiologia di allora, professor Maurizio Guazzi, mi aveva amichevolmente consigliato di fare un check-up completo con un ricovero di due giorni.
Quando arrivai nel corridoio della stanza che mi era stata assegnata, incrociai Maranghi, che salutai senza ricevere risposta. Per una casualità della vita, la mia stanza era l’ultima del corridoio e nella penultima era ricoverato Cuccia. Non essendo malato mi misi in divisa da check-up e presi a passeggiare nel corridoio, entrando e uscendo dalla mia stanza. Incontrai ancora Maranghi che tornava in visita a Cuccia: lo salutai, ma ancora una volta non mi rispose. Per contro, dopo cinque minuti, in camera, suonò il mio cellulare. Era Cesare Geronzi, allora presidente della Banca di Roma e primo azionista di Mediobanca per il gioco delle azioni disperse di Comit. Mi disse secco: «Ma cosa fai, stai spiando Cuccia?». Maranghi lo aveva chiamato e non prendendo nemmeno in considerazione che fossi lì, magari, non per un check-up ma per qualcosa di assai più grave, si era convinto che mi fossi fatto ricoverare per spiare Cuccia. Allucinante follia dovuta alla riservatezza e all’odio verso i giornalisti, avendo tutti e due, Cuccia e Maranghi, iniziato la loro carriera proprio come cronisti, il banchiere siciliano al Messaggero a Roma, e il delfino al Sole 24 ore.
Entrambi erano malati della stessa malattia, ma mentre Cuccia almeno sapeva mantenere la forma e la mattina dopo, in uno sprazzo di ripresa, facendo pochi passi nel corridoio, non esitò a ricambiare il saluto, Maranghi non aveva neppure questo riguardo. Ecco perché è morto così male, e me ne dispiace umanamente, senza mai riuscire ad accettare il licenziamento che Geronzi e Marco Tronchetti Provera gli avevano comunicato come decisione del sindacato di controllo, mettendo fine alla vecchia Mediobanca che da allora ha dispiegato le ali verso uno sviluppo e un’apertura al nuovo e al mercato, fatto che per Maranghi rimase fino in fondo un insulto.
Mediobanca ha iniziato da allora uno sviluppo internazionale, diventando la banca d’affari numero uno anche in Spagna, per la professionalità che Cuccia aveva insegnato a giovani come Alberto Nagel e Renato Pagliaro. I due manager operativi che, con il presidente Geronzi (i casi della vita!), non hanno esitato a lanciare una nuova banca online, Che Banca!, con una massiccia campagna pubblicitaria televisiva, sulla stampa e su internet.
- Mercoledì 10 Febbraio 2010
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Commenti
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Il 21 Aprile 2012 alle 11:39 I Ligresti e la fine ingloriosa di Don Salvatore | Vivi Fiano Romano ha scritto:
[...] chisti avimm’a jucari’”: in dialetto siciliano, era questa una delle “frasi celebri” che Enrico Cuccia – il massimo della capacità strategica finanziaria unita al massimo del cinismo – usava ogni [...]
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