
La Plata, Buenos Aires (Credits: LaPresse)
Negli anni Settanta dominavano il mercato internazionale dei prodotti petroliferi, oggi subiscono la concorrenza di società dei Paesi emergenti, che molto spesso sono pubbliche e godono delle misure protezionistiche lanciate dai rispettivi governi nazionali. Insomma, nonostante i dividendi sempre in positivo, non mancano le sfide per le cosiddette supermajors: ExxonMobil, Royal Dytch Shell, British Petroleum, Chevron, Conoco e Total, le sei grandi multinazionali del petrolio occidentali eredi di quelle che Enrico Mattei definiva le “Sette Sorelle“.
Poiché le compagnie nazionali dei Paesi produttori di petrolio dispongono ormai quantità di riserve enormi, le società occidentali hanno perso il controllo della materia prima (non detengono che un misero 5% delle riserve mondiali). Non solo, è anche venuta a mancare loro quella capacità di interloquire con il potere politico che avevano fino a vent’anni fa e che, in parte, determinò la loro fortuna. In patria, infatti, le dinamiche delle scelte politiche si sono fatte più complesse e lo spazio per le attività di lobbying si è ridotto; all’estero, i governi preferiscono evitare il dialogo diretto con le multinazionali straniere.
Per evitare di soccombere alla concorrenza di colossi in ascesa come PetroChina, la malese Petronas, la russa Gazprom o la brasiliana PetroBras, alle supermajors non resta che puntare su nuove esplorazioni – ma con le sempre maggiori difficoltà tecniche di effettuare trivellazioni in mare aperto o con gli ovvi problemi di operare in Paesi come l’Iraq – e, soprattutto, di estendere il proprio campo d’azione a fonti d’energia alternativa. Innanzitutto, il gas naturale, che oggi non offre prospettive di profitto ma che è una risorsa destinata a salire di valore nel lungo periodo (dieci o quindici anni). Più o meno tutte le supermajors si sono mosse negli ultimi mesi per acquisire società in possesso delle licenze per lo sfruttamento di giacimenti di gas in giro per il mondo o per ottenere l’autorizzazione a sfruttare aree inesplorate: ad esempio la piana di Gorgon, in Australia, su cui hanno investito ben 37 miliardi di dollari Chevron, Exxon e Shell – il 40% della produzione giornaliera di quest’ultima, del resto, è di gas e non di petrolio. C’è anche chi ha deciso di investire in altri settori, come la Total, che si sta dedicando alle centrali nucleari, o la stessa Shell, che è attiva sul fronte del bioetanolo derivato dalla canna da zucchero. Ancora la Shell, insieme alla Exxon, stanno lavorando persino sui cosiddetti biocarburanti di seconda generazione, derivati dalle alghe e dai rifiuti organici. Scelte per la sopravvivenza aziendale, che potrebbero avere anche importanti ricadute positive per l’ambiente globale.
- Mercoledì 31 Marzo 2010
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Commenti
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Il 1 Aprile 2010 alle 11:17 sagari ha scritto:
Ma se non sbaglio tra le eredi di quelle famose sette sorelle oggi c’è anche l’ENI…
Il 1 Aprile 2010 alle 17:18 pv21 ha scritto:
Peccato che Obama abbia appena deciso di ricominciare a trivellare in alto mare. E’ giusto, servono grandi profitti per fare ricerca. Così potremo ancora a lungo sentire i PECCATI di PRESUNZIONE dei profeti del global warming …
http://forum.wineuropa.it
Il 1 Aprile 2010 alle 19:52 smoke36 ha scritto:
Luna, non ti pare strano che del solare termodinamico di Rubbia se ne parla pochissimo anzi zero. A detta del Nobel, e condiviod, è l’energia del futuro per la sua semplicità, resa e praticità. Pensa che ha calcolato che una superficie di 200 Km. per lato, sarebbe in grado di fornire tutta l’energia necessaria al mondo. Non è inquinante, sicura, economica e usabile a secondo della necessità, sia di giorno che di notte, con cielo coperto o sereno con o senza vento. Consuma solo sole e acqua e sarebbe in grado di produrre idrogeno sostituendo la benzina. Rubbia ideo solo il componente di sali liquidi che sopportano temperature fino a 600 gradi che risolsero il problema dei primi impianti USA che andavano a fuoco o saltavano in quanto venivano usati oli che superati i 200 gradi, appunto andavano a fuoco. Per ora se ne interessa solo la Spagna, 20 impianti, la Siemens tedesca ha deciso id investire solo più in quello e grazie a Niki Vendola, un impianto sperimentale sta sorgendo in Sicilia. Già in opera la produzione di specchi appositi flessibili, non di vetro, resistenti alla grandine. E’ solo tecnologia tutta italiana, tanto che la volpe Berlusconi lo cacciò dall’ENEA. Lo stesso furbone, punta sul nucleare. Ricordi Marconi? Uguale uguale, allora si chiamava Benito oggi Silvio, uguale uguale. Se son furbi non li vogliamo.
Il 1 Aprile 2010 alle 21:57 smoke36 ha scritto:
sagari, prima di tutto è italiana poi è la Cenerentola delle sei maggiori, opera all’estero per la tecnologia ma ricava in Italia, le altre per il mondo e Mattei lo fecero fuori perché gli stava portando via le vacche da mungere, invertiva i fattori da 75-25 a 25-75, prova indovinare per chi?
Il 3 Aprile 2010 alle 17:44 indigesto ha scritto:
Per quanto si possano diversificare le fonti di energia, resteranno sempre nelle solite mani e verranno gestite ed immesse sul mercato, anche sotto forma di brevetti per la realizzazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile, con accorto tempismo. Quanto ai costi di utenza, dove non arriveranno le multinazionali ci penseranno, da noi, i soliti politici rapaci ad imporre tasse e balzelli proporzionali ai costi all’origine. E’ ciò che già avviene coi prezzi dei carburanti e degli oli combustibili. Ed il peggio ha ancora da venire!
Il 3 Aprile 2010 alle 20:22 smoke36 ha scritto:
Il riferimento a Rubbia e il suo progetto, è uno dei rari casi in cui usufruiremmo di roialy, è tutta tecnologia italiana, basta non privatizzarla. Le centrali nucleari dove qualcuno ha avuto a che fare, erano private? Costruite e distrutte per ricostruirle tutto a carico dei pecoroni. Scusate la cazzata.
Il 4 Aprile 2010 alle 1:25 indigesto ha scritto:
La tecnica degli specchi solari risale ad Archimede. Dubito che la tecnologia degli impianti solari sia solo italiana, nel qual caso ne diffiderei. Bisogna poi far sempre i conti col rendimento, ed anche qui è ancora tutto da verificare nella pratica dei costi di esercizio e manutenzione, quelli di cui non si tiene conto in fase di realizzazione di prototipi. Auguriamoci che tutto vada per il meglio!
Il 4 Aprile 2010 alle 2:12 smoke36 ha scritto:
Nemmeno gli specchi li inventò Archimede, quello di Rubbia è il brevetto del liquido conduttore proprietà dell’ENEA se non lo rivendica il CIEMAT spagnolo , dove lo portò a termine, licenziato dal nano, tale e quale Marconi al quale si deve lo sviluppo tecnologio di cui oggi godiamo. Brevetto italiano gli specchi flessibili, gli imbecilli non lo capiscono lo hanno capito gli spagnoli e i tedeschi, senza contare l’interesse del Giappone e di paesi arabi. Comunque checchè ne dica il parassita, più economici del sole e acqua non c’è nulla, salvo la sua scienza sotto zero. Quando uscirono le prime auto, gli sciocchi dissero che avrebbero avuto vita breve, troppo rumorose e pericolose e spaventavano i cavalli. Si è visto, certi individui arrivano dopo 500 anni (Galileo), altri non arrivano mai.
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