
di Marco Morello
Una carriera costruita in trasferta, mattone su mattone, anzi maglietta su maglietta: «Sono 17 anni che lavoro lontano dall’Italia, soprattutto negli Usa. Ma la fatica, doppia, si è rivelata un vantaggio, un lievito per la creatività». Davide Grasso, 47 anni, a furia di segnare fuori casa si è guadagnato un passe-partout per il gioco più bello del mondo: è diventato vicepresidente e direttore marketing a livello globale della Nike per il settore calcio. In mano, insomma, tiene una redine e tre quarti della principale azienda di abbigliamento e calzature sportive: è lui l’architetto delle tendenze del pallone che verrà.
Di passaggio a Londra, in occasione del recente Innovation summit, parla circondato da campioni del calibro di Alexandre Pato e Cristiano Ronaldo: «Con loro abbiamo presentato le novità per il prossimo Mondiale. Scarpe veloci, in grado di adattarsi al terreno di gioco. Maglie più leggere, che facilitano la traspirazione. Tecnica, stile e un occhio all’ambiente, visto che ogni casacca è realizzata riciclando otto bottiglie di plastica».
Torinese doc, una laurea in economia e addio alla Mole. Primi passi in un’azienda di moda, poi l’approdo in un’agenzia di pubblicità. «Sono passato dalle giacche di cashmere ai pannolini, è stato un bell’esercizio di flessibilità» ricorda con un sorriso. Giusto il tempo di prendere l’Mba (master in business administration) alla Bocconi e nel 1993 arriva la chiamata del colosso statunitense: la meta è Hilversum, a 30 chilometri da Amsterdam, la sede europea ancora in embrione. Di lì parte la scalata, il giro del mondo con due snodi fondamentali: la promozione al quartier generale a Beaverton nell’Oregon e la nomina a direttore marketing per Asia e Pacifico. «Il “progettino” era quello di preparare il terreno al marchio in vista delle Olimpiadi». Fino all’ingresso nell’Olimpo del calcio, celebrato con parsimonia e un elogio al pragmatismo. «Come ci sono riuscito? Niente ricette, il nostro motto è “just do it”, fallo e basta. La differenza sta tutta nell’atteggiamento». Lo stesso con cui accartoccia l’etichetta di cervello in fuga: «Non penso che un giovane debba necessariamente lasciare l’Italia per emergere. Certo, se ha l’energia e la curiosità di guardare al di là delle Alpi, allora le possibilità aumentano. Ma è un calcolo di probabilità».
Sempre a proposito di calcoli, Grasso ha un culto per il particolare che costeggia l’ossessione. «Per esempio, abbiamo contato quante volte i giocatori sono scivolati durante i Mondiali 2006: 845 in 63 partite, circa 14 per incontro. Oppure abbiamo calcolato che negli ultimi 20 anni della competizione, dai quarti in poi, l’80 per cento delle gare è stato vinto con un solo gol di scarto. Insomma, un dettaglio» snocciola a memoria. «Ovviamente sappiamo che a professionisti e dilettanti non interessano le statistiche, ma le prestazioni. Il nostro compito è farli sentire bene con il pallone tra i piedi».
Senza mai promettere miracoli: «La tecnologia è un vantaggio in più, ma se metto le scarpe di Cristiano Ronaldo non inizio certo a giocare come lui». Buonsenso italiano in formato trasferta.
- Mercoledì 7 Aprile 2010
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Commenti
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Il 8 Aprile 2010 alle 0:02 smoke36 ha scritto:
Come torinese provo persino vergogna, non è altro che un caimano che ne ha approfittato della globalizzazione per sfruttare il lavoro a nero e sottopagato dell’est e pure infantile dell’estremo oriente, un bastardo, come tanti, quelli al servizio delle multinazionali. Gli sciacalli sono animali più nobili, le iene li evitano per lo schifo, amano l’odore di carogna quelli sono mefitici.
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