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La 44/a edizione del Vinitaly (Ansa)
L’export del vino italiano soffre la concorrenza dei paesi stranieri, ma non solo: dall’Italia all’estero il prezzo della bottiglia cresce fino a dieci volte a causa delle spese obbligate, tasse e accise.
Dai dati pubblicati in occasione del Vinitaly 2010 a Verona, è emersa una flessione del 5,4 per cento delle esportazioni di vino (+10,2 per cento in volume) nel 2009 rispetto all’anno precedente. Un mercato che ha sfiorato i 3,5 miliardi di euro in totale e che rappresenta circa il 20 per cento delle esportazioni alimentari totali italiane.
Accise e tasse
Colpa della crisi che ha rallentato i consumi nelle principali economie mondiali. Leggendo però un’analisi di Winenews, pubblicata a febbraio, si scopre che tra le principali cause dell’incremento dei prezzi al consumo di una bottiglia di vino italiano, che lo rendono meno competitivo sui mercati stranieri, ci sono anche le differenti tasse e accise nei paesi importatori.
Per fare un esempio: in Brasile si passa dagli 8 euro franco cantina ai 45 euro agli scaffali di Rio de Janeiro, per una tassa di importazione del 27 per cento e accise che variano a seconda delle zone di destinazione, mentre in Cina una bottiglia che a Roma costa 5 euro arriva a costare anche 30 euro per una tassa di importazione che pesa sul 40 - 60 per cento del prezzo finale. E se a questo si aggiunge un importatore terzo, il prezzo subisce un ulteriore ricarico.
Parlano gli operatori
“Non ci si può fare niente, anche se regalassimo una bottiglia, saremmo costretti ad applicare nel prezzo le spese obbligatorie dovute a tasse e ad accise”, spiega a Panorama.it Doriano Marchetti, presidente della cantina Moncaro (Montecarotto, Ancona), azienda con un fatturato di 23 milioni di euro nel 2009, derivante per il 55 per cento dall’esport in oltre 40 paesi e tra le poche italiane presenti in Cina e in India con una joint venture.
“Il vino è considerato come il tabacco e i superalcolici e non può essere venduto neanche attraverso i canali online. Per questo siamo costretti, spesso in paesi dove la legislazione è complessa, ad affidarci a soggetti terzi, con una ricaduta sul prezzo finale”.
“Sta diventando sempre più difficile vendere il nostro vino all’estero, anche se le nostre aziende hanno saputo reagire bene nonostante la crisi”, sottolinea a Panorama.it Massimo Bellina, direttore export delle cantine Pellegrino di Marsala, che festeggia quest’anno i 130 anni dalla fondazione con un fatturato 2009 di oltre 22 milioni di euro, di cui il 40 per cento derivante dall’export in oltre 40 paesi.
“Puntiamo al consolidamento in Svizzera, Giappone, Canada e Stati Uniti. Per quanto riguarda il prezzo dipende da ogni singolo paese: in Regno Unito è un indicatore fondamentale per il consumatore, mentre in Svizzera, che è un mercato più maturo, possiamo puntare su qualità e prezzi superiori”.
E all’orizzonte avanzano nuovi nemici, soprattutto dal Sud America. Il concorrente più pericoloso? “Una è senzadubbio l’Argentina, che propone un vino a buon mercato e che sta lentamente rosicchiando alcune fette di mercato alla maggior parte dei produttori italiani”, conclude Bellina.
“Ma credo che le cantine italiane sapranno reagire: a nostro vantaggio abbiamo la storia e una cultura del vino centenaria”. Chissà se solo la tradizione riuscirà a convincere i consumatori stranieri.
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