
Ci sono nomi che hanno fatto la storia dell’industria energetica italiana e mondiale: Ansaldo, Finmeccanica, Edison, Techint, Eni, Franco Tosi, Dalmine, General Electric, Abb, Rolls-Royce, Siemens, Rockwell. Aziende blasonate del settore impianti e altre protagoniste più recenti: Maire Technimont, Trevi, Demont, Tenaris, Prysmian, Riva, Iilva, Saipem, Tyssen, Belleli. I grandi costruttori: Salini, Italcementi, Pizzarotti, Cmc, Impregilo, Astaldi. L’area dei servizi: Sogin, Elsag, Accenture, Honeywell. Finora circa 600 imprese made in Italy o succursali di gruppi esteri si sono messe in fila per partecipare al piano nucleare del governo che prevede entro 15 anni la costruzione di otto o 10 reattori in grado di produrre circa 100 miliardi di chilowattora l’anno, un quarto del fabbisogno dei prossimi anni.
Le commesse in ballo ammontano a circa 40 miliardi di euro. Per 16-18 miliardi assegnate dalla nuova joint-venture Enel-Edf, per il resto dalla cordata privata con protagonisti da definire, ma che probabilmente vedrà la discesa in Italia della tedesca E.On come colosso elettrico e del raggruppamento americano-giapponese Westinghouse-Toshiba come produttore di tecnologia atomica Ap 1000 di terza generazione, concorrente di quella Epr della francese Areva. Quest’ultima sarà destinata almeno nella prima fase a recitare il ruolo trainante, visto che Enel ed Edf (Electricité de France) e la stessa Areva sono pubblici.
Ed è con una serie di summit tra Parigi e Roma che è stata scandita la ripartenza del nucleare italiano. L’ultimo vertice, venerdì 9 aprile a Parigi, tra Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi, accompagnato dal ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola, ha portato alla firma dell’accordo fra l’Ansaldo e il produttore francese, che con la tecnologia Epr ha attualmente in costruzione o in progetto 16 centrali in giro per il mondo e altre otto allo stadio di gara.
L’Areva è dello stato per il 90 per cento, mentre l’Ansaldo, attraverso la Finmeccanica, fa capo al Tesoro per il 30. Tutto ciò, secondo Scajola e l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti, «mette su un binario sicuro, con scadenze certe», almeno la prima parte del nucleare italiano, e relative commesse.
Che riguardano quattro reattori da 1.650 megawatt di potenza, valore di 4-4,5 miliardi di euro l’uno, distribuiti in tre siti, per un totale di 16-18 miliardi. Un po’ di più dovrebbe costare la filiera privata, con reattori più piccoli e con indotto maggiore.
Per entrambe, tecnologie e costi dipenderanno per metà dalla componente più strettamente nucleare, con una platea ristretta di aziende coinvolte ma con manodopera più numerosa e qualificata; per il 30 per cento dalla parte convenzionale (turbine, sistemi elettrici); per il 20 dalle opere civili. In quantità peseranno le forniture meccaniche (30 per cento), seguite dalle opere civili, dal montaggio e, per il 17 per cento, dall’area tecnologica.
Tirate le somme, circa l’80 per cento di ogni centrale sarà di produzione italiana. A titolo di esempio, gli appalti della riconversione a carbone pulito della centrale Enel di Torrevaldaliga Nord, a Civitavecchia (la più grande del mondo), vanno all’estero per il 30 per cento.
Anche se in cima alla piramide ci sarà la joint-venture paritetica Enel-Edf, in ogni singolo sito l’Enel avrà il 50 per cento più un’azione. Secondo l’Enel, ogni cantiere impiegherà almeno 2.500 persone nell’arco di 5 anni. Ogni 18 mesi partirà il cantiere successivo e quindi il picco di occupati sarà di 10 mila addetti. Poi gli impianti in funzione richiederanno almeno 500 tecnici in servizio permanente, e l’Enel sta già assumendo 2 mila ingegneri.
L’altra cordata è ancora da definire. Il colosso tedesco E.On, secondo produttore di energia in Europa dietro l’Edf, ha dichiarato il proprio interesse: «Siamo pronti a investire, anche assieme a partner industriali, a condizione che la gestione resti nostra» dice Klaus Schaefer, numero uno della E.On Italia. Più cauto dal quartier generale di Düsseldorf l’amministratore delegato Wulf Bernotat, che due anni fa si è scontrato proprio con Fulvio Conti per l’opa dell’Enel sulla spagnola Endesa: «In Italia siete all’inizio di un processo lungo. Seguiamo gli sviluppi, ma è ancora presto per una decisione». Un passaggio chiave potrebbe riguardare il riassetto della proprietà Edison, con lo scioglimento del patto tra l’Edf (azionista di maggioranza) e l’A2A, la utility che raggruppa le ex municipalizzate di Milano e Brescia. Se i soci italiani cedessero all’Edf la quota nell’azienda di Foro Buonaparte, che diverrebbe così la filiale italiana dei francesi, potrebbero avere mani libere nel nucleare con altri alleati. Magari assieme all’Enia, la utility emiliana: in questo caso l’accordo con l’E.On diverrebbe quasi obbligato.
E anche su questo fronte tornerebbe in ballo l’Ansaldo; o almeno questa è la speranza dell’azienda della Finmeccanica. La quale su questo versante non impiegherebbe la tecnologia Epr della Areva, bensì quella Ap 1000 della Westinghouse, con la quale ha un rapporto di collaborazione. «Il nostro obiettivo è portare la quota del business nucleare dal 2 al 5 per cento entro il 2013» dichiara Giuseppe Zampini, amministratore delegato dell’Ansaldo Energia, azienda di oltre 3 mila dipendenti. Gli ingegneri e i tecnici del nucleare sono meno di 200, ma secondo Zampini il numero potrà più che raddoppiare: «Contiamo di raggiungere i 4-500 dipendenti, ma non poniamo limiti».
In definitiva l’Ansaldo vorrebbe giocarsi con la cordata tedesco-italiana la carta Westinghouse, visto che per gli americani ha da poco firmato un contratto per una centrale atomica in Cina. Mentre con la cordata italo-francese affiancherà l’Areva, dopo l’accordo del 9. I numeri danno il senso della sfida: Areva ha 70 mila dipendenti, E.On 12 mila, Ansaldo qualche migliaio.
Restano da tenere d’occhio due possibili altri protagonisti: l’Acea, la utility romana ormai in rotta con i soci francesi della GdF-Suez, e il gruppo Caltagirone. Azionista dell’Acea, Francesco Gaetano Caltagirone è proprietario della Vianini, colosso delle infrastrutture (fra i suoi clienti anche l’Enel), ed è sempre più interessato al business dell’energia. Difficilmente vorrà restare fuori dal risiko.
- Giovedì 15 Aprile 2010
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Commenti
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Il 17 Aprile 2010 alle 17:12 silverwolf999 ha scritto:
disgraziatamente utilizzando solo energia fotovoltaica,idroelettrica ed eolica in Italia non riusciamo ad essere autosufficenti e dobbiamo continuamente dipendere dalle nazioni vicine e arabe. Dobbiamo per forza ricorrere al nucleare se vogliamo essere più indipendenti almeno sulla produzione di energia elettrica. Cosa importante è costruire le centrali con tutti i sistemi di sicurezza e mettere a lavorare gente professonalmente preparata che sappia usare la testa e sappia casa sta facendo.
Il 19 Aprile 2010 alle 1:55 smoke36 ha scritto:
silverwolf999 dice bene, soprattutto nel disgraziatamente, 20 anni fa ne avevamo almeno due già pronte e siamo ancora spendendo soldi per smantellarle. Anni prima erano in progetto diverse idroelettriche lungo l’arco alpino, tutti mai realizzate, andava forte il petrolio, rendeva tangenti milionarie, ci fu persino un processo farsa, erano bei tempi. Le certezze dell’articolo poi vanno riviste, quei 15 anni necessari andrebbe bene per la Francia o Germania, da noi significano 20 o 25, abbiamo sempre bisogno di aggiornamenti prezzi e quello che costa 10 se non arriva a 50 non è italiano. Completamente ignorato il termosolare o simile di Rubbia che, a suo dire, sarà il futuro, 20 centrali in Spagna e la Siemens tedesca ha annunciato dedicarsi solo a quello, per non trascurare l’interesse giapponese e di alcuni arabi. Andiamo con il nucleare, sperando che alla fine ce ne sia ancora e che abbia prezzi abbordabili altrimenti è solo spreco di soldi senza risolvere niente e con l’irrisolto problema delle scorie dove ancora non si sa dove metterle e non si conservano a gratis, non è pattume. Che Dio ce la mandi buona ed eviti l’ennesimo scandalo che no mancherà pure per l’Aquila, tempo di arrivarci, altrimenti che Italia siamo.
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