Elkann nel pallone

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di Ugo Bertone

Maledetto fu quel pallone cacciato dentro la porta del tribunale di Napoli dal ferroviere Luciano Moggi che si vuol travestire da conte di Montecristo. Maledette quelle bobine che scottano e che comunque obbligheranno la proprietà bianconera a fare qualcosa «per non restar prigioniera» scrive La Stampa «dell’accusa mai sopita di non avere difeso in fondo la sua ex dirigenza 4 anni fa».

Ora ci vorrà un forcing davanti ai giudici sportivi, oltre a una campagna acquisti molto costosa, almeno per uno parsimonioso come John Philip Elkann. Intanto brontola la pancia del popolo bianconero su internet e sugli spalti dell’Olimpico di Torino, la seconda casa dell’Avvocato da cui l’erede al trono è meglio che oggi stia lontano. Assieme al fratello Lapo, che allo stadio può far dei guai. Già, maledetto quel pallone di basket che Lapo, maldestramente appostato a bordo campo sul parquet della Nba, ha rubato dalle mani del playmaker dei Toronto Raptors come un bambino dispettoso, facendo ridere mezza America.

Maledetti i paparazzi tutti, a partire da quelli che si appostano dietro i cassonetti di Roma, per riprendere i baci galeotti di papà Alain, presidente del Museo egizio, ad Alessandra Di Castro, affermata antiquaria della capitale, all’insaputa, of course, della compagna Franca Sozzani, raggiunta poche ore dopo dall’infaticabile ex marito di Margherita Agnelli e di Rosy Greco per la «vernice» della mostra The museum of everything. Maledetto sia questo crescendo vertiginoso di palle e pallonate che assedia quello che fu il casato principe del capitalismo nostrano.

Altro che «remember you are an Agnelli», come si insegnava ai tempi di Susanna e Gianni, tanto per sottolineare che la nobiltà del denaro impone riserbo più di quella del sangue. A giudicare dalle cronache dei rotocalchi o delle gazzette sportive, è lecito nutrire il sospetto che gli Elkann, evoluzione della specie Agnelli per via di Margherita, siano finiti nel pallone. Per giunta in un momento, se possibile, ancor più delicato del solito per le sorti del clan.

Un po’ perché, respinte in tribunale le accuse di Margherita Agnelli agli esecutori del testamento dell’Avvocato, resta in piedi l’accertamento fiscale sugli eredi, donna Marella e i nipoti, imposto dalla girandola di rivelazioni dell’unica figlia del grande patriarca. Un po’ perché, entro maggio, si completa la trasmissione dei pieni poteri in famiglia al nuovo monarca, John Philip Elkann I, prossimo presidente dell’accomandita e, in quanto tale, nocchiere della navicella del clan nel Terzo millennio pieno di incognite e di novità. Perché il 21 di aprile, giorno della presentazione del business plan della Fiat, potrebbe prendere il via il «divorzio morbido» dell’accomandita dal mondo delle quattro ruote, comunque ormai saldamente nelle mani di Sergio Marchionne, invitato nel frattempo da Maria Sole Agnelli, sorella di Gianni, a entrare nella Sapaz, la cassaforte di famiglia.

Insomma, il campionato batte alle porte. E John Philip deve dimostrare di meritare una panchina che scotta e per cui si è preparato, bisogna dirlo, con cura maniacale. Anzi, a giudicare dalla sua prima lettera come presidente agli azionisti Exor, diramata alle agenzie il 9 aprile, sembra che l’erede non veda l’ora di scendere in campo: «Oggi guardiamo con orgoglio al nostro passato ma mettiamo la nostra attenzione nel costruire il migliore futuro per tutti i nostri azionisti». Come dire, il principino si è fatto adulto e promette, entro la fine dell’anno, un grande colpo per la finanziaria, preparato con cura dallo staff.

Intanto il giorno dopo, il 10 di aprile, è arrivato l’annuncio dell’addio, solenne come si addice a un vecchio soldato, del precettore Gianluigi Gabetti, davanti ai giudici del tribunale di Torino, chiamati a giudicarlo per aver taciuto al mercato, recita l’accusa, l’esistenza dell’operazione «equity swap» sui titoli Fiat nell’esclusivo interesse del clan Agnelli: «L’ormai prossima sentenza» ha sillabato il finanziere, classe 1924, «viene quasi a coincidere con l’attuazione del proposito, da me maturato da tempo, di lasciare la presidenza dell’accomandita». L’istruttore, insomma, ha compiuto la sua missione.

Peccato che, prima ancora della festa di fine corso, la squadra di Elkann subisse più gol (e autogol) della Juve attuale, la più scassata e impresentabile della storia, indegna erede delle creature predilette di Gianni e Umberto.

Proprio dalla Juve si deve partire. Anzi dall’articolo che sul Corriere della sera Mario Sconcerti, il commentatore più autorevole del pallone, ha dedicato il 6 aprile ai nuovi capitoli di Calciopoli, mettendo il dito sulla ferita che ancora brucia per i bianconeri: la Juve, ha scritto, è stata «parte attiva nel formulare e accettare la propria condanna».

«Argomenti sorprendenti e preoccupanti» è stata la replica di John Philip, già nel mirino per la sciagurata stagione della Juve. Noi, ha aggiunto, ci siamo limitati all’«osservanza delle regole e il rispetto delle istituzioni». Chissà chi gliel’ha fatto fare di scendere in prima persona su un terreno così minato, un errore che mai il nonno avrebbe commesso.

Non a caso sia lui sia Umberto si sono circondati di presidenti e amministratori di fiducia, destinati a sporcarsi le mani nei momenti più delicati. Invece Elkann, «orfano» di Giovanni Cobolli Gigli, scaricato per far piacere a Jean-Claude Blanc, presidente della Juve (mai l’Avvocato avrebbe fatto un errore del genere), si è esposto in prima persona a una pessima figura. Non solo perché Sconcerti, pur con il tatto e la misura che si devono usare con un grande azionista del Corriere, gli ha dovuto ricordare che è stata la Juve a suggerire la punizione della serie B mentre, dietro consiglio di Luca di Montezemolo, la società ha rinunciato a far valere le proprie ragioni nei tribunali; ma per lo spazio offerto al contropiede di Luciano Moggi che ha affibbiato all’erede dell’impero la patente dell’Innominato dei Promessi sposi «che decide di convertirsi e di dare una svolta positiva alla sua vita». Ve lo immaginate un ex dipendente dell’Avvocato che apostrofa così il signor Fiat? Non è successo nemmeno ai tempi di Mani pulite. Altri tempi, ma anche altra squadra.

Il povero John Philip non può chiedere sostegno al fratello in altre faccende affaccendato: è a Parigi, con la sua Ferrari riverniciata color celeste puffo su cui scarrozza, per la gioia dei cassintegrati, Marie de Villepin, cugina della moglie di Rodolfo De Benedetti e figlia dell’ex ministro che sogna la rivincita su Nicolas Sarkozy. Tante cose ha da fare il creatore di occhiali e gioielli griffati nella capitale, avviluppato in quel suo stile «mafia chic», che manda in sollucchero i fotografi di Madame Figaro che lo inquadrano tra i suoi falsi Warhol e i veri Liechtenstein, mentre lui spiega di avere imparato da Henry Kissinger, il precettore a cui lo affidò il nonno, l’arte del perfezionismo: perché, commenta, «quello che puoi far bene lo potresti far meglio».

E non è che John Philip possa ricevere di questi tempi grossi aiuti da papà Alain, lo scrittore di famiglia con la vocazione del «tombeur de femmes». La conferma arriva dal Chiambretti show dove Elkann senior non batte ciglio di fronte a Vittorio Feltri che afferma che «la Fiat aveva una grande voglia di liberarsi di quei due (Moggi e Antonio Giraudo, ndr) ancor prima dello scandalo» per motivi che nulla avevano da vedere con la giustizia sportiva. Ma bisogna capirlo, perché già doveva pensare ai suoi guai, altro che la Juve. Pur di far propaganda al suo ultimo libro, Nonna Carla, dedicato alla madre, Elkann ha affrontato il fuoco nemico nonostante la fresca pubblicazione delle foto galeotte con Alessandra Di Castro e l’ira scontata della furente Sozzani, zimbello della Milano della moda dopo le foto apparse su Chi e che, grazie a fax e scanner, si sono diffuse in tempo reale nelle boutique del quadrilatero della moda. Data la malaparata, un altro si sarebbe ritirato nell’ombra. Alain, coraggioso e temerario, ha scelto l’attacco, che resta la miglior difesa. «Lei non si è mai fatto pizzicare?» chiede al conduttore. Sì, ed è successo il finimondo, replica il perfido Pierino. «E allora cambiamo discorso» replica Alain con inarcar di sopraccigli. Che classe: Maria Antonietta non avrebbe saputo far di meglio. È proprio vero che noblesse oblige.

Ne sa qualcosa Rosy Greco, la sua seconda moglie, scaricata ufficialmente l’11 maggio 2009, giusto per non turbare, il giorno prima, la festa di nozze a Moncalieri della figlia Ginevra, molto legata alla mitica Rosy (che dovette attendere mesi la restituzione delle chiavi di casa dall’ex consorte). Quella volta se ne ebbe a male Sozzani, lasciata fuori dalla grande festa. Per fortuna che è scattata la par condicio: la sera del fattaccio romano con l’antiquaria, Alain ha scortato al Lingotto la biondissima regina della moda.

Dopo la separazione da Rosy Greco, sua moglie per 7 anni, ha fatto cancellare la signora dalla mailing list dei Beni culturali e ha preteso la restituzione della «roba»: il servizio di bicchieri per 12, le otto ciotoline da macedonia, i libri, i quadri e un vaso Ming. O forse questa volta la rottura sarà meno tempestosa perché minori sono gli intrecci patrimoniali fra la giornalista e il «ragazzo di buone famiglie», come venne etichettato al momento dell’unione con Margherita.

Fermiamoci qui. Tanto, per restare nel paragone sportivo, dovremmo aver già tirato fuori tanti cartellini rossi da dover interrompere la partita per carenza di giocatori. Ma forse il nodo sta proprio qui. Per almeno mezzo secolo la dinastia torinese ha impersonato, sul campo di gioco dell’Italia uscita malconcia dalla guerra, qualcosa, se non molto di più del semplice primato economico, oggi già ridimensionato. Un qualcosa che confinava con una sorta di regalità sostitutiva prezioso per un Paese orfano di simboli condivisi. Una situazione eccezionale che, con buona pace degli sforzi di John Philip, probabilmente non esisterà mai più. Meglio capirlo per tempo, adeguandosi a comportamenti più normali e meno regali. Prima che il pallone si sgonfi del tutto, meglio ricordarsi che «you are not an Agnelli».

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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