Il business più redditizio in Italia? L’export di armi

Una immagine ripresa nel marzo del 2000 a Dubai, in cui l'allora direttore commerciale della Beretta Paolo Raffaelli (C) mostra un'arma all'allora ministro della Difesa degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Mohammad bin Rashid al-Maktoum nel corso dell'annuale fiera delle armi "Tridex"

Una immagine ripresa nel marzo del 2000 a Dubai, in cui l'allora direttore commerciale della Beretta Paolo Raffaelli (C) mostra un'arma all'allora ministro della Difesa degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Mohammad bin Rashid al-Maktoum nel corso dell'annuale fiera delle armi "Tridex"

Ricordate quel film di Alberto Sordi dove un commerciante di pompe idrauliche decide di dare una svolta al proprio tenore di vita buttandosi nel commercio di armi?

Ecco, il senso dei dati pubblicati da IRES Toscana su banche e armi sta tutto nel titolo di quel film: “Finché c’è guerra c’è speranza”.

Sì, perchè mentre l’economia mondiale sfiora il tracollo, c’è un settore, quello delle esportazioni di armamenti, che nel 2009, in Italia, ha raggiunto il picco segnando un incremento del 64%.

Nel 2008 le aziende italiane (quasi tutte del gruppo pubblico Finmeccanica) hanno firmato contratti per 3,7 miliardi di dollari, più che triplicando il risultato dell’anno precedente. Siamo superati soltanto dagli Stati Uniti, che con i loro 37 miliardi controllano più dei due terzi del mercato mondiale.
I nostri principali acquirenti sono Usa e Paesi europei. Leader mondiale è la Beretta, che è anche la più antica fabbrica d’armi al mondo.

Ma cosa c’è dietro un’escalation di tale portata? Quanto pesa la propaganda sulla minaccia terroristica nell’alimentare un trend tanto positivo?

Lo chiediamo a Chiara Bonaiuti, curatrice del  Rapporto “Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato globale“, presentato nei giorni scorsi a Firenze dall’Ires Toscana.

“Quello che si può certamente dire è che il settore degli armamenti essendo legato alle esigenze di sicurezza interna e internazionale gode di tutta una serie di sovvenzioni statali dirette o indirette che lo hanno preservato dalla crisi. Certamente le minacce terroristiche, e comunque le guerre attuali in Iraq e in Afghanistan, hanno aumentato il commercio”.
Un ruolo centrale ce l’hanno le banche che negli ultimi 10 anni hanno fatto affari per 15,5 miliardi di euro. Solo nel 2009 i nostri istituti di credito hanno movimentato 3,79 miliardi, il 61% in più rispetto al 2008. Un record ventennale.

“Al primo posto, in questo settore – spiega Giorgio Beretta, anch’egli curatore del rapporto – c’è Bnl Bnp Paribas seguita da Unicredit Group e Intesa San Paolo, compresi tutti gli altri istituti che dal 2000 al 2009 sono confluiti in ciascuno di questi tre. I finanziamenti possono avvenire in modi diversi, talvolta anche sotto forma di fondi offerti ai propri clienti”.

E i clienti delle banche sanno sempre che sottoscrivendo un fondo, per esempio un fondo pensione, potrebbero andare a finanziare il commercio di armi? “No. Talvolta il cliente non sa che all’interno di un determinato fondo possono esserci azioni di aziende che producono anche armi inumane come munizioni cluster o mine anti uomo”.
In Italia a regolamentare la produzione e il commercio dei grandi sistemi d’arma è la legge 185 del 1990. Una legge che, però, non include ancora le cosiddette armi leggere: pistole, fucili e simili. “Purtroppo, mentre per le armi pesanti abbiamo una delle legislazioni più avanzate a livello europeo e internazionale, che impedisce che queste armi finiscano nelle mani o di stati canaglia o di soggetti che possono minacciare la sicurezza internazionale, per quanto riguarda le armi leggere non ci sono ancora norme di controllo e trasparenza e non si sa bene dove queste queste armi vadano a finire”. (Claudia Daconto)

Commenti

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Il 1 Giugno 2010 alle 14:54 fsl ha scritto:

E’ molto simpatico il “buonismo” sottinteso nell’articolo.

I clienti delle banche ed i sottoscrittori dovrebbero più scandalizzarsi più per le operazioni speculative che danneggiano l’economia dei diversi paesi e per gli investimenti in titoli tarocchi, più che per i supposti finanziamenti al “commercio di armi”
Messa così in generale, quest’ultima è un’affermazione troppo generica al punto da non avere senso.
Davvero volete dire che è la tessa cosa una cluster bomb ed una pistola semiautomatica?
E perchè non anche i coltelli da cucina, i tubi di ferro e le catene?
E’ l’uso che si fa delle armi e non le armi in sè ad essere buono o cattivo, giusto o sbagliato.
Moralizzate meno e aprite gli occhi su come gira, sul serio, il mondo.

Il 2 Giugno 2010 alle 19:36 carlo.tosi ha scritto:

Almeno questo settore con tutti i suoi addetti diretti e dell’indotto lavorano. E non c’è niente da stracciarsi le vesti, le armi di per se non sono ne buone ne cative e da sole non fanno alcun danno. I danni li fanno sempre le persone, con o senza le armi. Inutile stracciarsi le vesti, ci sono situazioni al mondo dove vengono commessi crimini efferati senza usare arma alcuna. Inoltre, se sciegliamo di non seguire più questo commercio, qualcun altro immediatamente colmerà questa lacuna, quindi…

Il 3 Giugno 2010 alle 15:07 spyun ha scritto:

In un paese lontano, nel circolo più esclusivo di miliardari in dollari, c’era un altro tipo di investimento molto in uso, che con le armi aveva molto in comune. La borsa di Cali garantiva il 25% netto, esentasse, ma non era la borsa ufficiale, quella del Cartello. I veri narco non sono gli spalloni o poveracci che rischiano,sono i magati della finanza, droga e armi si sorreggono a vicenda. L’articolo dice che due terzi del mercato mondiale è tenuto dagli USA, non producono fucili da caccia come la Beretta che se non vado errato fornisce pistole per le polizie di paracchi paesi. Ci sono armi e armi, come stati canaglia e altri più canaglia ancora. Dipende da che parte si sta.

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