Pietro Ichino: La riforma delle pensioni? Un’occasione storica per la nuova previdenza

Il giuslavorista Pietro Ichino

Il giuslavorista Pietro Ichino

Di Claudia Daconto

I sindacati protestano, il ministro Sacconi contento non è, ma sulle pensioni delle lavoratrici dello Stato le indicazioni dell’Europa sono chiarissime: dal 2012 l’Italia manderà in pensione le lavoratrici pubbliche a 65 anni, o si beccherà una multa fino a 714mila euro al giorno.

Nessun rinvio al 2018, dunque, come chiesto dal ministro del Welfare. Il negoziato tra Sacconi e la vice presidente della Commissione europea, Viviane Reding, praticamente non è neppure partito. A questo punto tocca al Governo fissare i tempi e i modi della riforma. Ad essere coinvolte sarebbero, al momento, circa 30mila donne.

Ma quello che ci sta imponendo Bruxelles è giusto? Lo abbiamo chiesto a Pietro Ichino, il giuslavorita e senatore del Pd minacciato di morte dalle nuove BR che insegna Diritto del lavoro all’Università Statale di Milano.

“Forse c’è un eccesso di rigore nell’accelerazione che ci viene imposta. Ma sono decenni che l’Italia è inadempiente per questo aspetto. E siamo anche gravemente inadempienti rispetto all’“obiettivo di Lisbona”, quello di portare il tasso di occupazione femminile al 60 per cento: siamo rimasti al 46! L’Europa ci chiede di abbandonare il nostro vecchio “equilibrio mediterraneo”, per passare a un equilibrio più moderno, più efficiente e più equo. Dobbiamo cogliere l’occasione, senza nessun rammarico, reinvestendo il triplo o il quadruplo di quel che risparmiamo sulle pensioni, in servizi alle famiglie con figli piccoli o persone non autosufficienti

Con ogni probabilità il Governo inserirà la riforma nella manovra economica sotto forma di emendamento. Sui tempi e sui modi quale dovrebbe essere, a suo avviso, la strategia più indolore?
A questo punto non dipende più da noi, ma dallo spazio che ci lascia la Commissione Europea. Se sarà irremovibile sul termine del 2112, dovremo adeguarci. E non sarà difficile farcene una ragione.

Ad oggi le condizioni di accesso al lavoro, retribuzione e possibilità di carriera sono molto diverse tra uomini e donne. Perché queste ultime dovrebbero accettare di andare in pensione alla stessa età dei loro colleghi senza aver goduto delle stesse opportunità?
Per molti motivi. Innanzitutto, perché è un nostro obbligo sul piano comunitario. Poi perché l’attesa di vita delle donne è nettamente maggiore rispetto a quella degli uomini; e perché qui si discute di uno spostamento da 60 a 65 anni, mentre prevediamo che i nostri figli potranno andare in pensione soltanto a 70 anni. Ma soprattutto perché le donne italiane dovrebbero essere le prime a rivendicare lo svecchiamento del modello dominante nel nostro Paese, che le tiene lontane dal lavoro professionale, e quando ce l’hanno tende a rimandarle a casa prima degli uomini.

Dal 2015 le lavoratrici rischiano di uscire dal mondo del lavoro ancora più tardi. La regole previdenziali future legherebbero, infatti, le finestre alla speranza di vita. Le donne finirebbero così per scontare la loro maggiore longevità rispetto agli uomini?
Il collegamento alla speranza di vita dovrà intendersi riferito a una media generale, non a una media di genere.

A livello generale, secondo lei, per quanto tempo potrà ancora reggere il nostro sistema previdenziale? Lo Stato verserà ancora le pensioni o per quelli della mia generazione, i trentenni, già non resterà più niente?
Se la mia generazione riesce a diventare un po’ meno ingorda, ci sarà un welfare decente anche per la sua. Oggi lo Stato italiano spende circa 70 miliardi ogni anno per ripianare il bilancio pensionistico dell’Inps: in sostanza, per mandare in pensione a 60 anni me e i miei coetanei. Dovete rivendicare che almeno la metà di questa spesa sia destinata dallo Stato a migliorare le vostre prospettive pensionistiche

Fino ad oggi, ogni due tre anni, si è costretti a mettere mano alle pensioni. Andrà avanti così per sempre?
Per evitare interventi legislativi ad ogni angolo di strada, bisognerebbe tornare al meccanismo previsto dalla riforma Dini del ’95 che prevedeva l’aggiustamento periodico dei coefficienti di trasformazione, dalla retribuzione alla pensione per intenderci, in relazione a parametri attuariali oggettivi. In questo modo si permetterebbe al singolo interessato di scegliere se andare in pensione prima con un trattamento più basso o dopo con trattamento più alto

Commenti

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Il 10 Giugno 2010 alle 12:17 dinoballa ha scritto:

si bella la riforma ma la fregatura per la vecchiaia!
chi è in cassa integrazione o disoccupato perderà 12 mesi + la tredicesima in attesa del compimento dei 66 anni,
perdita da 5000 ad oltre 30.000 € di differenza tra pensione e cassa.
perdita di 13.000 € perdita secca per un disoccupato in attesa di pensione con aspettativa di pensione di 1000 e mese.
pagano sempre gli sfigati|
ma Inps ha nelle sue casse i contributi versati, Chi li ha spesi?
lo stato ruba| un fondo privato non potrebbe annullare il contratto

Il 10 Giugno 2010 alle 13:44 spyun ha scritto:

Ma siamo sicuri che Pietro Ichino ne capisca qualcosa? Perché risulta che l’INPS nel 2008 registrò un utile di otre 11 miliardi (+27% dell’anno precedente) ha chiuso il 2009 con 7 miliardi e più di utile, nonostante la crisi e da dove daltano fuori quei 70 miliardi per ripianare i conti, quando il direttore dell’INPS, dopo l’uscita di Draghi che voleva ritocchi, disse che non ce n’era bisogno. Ci spieghi il prof. com’è possibile ottenere utili e avere “ripianamenti”? Provasse a togliere il vitalizio ai politici che è un sopruso. Sarebbe troppo, visto che dobbiamo equipararci all’Unione Europea, sapere se si equiparano le pensioni? Perché come stipendi in generale siamo tra i più bassi e dal momento che i contributi sono versati per goderne la pensione, non vedo la ragione che vadano a beneficio di altre cose, giusto sostenere famiglie in difficoltò, ma ci pensi lo Stato, non l’assicurazione per le pensioni che con il bilancio statale non ha nulla a che vedere. Prof. dove si è laureato a Paperopoli? O ci vuole prendere per il culo. Ero un PD ma dopo aver conosciuto un altro senatoire PD, tipo mollusco verme lumaca, Pietro Mercenaro e ore questo, capisco il declino del PD con elementi simili vi abbandonano tutti, siete dei parassiti come tutti gli altri.
P.S. Se temete querele nessun problema, il complimento il Senatore lo ha gradito ed era molto più pesante, ha tutto da perdere, io nulla, godo del lodo Alfano per raggiunti limiti di età e non ho un cazzo. Si accomodino pure, manco esco di casa.

Il 10 Giugno 2010 alle 16:58 Donne in pensione a 65 anni: la riforma interessa 25 mila dipendenti pubblici - Economia - Panorama.it ha scritto:

[...] ha spiegato a Panorama.it il giuslavorista Pietro Ichino, che è anche senatore del Pd, ricordando che ogni [...]

Il 10 Giugno 2010 alle 17:59 angelo41 ha scritto:

Sembra anche a me che Ichino parli a cazzo. Anche a me risulta un’INPS in attivo senza bisogno di risanamenti.
I governi di sinistra e Dini, buon ultimo, prospettavano,
per gli statali,una carriera più lunga con eventuali benefit per chi restava.
Ho versato 50 (cinquanta) anni di contributi e me ne sono stati conteggiati 40, perchè dicono sia il massimo possibile. Cosa cianciano allora, insieme a questo governo,che bisogna andare in pensione più tardi?
A me sono stati rubati 10 anni di contributi (reali e non conteggiati come si fa con i militari). Chi me li risarcisce? Governo (in senso lato), sindacati (nel senso intrinseco), vari parlatori e “tecnici” del ramo, mi hanno truffato.
Il giuslavorista alla vaselina cosa risponde?

Il 10 Giugno 2010 alle 19:41 spyun ha scritto:

Che sei un pirla, io mi sono informato e raggiunta la vetta massima non ho più denunciato nulla, non ero dipendente, disoccupato in Italia, lavoravo all’estero.

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