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Lo stabilimento di Pomigliano d'Arco (Ansa)
Mantenere la produzione in Italia sta diventando sempre più difficile per le maggiori imprese italiane. Lo dimostrano due vicende che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica in questi giorni: il (possibile) rilancio dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco e l’annuncio della chiusura di due stabilimenti di elettrodomestici della Indesit nel Nord Italia.
Entrambe le aziende hanno goduto, e continuano ad avvalersi, degli incentivi statali per sostenere le vendite e quindi la produzione. E come contropartita ci si aspetterebbe che il management delle due aziende rilanciasse o adottasse una strategia per il mantenimento dei posti di lavoro in Italia, evitando i ben più convenienti trasferimenti nell’Est Europa o in Sud America.
La Fiat, che ha deciso la chiusura dello stabilimento a Termini Imerese (Palermo), ha annunciato nei giorni scorsi un piano per il rilancio di un altro importante stabilimento del Sud, quello di Pomigliano d’Arco, ex Alfa Sud, costruito a fine anni sessanta grazie ai finanziamenti provenienti in gran parte dalla Cassa del Mezzogiorno.
Tutto ora è nelle mani del sindacato: il rilancio, infatti, sarà possibile solo se le tre sigle sindacali accetteranno le condizioni poste dal Lingotto che prevede una nuova riorganizzazione produttiva.
La Fiat, in particolare, sarebbe pronta a trasferire la produzione della nuova Panda dalla Polonia allo stabilimento campano con un investimento di 700 milioni di euro per 280 mila vetture l’anno e per raggiungere tali obiettivi però ha deciso di aumentare i turni settimanli da 10 a 18. E fin qui Cgil - Cisl - Uil sono d’accordo.
Ma il Lingotto è andato oltre: nello stabilimento ci sono molti casi di assenteismo in occasione di determinati eventi (come le partite di calcio, ma anche gli scioperi) e la Fiat chiede di non pagare l’indennità di malattia nei giorni in cui le assenze superino una determinata soglia. La Fiom non ci sta, ma gli operai e la Cisl preferirebbero il male minore: meglio perdere alcuni diritti, piuttosto che non lavorare affatto.
Peggio è andata a 500 dipendenti degli stabilimenti della Indesit di Brembate (Bergamo) e Refrontolo (Treviso): hanno appreso da un comunicato stampa la decisione del cda di chiudere i due stabilimenti, anche se verranno investiti 120 milioni di euro negli altri sei presenti in Italia.
L’azienda, che ha lo storico quartier generale a Fabriano (nelle Marche), incontrerà i sindacati il 17 giugno ad Ancona e ha sottolineato che nessuno rimarrà a piedi. Una scelta, quella di prendere una decisione prima di ascoltare le parti sociali, che potrebbe ostacolare il piano di investimenti in Italia.
Ora quello che non si capisce è l’arroganza che traspare dalle decisioni del management di entrambe le imprese, che in nome dell’efficienza e della produttività sacrificano molti posti di lavoro nel nostro paese. Perché se è vero che le aziende non sono enti di beneficienza e devono pur stare sul mercato in qualche modo, è altrettanto indubitabile che non si può mungere all’infinito dalle casse dello Stato, cioè da noi tutti che paghiamo le tasse: troppo facile produrre nei paesi in via di sviluppo e vendere in Italia con gli incentivi.
- Venerdì 11 Giugno 2010
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Commenti
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Il 11 Giugno 2010 alle 22:17 lillo111 ha scritto:
http://inviaggiocongeniuscard......elle-calze
è giusto che paghino per gli aiuti ricevuti
Il 14 Giugno 2010 alle 13:37 carlo.tosi ha scritto:
Manterranno il lavoro in Italia solo finchè avranno convenienza economica. Vogliono essere pagati per far lavorare la gente! Quando termnineranno le agevolazioni voleranno via, infischiandosene della gente che perde il lavoro. Ci penserà ancora lo stato, con la cassa integrazione ecc. E loro vanno a sfruttare il lavoro dove costa il meno possibile, per poter avere il massimo del guadagno, Dopo aver spremuto i lavoratori e magari pagato poche tasse.
Purtroppo.
Il 14 Giugno 2010 alle 17:50 Fiat di Pomigliano: boccone amaro per il sindacato - Economia - Panorama.it ha scritto:
[...] aveva tenuto la porta aperta nei giorni scorsi. Se ne comprendono le ragioni: di solito le aziende chiudono in Italia e scappano all’estero. Quando una decide di fare il contrario, bisogna tenersela [...]
Il 15 Giugno 2010 alle 9:56 zank007 ha scritto:
e noi paghiamo…..ma è mai possibile che la crisi la dobbiamo pagare solo noi?????
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