Quanto costa il lavoro all’estero?

Operaio cileno (Credits: LaPresse)

Operaio cileno (Credits: LaPresse)

Dopo il braccio di ferro di Pomigliano, viene spontaneo chiedersi quanto possa costare la forza lavoro all’estero: spesso, infatti, la spada di Damocle che pende sulle teste dei lavoratori è quella di vedere l’intera produzione trasferita altrove nel caso in cui non vengano accettate condizioni contrattuali e salariali restrittive. Un simile calcolo non è semplice, ma una buona base per orientarsi può essere quella di confrontare i salari minimi garantiti dalle legislazioni dei vari Paesi del mondo.
 
Dai dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale, le sorprese non sono molte. A guadagnare di più, ovviamente, sono i lavoratori dei Paesi più industrializzati. I più fortunati sono quelli dell’Oceania. Un operaio al minimo salariale, infatti, in Australia prende più dell’equivalente di 19.000 dollari americani all’anno, secondo quanto stabilisce l’agenzia Fair Work Australia; in Nuova Zelanda, invece, oltre 17.000. Va ancora meglio ai lavoratori scandinavi, le cui retribuzioni sono lasciate alla contrattazione collettiva, ma che, in media, riescono a spuntare cifre superiori ai ventimila dollari americani. Ottimo pure il dato britannico: si parla di uno stipendio di quasi 23.000 dollari (anche se per 48 ore lavorative alla settimana). Non si possono lamentare neppure i francesi e gli statunitensi, cui viene assicurato di guadagnare l’equivalente di almeno 15.000 dollari.
 
Decisamente meno conveniente lavorare nei Paesi dell’Est europeo – dove non a caso sono state delocalizzate molte produzioni nazionali. In Polonia il salario minimo è di circa 8.000 dollari, in Ungheria di 6.500, in Romania soltanto di 3.500. E se si varcano i confini europei? In America del Sud il quadro è frastagliato: in Argentina i livelli sono gli stessi della Polonia, in Brasile invece quelli della Romania. In Africa esistono normative in materia, che garantiscono cifre al limite della sussistenza (dai 2.500 dollari del Sud Africa ai 500 del Rwanda), e che comunque vengono difficilmente rispettate. In Asia, invece, le leggi o sono poco generose (persino il Giappone garantisce un salario basso rispetto alla media dei Paesi più avanzati) oppure non ci sono affatto. E’ il caso dell’India e della Cina, dove la normativa è frammentaria o inesistente e in ogni caso difficle da far rispettare.

Commenti

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Il 26 Giugno 2010 alle 20:44 indigesto ha scritto:

Il costo della forza lavoro è uno dei principali fattori dei costi di produzione. Di norma tale costo afferisce alla trasformazione di materie prime in prodotto finito o semilavorato per consumi interni o per l’esportazione. Non è semplice, come Ella giustamente dice gentile Professoressa, fare accostamenti. Nel caso dell’Italia influiscono soprattutto per la competitività nelle esportazioni essenzialmente due fattori: la mancanza di materie prime (poche le industrie estrattive ed in profonda crisi quelle agricole) ed il ladrocinio legalizzato che lo Stato opera con tasse e balzelli sul lavoro produttivo, al fine di mantenere buona parte di quello improduttivo e clientelare del pubblico impiego. A questo si aggiunga l’opera dei Sindacati che mantengono anch’essi le loro clientele soprattutto nel pubblico impiego, contribuendo così a mortificare il lavoro produttivo stesso. E’ evidente che a questo punto le Imprese siano costrette a delocalizzare per mantenere in attivo i loro bilanci e la loro presenza sul territorio.
Va chiaramente anche detto che l’Impresa andrebbe meglio disciplinata nei profitti nonchè nelle sue tendenze speculative, e ciò a cominciare dalle Banche, a cui però tutte le Istituzioni sono sottomesse per motivi facilmente intuibili.
Sarebbe dunque, in ogni caso, interessante proporre accostamenti tenendo almeno conto dei gravami imposti dai singoli Stati sul lavoro produttivo, per avere
un quadro più completo del costo annuo di un operaio alle Imprese. Ciò farebbe meglio emergere i criteri retributivi mediamente adottati nei singoli Paesi. Cordiali saluti.

Il 27 Giugno 2010 alle 23:52 pasalaam ha scritto:

Parole sante.

Il 28 Giugno 2010 alle 18:10 pv21 ha scritto:

Se la nuova Panda venisse a costare in Polonia 500 euro in meno rispetto a Pomigliano la Fiat risparmierebbe 700 milioni di investimenti in circa 5 anni. Le strategie industriali non sono un sottoprodotto di trattative sindacali. Con le dimissioni di Scajola si sono “volatilizzati” i piani alternativi per Termini Imerese. Non ci sono linee guida di politica industriale? Godiamoci il teatrino di PANTOMIMA e RIMPIATTINO …
http://www.vogliandare.it/nat/.....nc1.html

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