
di Sergio Luciano
La penuria di te mi affolla l’anima» recita una poesia monoverso di Corrado Calabrò, giurista, poeta, presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. S’intitola Ressa, ma il suo autore, in questi giorni alle prese con la ben più ostica prosa della sua relazione annuale, che dovrà presentare il 6 luglio, forse la ribattezzerebbe volentieri Fibra ottica. Perché è della sua penuria che dovrà occuparsi nella relazione. E pronunciarsi sulle polemiche che attorno alla rete in fibra stanno nuovamente lacerando il settore, lambendo la poltrona più alta e delicata che lo domina: quella di amministratore delegato della Telecom Italia, dove oggi siede, con un mandato in scadenza a fine anno, Franco Bernabè.
Calabrò e Bernabè: due cognomi accentati, due visioni convergenti. Animate finora da un buon feeling. Forse l’unico, il primo, che oggi, per quanto autorevole, sostenga il capo della Telecom. Che forse anche per questo è stato tranchant, nell’audizione con cui ai primi di giugno ha respinto ai quattro mittenti (Vodafone, Wind, Fastweb e Tiscali) le profferte di condividere gli investimenti sulla nuova rete di telecomunicazioni in fibra ottica (next generation network, in sigla Ngn): «Per noi la rete, la nostra rete, è un fatto di vita o di morte, è l’essenza del nostro essere sul mercato e vogliamo continuare a mentenerne il presidio» ha detto Bernabè. «Senza arroganza» ha poi aggiunto. «Excusatio non petita» hanno commentano i concorrenti. Che per più di 10 volte finora hanno portato l’ex Sip davanti all’Antitrust o all’Agcom lamentando comportamenti anti-concorrenziali, imperniati a loro dire proprio sul monopolio della rete fissa.
La verità è che Bernabè è un’aziendalista duro e puro. Sa che la rete è un asset prezioso per la Telecom e non la vuole condividere con nessuno. Considera quasi una provocazione l’iniziativa congiunta dei concorrenti. Volta a scoraggiare l’aumento del canone dell’«unbundling», cioè l’affitto che pagano alla Telecom per usarne la rete, tra i più bassi d’Europa. E Bernabè a Calabrò l’ha detto chiaro: o io o lo scorporo della rete. Ma chi ha sondato in questi giorni gli animi degli azionisti italiani della Telecom (Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Benetton) ha desunto sensazioni univoche: nessuno lo toccherà sino alla fine del suo mandato, ma poi, salvo miracoli, nessuno oggi scommetterebbe su una sua riconferma. Oggi: il che significa che molta acqua deve ancora passare sotto i ponti. Ma Bernabè dovrà nuotarci controcorrente.
Del resto, finora, un socio paladino dell’intoccabilità della rete Bernabè l’aveva, ed era la spagnola Telefonica. Ma dopo la probabile acquisizione del controllo della Vivo, primo operatore mobile brasiliano, la Telefonica diventerà concorrente diretto della Tim Brazil e non potrà pretendere di restare a lungo azionista della Telco, la holding che controlla il 22,4 per cento della Telecom, in conflitto d’interessi (Telecom controlla Tim Brazil).
Insomma, adesso i soci Telco avranno molto su cui confrontarsi: il dopo Bernabè, il dopo Telefonica e, forse, anche i «covenant», cioè le clausole di finanziamento in essere con le banche creditrici. La Telco ha dato in pegno alle banche 2 miliardi e 866 milioni di titoli Telecom, pari al 21,42 per cento del capitale. Quei contratti di finanziamento «prevedono covenant finanziari per effetto dei quali, in funzione dell’evolversi della media delle quotazioni del titolo Telecom Italia, la società può essere chiamata al reintegro delle garanzie pignoratizie». Tradotto, se il titolo Telecom Italia scende in borsa sotto 0,73 euro, i soci Telco devono mettere mano alla tasca. Certo, è una partita di giro, perché le banche azioniste della Telco sono anche grandi finanziatrici di se stesse e della Telecom, ma comunque è una grana. E il titolo Telecom oggi veleggia minacciosamente attorno a 0,95 euro.
Così il circolo diventa vizioso: se il mercato si disamora della Telecom perché non la vede esprimere strategie aggressive, e ne punisce i corsi azionari, la rogna ce l’hanno i soci di controllo, i quali vorrebbero che Bernabè tirasse fuori dal cilindro un disegno ambizioso, capace di dare ossigeno al titolo.
Ma nel cilindro Bernabè più fruga e più trova due cose essenziali: la rete e 33 miliardi di debiti. E mentre nel piano del settembre 2009 la Telecom prevedeva di raggiungere con la fibra 3 milioni di immobili entro il 2011, nella revisione dello scorso 9 giugno il numero è sceso a meno di un terzo. Come dire: abbiamo il rame e lo valorizziamo. Dio ce l’ha dato e guai a chi ce lo tocca.
Ora però è il clima politico che sta cambiando intorno alla Telecom. Non che il governo di centrodestra voglia rinverdire i fasti prodiani del piano che nel settembre del 2006 voleva portare via la rete alla Telecom e affidarla alla Cassa depositi e prestiti; ma attorno a Silvio Berlusconi molti pensano che, come minimo, la Telecom debba accettare la richiesta di collaborazione pervenuta da Vodafone & C. Anche per questo i bookmaker di Palazzo oggi non pensano che nel dopo Bernabè possa esserci un Bernabè due. Presto per dirlo, non troppo per progettarlo. Bernabè, verosimilmente, lo sa. E da qui all’assemblea del 2011 non se ne starà a guardare. n
- Martedì 29 Giugno 2010

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Commenti
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Il 29 Giugno 2010 alle 15:05 Mulè: Telecom e il senso smarrtito della libertà di stampa - Opinioni - Panorama.it ha scritto:
[...] Il motivo della marcia indietro è legato a un articolo pubblicato lo scorso numero in cui si faceva…. Un articolo documentato, ben informato, dai toni pacati e mai offensivi come è nello stile di Panorama. A riprova della bontà delle notizie c’è il fatto che non è arrivata alcuna smentita. Ad arrivare venerdì 18 giugno, invece, è stata una telefonata all’amministratore delegato di Mondadori pubblicità da parte del responsabile delle relazioni esterne di Telecom. Pochi preamboli per comunicare che, a causa delle «punzecchiature» di Panorama, tutta la pianificazione degli spazi pubblicitari su Panorama da luglio in avanti era da cancellare. [...]
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