Processo Kimberley dieci anni dopo: l’import-export di diamanti ’sporchi’ continua

Miniera di diamanti in Angola (Credits: LaPresse)

Miniera di diamanti in Angola (Credits: LaPresse)

A dieci anni dall’inizio del processo Kimberley, per l’Africa e per l’opinione pubblica mondiale è tempo di bilanci. Anche se, purtroppo, gli esperti del traffico di diamanti del continente nero si sono già resi conto che i progressi fatti sono stati troppo pochi. E il traffico di pietre preziose più redditizio del mondo continua ad essere paurosamente insanguinato. Come succedeva negli anni ‘90, il commercio dei diamanti resta spesso avvolto nel mistero. Ma le Ong continuano a combattere affinché possano essere estromesse dal mercato tutte quelle pietre messe in commercio dai gruppi dei ribelli, per evitare che i conflitti africani possano essere finanziati dai profitti delle vendite dei preziosi.

Nel 2000 i rappresentanti dei governi dei principali Paesi che producono e commerciano pietre preziose e quelli delle Ong del settore si riunirono a Kimberley, la capitale sudafricana dei diamanti,  e dopo tre anni di difficili trattative i protagonisti del negoziato riuscirono a trovare un accordo per cercare di tracciare il percorso dei diamanti dalle miniere alle gioiellerie, limitando così la vendita dei diamanti ‘insanguinati’.

I Paesi che hanno aderito al processo di Kimberley possono commerciare diamanti solo tra loro, isolando così i diamanti sospetti provenienti da zone di conflitto. Uno degli Stati più interessati a far funzionare questo meccanismo è l’Angola, nella speranza di impedire in questo modo ai ribelli dell’UNITA di procurarsi finanziamenti attraverso il commercio di pietre preziose, mettendo così fine alla guerra civile. Ma anche in Sierra Leone, Costa d’Avorio, Zimbawe e Congo i diamanti continuano a foraggiare generosamente i conflitti e le esigenze dei ribelli.

Del resto, i presupposti del piano erano buoni, ma anche dopo dieci anni la situazione era destinata a non migliorare visto che il sistema Kimberley non ha mai previsto ne’ penalità o sanzioni nei confronti dei Paesi che violano l’accordo ne’ l’espulsione di quelli recidivi. Non solo: gli attivisti presenti sul campo denunciano continui abusi dei diritti delle donne e dei bambini spesso costretti con la forza a lavorare in miniera. Ecco perché oggi si chiede di nuovo all’Occidente di interrompere le importazioni da quei Paesi africani che hanno mostrato negli anni di non avere a disposizione gli strumenti tecnici e logistici necessari a controllare il traffico di diamanti all’interno dei rispettivi confini nazionali. Nella speranza che le pressioni dell’opinione pubblica internazionale spingano di nuovo gli importatori e gli esportatori di preziosi a fare qualcosa per monitorare in maniera più certa e sicura i trasferimenti dei diamanti di dubbia provenienza.

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