
Scorcio indiano (credits: LaPresse)
Nelle ultime settimane la Cina è finita sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo prima per l’ondata di suicidi che ha colpito la Foxconn, il gigante taiwanese che produce nella Repubblica popolare Ipad, Ipod, Iphone e Mac Mini per la Apple oltre ad applicazioni tecnologiche per moltissime altre multinazionali occidentali. Poi, per gli scioperi che hanno bloccato i partner di alcune aziende automobilistiche giapponesi e tanti altri stabilimenti. E’ stato scritto che gli operai cinesi sono scesi in piazza per protestare contro i soprusi di cui sono quotidianamente vittime in quelle che in tanti definiscono oggi ‘le fabbriche degli orrori’. Turni massacranti, pochissime pause, alloggi quasi sempre ubicati in dormitori fatiscenti, pochi contatti con i colleghi, e tanta, troppa, competizione.
Purtroppo, però, la Cina non è l’unico Paese asiatico in cui la popolazione è vittima di discriminazioni. In questi giorni la comunità internazionale ha infatti puntato il dito contro India e Giappone, colpevoli di aver adottato politiche discriminatorie e poco trasparenti.
Nuova Delhi, ad esempio, si trova a dover far luce sulla decisione presa da alcune banche del Paese di non voler concedere prestiti e di rifiutare l’apertura di conti correnti ai clienti musulmani. Gli islamici in India rappresentano la minoranza più numerosa ma anche quella più povera. La commissione nazionale incaricata di tutelare i diritti delle minoranze ha registrato un aumento del 100% dei ricorsi per discrimazione presentati da cittadini musumlani. Le banche si sono difese affermando che la religione non ha avuto alcun impatto sulla scelta di non concedere servizi finanziari agli islamici ma che sarebbero proprio le precarie condizioni economiche di questi ultimi a non offrire agli istituti di credito le garanzie necessarie per concedere assistenza ai potenziali clienti. Argomentazione che non regge soprattutto nel caso dell’Andhra Pradesh, stato in cui 90.000 studenti mussulmani non hanno potuto nemmeno aprire un conto per depositarvi le rispettive borse di studio ricevute dal governo.
Diverso è il caso del Giappone, dove le vittime di discriminazioni, sono, purtroppo, ancora i lavoratori cinesi. Nella città di Hiroshima arrivarono infatti circa tre estati fa sei giovani donne cinesi assieme decine di migliaia di apprendisti che Tokyo era solita invitare ogni anno per offrire loro un programma di formazione comprensivo di rimborso spese con la prospettiva di poter poi rientrare nel proprio Paese con conoscenze in grado di aiutare gli apprendisti a trovare un lavoro migliore. A dispetto delle nobili apparenze, le giovani cinesi hanno raccontato oggi di aver passato la maggior parte del tempo ad assemblare cellulari in catena di montaggio (toccando anche le sedici ore di lavoro quotidiano) con una paga al di sotto dei minimi garantiti nel Paese e senza ricevere alcun tipo di formazione. Subito dopo aver diffuso questi dettagli, le cinesi sono state allontanate dal programma. E ora un avvocato giapponese le sta aiutando a fare causa all’azienda in cui hanno effettuato il tirocinio allo scopo di ricevere un rimborso per danni pari a 207.000 dollari.
In Giappone vivono e lavorano oggi almeno 190.000 apprendisti stranieri. L’unica risorsa, commentano alcuni esperti, per fare andare avanti un Paese che invecchia troppo velocemente e che ha una rigidissima legislazione in materia di immigrazione. Questo però non implica che i lavoratori debbano essere discriminati. E il governo, consapevole che la maggior parte degli abusi è praticata da piccole aziende che, non potendo delocalizzare, sfruttano gli apprendisti asiatici per tagliare i costi di produzione, dovrà ora trovare un modo per porre fine a questa pratica ingiusta e illegale.
- Giovedì 22 Luglio 2010
APPLE - LUCI E OMBRE
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LA RIFORMA: ARTICOLO 18, PROPOSTE, DIBATTITO
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IL MEGLIO DEL 2011
G20 di Cannes: i protagonisti e le loro sfide
Libia: i nostri interessi in gioco








Commenti
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Il 22 Luglio 2010 alle 17:39 indigesto ha scritto:
Non c’è via d’uscita, gentile Professoressa! la corsa sfrenata alla concorrenza globale non può dare che questi frutti: massimo sfruttamento della forza lavoro con conseguenti “delocalizzazioni” e accrescimento dei capitali perchè, nella migliore delle ipotesi, facciano da volano economico e finanziario nei momenti di crisi e di trasferimento delle aziende. Difficile porvi rimedio se non con sollevazioni popolari, di cui si sentono già le prime avvisaglie. Ma condurranno a poco, poichè la miseria, sempre più incalzante, e forse programmata, fornirà sempre manodopera di ricambio ancorpiù sottopagata, e sempre sotto la costante minaccia di portare le industrie altrove; c’è sempre chi sta peggio! Nè è da credere nell’intervento della Comunità internazione che, in sostanza, protegge gli interessi proprio di quei paesi che in questo capitalismo selvaggio hanno la loro forza, di cui le banche sono la punta di diamante sulla quale ruota tutto il sistema, gestendo capitali leciti ed illeciti, molti dei quali costituiti da proventi mafiosi, di cui non dobbiamo dimenticarci. Perdipiù qualsiasi ricorso al socialismo “vecchia maniera” condannerebbe in un batter d’occhio alla fame qualsiasi paese che ci provasse! Purtroppo le previsioni per la gente che lavora e produce sono sempre meno rosee! Bisogna solo sperare in una presa di coscienza mondiale. Ma sarà difficile. Cordiali saluti.
Il 29 Luglio 2010 alle 23:33 Circolo Luce Del Sud » Abusi in Asia: la comunità internazionale punta il dito contro India e Giappone ha scritto:
[...] Scorcio indiano (credits: LaPresse) [...]
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