Il potere di un antidivo: John Elkann


Il potere di un antidivo: John Elkann

di Sergio Luciano

«Mio figlio John ha una doppia qualità. È un erede e ha saputo fare carriera» dice di lui il padre, Alain Elkann. E l’interessato, parlando ai primi di luglio all’attentissima platea degli ex allievi della Bocconi, ha confermato: «Io sono presidente della Fiat per un destino, ma se sono in sella è per merito». Va tenuto d’occhio, questo giovane alto e magro, John Philip Elkann detto Jaki, 34 anni, presidente di tutto il presiedibile nelle società della galassia Agnelli: la Giovanni Agnelli & C., la Exor spa, la Fiat spa. Va tenuto d’occhio perché è di poche parole ma ha concretizzato molto. Può stare antipatico perché è un antidivo o perché è chiaramente un secchione. Però è una persona seria, genere rarissimo.

E seriamente si sta comprando la Chrysler, pur dopo avere più volte ribadito la sua disponibilità, come nuovo leader della famiglia Agnelli, a scendere sotto la fatidica soglia del 30 per cento del capitale Fiat, se questa discesa fosse stata funzionale alla crescita dell’azienda. Quel che accadrà invece nel giro di pochi mesi, grazie all’intesa che c’è tra lui e il leader del gruppo, Sergio Marchionne, è che la Fiat Auto, dopo essersi scissa entro quest’anno dal resto del gruppo, finirà col fondersi con una Chrysler nel frattempo controllata a oltre il 35 per cento, e quindi la posizione azionaria degli Agnelli nel maxigruppo che ne scaturirà sarà, semmai, più forte.

Pochi ricordano che l’attuale quota del 20 per cento detenuta dalla Fiat in Chrysler è destinata per contratto a salire, gratis, al 35 al conseguimento degli obiettivi di piano: già praticamente conseguiti. Insomma, la Fiat di John Elkann comprerà gratis il controllo del terzo gruppo automobilistico americano. Solo cinque anni fa la General Motors, pur di non prendere quell’azienda torinese che tutti consideravano semifallita, sborsò quasi 1 miliardo e mezzo di dollari di indennizzo. Non che sia merito di John, la firma del miracolo è quella di Marchionne. Ma sopra Marchionne, a garantirgli stabilità e a «coprirlo» finanziariamente, c’è stato soprattutto lui, il nipote dell’Avvocato.

Del resto, la sua scommessa imprenditoriale il Nipote l’ha chiara in mente: «Se il progetto Chrysler funziona, l’auto è per sempre. È il settore industriale con le massime potenzialità ancora da esprimere. Oggi la Fiat non ha bisogno di capitali, ma se dovessero servire saremmo pronti a investire». Attenzione, però: John fa il capo degli azionisti e il presidente, mentre la gestione è dei manager: «Il mio mestiere» aveva chiarito in un’intervista molto istituzionale rilasciata tre anni fa al Corriere della sera «è dedicarmi alla cura degli interessi di una famiglia larga e complessa. Per me è decisivo dare spazio a questa complessità e attrarre attorno ai nostri progetti i migliori manager e le migliori individualità. E metto l’anima nelle cose che faccio e per le persone con cui sto».

All’epoca nessuno ci avrebbe scommesso, ma oggi la ricucitura tra le correnti della famiglia è un fatto compiuto con l’avvento del cugino Andrea Agnelli al vertice della Juventus (e, si dice, presto anche alla Ferrari), con l’ingresso di Maria Sole nell’accomandita e con la sostanziale sconfitta dell’offensiva giudiziaria della madre Margherita.

Già: la madre, il padre, il patrigno… Come di John sottolinea il padre Alain, «il suo bello è che, pur essendo una persona che vive da sempre una vita assolutamente speciale, si sforza anche, e riuscendoci, di vivere una vita normale».

Nato a New York e cresciuto in Brasile andando nelle scuole francesi: ed è già la prima, robusta dose di stress. Lui viene al mondo nel 1976 e i genitori si separano nell’80. La madre si risposa con il russo Serge de Pahlen, un personaggio colorito, che quando l’Avvocato muore dichiara al giornale moscovita Isvestia che sarebbe stato lui a sostituirlo e che spesso ha il ghiribizzo di mandare i figli del primo matrimonio della moglie a mangiare con i domestici. Per carità, John non si sente un David Copperfield, ma qualche complessità c’era.

Si diploma in Francia e sceglie di frequentare l’università in Italia: Politecnico di Torino, ingegneria gestionale. Non va a vivere a Villa Frescot, col nonno (dove pure avrebbe potuto), ma si prende una camera dagli scolopi. «Educatissimo, puntuale, non si appartava dai colleghi di corso» ricorda di lui il preside di facoltà, Sergio Rossetto. «E intanto tirava di scherma, e la sera andava in Fiat da Romiti» annota ancora il padre Alain («Sì, un ragazzo veramente serio» conferma l’ex presidente della Fiat, ricordandolo con affetto) a guardarlo lavorare, a parlare di business. Tanto per non privarsi di nulla, per due anni segue i corsi sui bilanci delle società per azioni tenuti alla facoltà di giurisprudenza dall’avvocato dell’Avvocato, Franzo Grande Stevens. Insomma, «una vita da monaco», è ancora la sintesi del padre, «una vita che lui amministra senza risparmiarsi e dividendosi tra lavoro, viaggi continui e famiglia, legatissimo com’è a Lavinia e ai figli».

Lavinia, un amore del destino. Ramo cadetto dei Borromeo (le isole sono dei cugini), insieme da quando erano ventenni, innamorati dei figli Leone e Oceano («Nomi che abbiamo scelto per gusto, perché li identificano, hanno un significato per noi» ha spiegato il padre), nati al Sant’Anna di Torino, ospedale pubblico: una mogliecompagna, punto di riferimento molto solido. Del marito ha detto: «È una persona magnifica, vera, forte, responsabile. Una persona completa. Oltre che amarlo, lo stimo molto. Senza l’impegno in Fiat, la nostra sarebbe una vita più tranquilla, e io lo so perché l’ho conosciuto prima. Ma lui affronta tutte le situazioni, non si tira indietro».

Anzi, sa farsi avanti: come quando scelse di fare l’università a Torino, 16 anni fa. E adesso che ha scelto di diventare presidente. Da quel rientro volontario da Parigi su Torino in poi, quel che decolla è il rapporto con il nonno Gianni. Quasi un’adozione. Mostre, cinema, assaggi culturali. Sport: una virile iniziazione allo skeleton, lo slittino superveloce, a 16 anni a Sankt Moritz. Un sodalizio affettivo forte, quanto poteva manifestarsi nel cuore del personaggio-Avvocato.

Quando il successore designato alla guida della Fiat, Giovanni Alberto Agnelli, viene ucciso da un cancro raro e incurabile, l’Avvocato non esita. Chiama in consiglio il nipote e lo designa, fedele al suo principio: «In casa nostra comanda uno per volta».

John è ancora «Jaki», ha solo 22 anni, la stessa età, peraltro, che aveva il nonno quando era diventato consigliere Fiat. Solo che il destino dell’Avvocato sarebbe stato quello di restare in panchina per ben 26 anni, fino alla scomparsa di Vittorio Valletta, per diventare leader nel 1967, mentre l’apprendistato diretto del nipote dura molto meno. E gli induce un cambiamento di vita. Mentre ancora studia, «assaggia» l’azienda. Lavora alla Magneti Marelli di Birmingham, nello stabilimento polacco di Tychy, in una concessionaria di Lilla, fa uno stage anche alla General Electric di Atlanta. Tutte le volte torna alla base «più internazionale » di prima.

Fin da allora non vibra per la politica in genere, tantomeno per quella italiana: quando dirige per qualche mese La Scheggia, giornalino universitario, elimina i temi politici dalle sue pagine. Si sente cittadino del mondo: negli Usa è nato, in Brasile e in Francia ha vissuto, la Russia la conosce da parte di patrigno, in Cina ha viaggiato cento volte, e quando a 17 anni visitò l’India, alle pagode preferì la Silicon Valley di Bangalore. Così, pian piano, studiando e viaggiando e lavorando, da delfino diventa successore. «Vorrei che mio nonno fosse qui» ha detto quando è diventato presidente della Fiat. Quella sera del 2003, a Villa Frescot, vicino all’Avvocato che si spegneva, c’era seduto lui.

Va da sé che all’impresa familiare crede molto. A tre condizioni, però. «Perché un’azienda resista al passaggio delle generazioni occorrono tre requisiti: merito, chiarezza e capacità di adattamento. Il merito vale per tutti. Nessuno, che sia membro della famiglia oppure no, deve occupare cariche per le quali non è all’altezza, professionalmente e caratterialmente parlando. Ma deve valere anche il contrario: nessuno deve sentirsi forzato in un ruolo».

Insomma, occhio a quest’anima lunga dal sorrisetto evasivo: non sembra ma è uno tostissimo. E sta seduto su 8 miliardi di euro di partecipazioni finanziarie.

Commenti

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Il 29 Luglio 2010 alle 11:00 indigesto ha scritto:

Nascere tra gli Agnelli forse lo ha frenato. A quest’ora forse poteva essere Presidente degli USA. Le pare, Dr. Luciano?

Il 29 Luglio 2010 alle 13:34 fransua ha scritto:

IL 3MILLENNIO: leggete qua e capirete cosa voglio dirvi!!!!!
http://fransua.beepworld.it/pr.....ogetto.htm

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richard-branson




Giampiero Cantoni
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