Grazie, Marchionne

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Se Sergio Marchionne vincerà la sua campagna d’Italia, piegando le resistenze della Fiom a Pomigliano e a Melfi e convincendo i lavoratori della Fiat ad accettare nuove relazioni industriali, le multinazionali investiranno più volentieri nel nostro Paese. Ne è convinto Federico Golla, 55 anni, amministratore delegato della Siemens Italia, 5.600 dipendenti, 2,6 miliardi di fatturato e una presenza centenaria nella Penisola. «Sì, una vittoria di Marchionne cambierebbe in meglio la percezione che le grandi aziende hanno dell’Italia».
In che modo?
Beh, al di là dei singoli contenziosi a Pomigliano o a Melfi, Marchionne vuole far capire a tutte le componenti dell’industria, del sindacato, della politica che la situazione mondiale dopo la crisi è cambiata e che il nostro sistema di relazioni industriali è superato. Nessuno, a parte lui, ha avuto il coraggio di dare il la al cambiamento. La battaglia della Fiat potrebbe servire per mettere tutti intorno a un tavolo e ridiscutere positivamente il nostro modo di lavorare. Una svolta apprezzata nel mondo dell’economia internazionale.
Ma il sistema di relazioni industriali è così importante? Per l’Unctad dell’Onu gli ostacoli che frenano gli investimenti esteri in Italia sono la «scarsa istruzione dei lavoratori» e la «lunghezza del processo civile», più che lo Statuto dei lavoratori…
Non sono d’accordo. Quando alla Siemens dobbiamo decidere in quale paese investire, a svantaggio dell’Italia pesano quattro fattori: l’instabilità politica, confermata proprio in questi giorni; la carenza di infrastrutture; i tempi lunghi della burocrazia; la poca flessibilità dei sindacati.
E che cosa gioca a nostro favore?
L’Italia ha ancora una forte componente tecnologica, una buona cultura ingegneristica e un buon livello di formazione dei  lavoratori, soprattutto se confrontato con l’Est europeo.
Ma non mi dica che in Germania sono meno rigidi che da noi.
Sì, le norme sul lavoro in Germania ci consentono una maggiore flessibilità, abbiamo firmato accordi che ci permettono di lavorare su più turni adeguando la produzione ai ritmi della domanda. Il fatto è che il sindacalista tedesco è più attento ai problemi industriali, non si occupa solo di salari e pensioni. Invece da noi il sindacalista sembra avere una minore visione di lungo periodo.
Avete avuto in Italia scioperi con blocco della produzione, stile Melfi?
Non ne ricordo: fu difficile una decina di anni fa introdurre il sabato lavorativo in una nostra società, ma il caso fu risolto.
E se l’immagina un caso Melfi in Germania, con l’intervento addirittura del presidente della Repubblica?
In Germania si cerca di risolvere i problemi prima che esplodano.
Non le pare che a volte i lavoratori italiani siano pronti a mettere in gioco l’intera azienda per una questione di principio?
Sì, si ha l’impressione che prevalga la linea «muoia Sansone con tutti i filistei»: una concezione vecchia e superata, che difende l’esistente e non guarda avanti.
Lei che cosa cambierebbe?
Il contratto nazionale, seppure ancora troppo rigido, è migliorato: auspicherei contratti regionali e settoriali. Il che non sarebbe affatto contro l’interesse dei lavoratori.
Sta di fatto che siamo pagati meno che nel resto dell’Europa.
Ma cresciamo anche di meno degli altri.
Investite in Italia?
Quest’anno circa 100 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti 50 milioni per i prossimi 4 anni a Genova, nel settore del software per l’automazione industriale, che coinvolge circa 600 persone. Puntiamo anche sulle energie rinnovabili, dove contiamo di assumere una cinquantina di ingegneri. Ma siamo in attesa di capire che intenzioni ha il governo sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Altro nostro settore in crescita è la building automation.
Quanto conta l’Italia nel mondo Siemens?
Il gruppo ha un giro d’affari di 76 miliardi di euro e l’Italia è nei primi cinque paesi per importanza.
Conosce Marchionne?
No, l’ho solo sentito parlare un paio di volte alla Confindustria.
All’estero come è visto?
È molto noto e apprezzato. Il nostro amministratore delegato, Peter Loescher, lo conosce e ne ha un’ottima opinione.
Se ora lei avesse davanti Marchionne che cosa gli direbbe?
Gli farei i complimenti: sono di Torino e noi torinesi eravamo i primi a dare la Fiat per morta dopo la scomparsa di Gianni Agnelli. Poi è arrivato lui e in tempi rapidi ha dimostrato visione, coraggio e bravura.    n

Commenti

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Il 31 Agosto 2010 alle 11:56 pv21 ha scritto:

Parlare di nuove relazioni industriali serve a sviare l’attenzione dal pauroso calo di vendita delle auto. Cosa che non ha nulla a che fare con il confronto sindacale ed i diritti dei lavoratori. Da oltre 100 giorni “latita” il Ministro dello Sviluppo Economico. Basta non parlare delle “nebbie” autunnali di quella crisi (ex-ripresa) che grava sul paese come SE FOSSE STAGNAZIONE …
http://www.vogliandare.it/nat/.....ps1.html

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richard-branson




Giampiero Cantoni
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