

di Daniela Fabbri
Cercano un lavoro che permetta di realizzarsi come persone e non di guadagnare tanto, si aspettano solo un contratto a tempo determinato, non hanno le idee chiare su come cercarsi un posto. Secondo un sondaggio condotto in esclusiva per Panorama dalla Adecco, che ha intervistato 500 fra diplomati e laureati dai 18 ai 35 anni, i giovani italiani a caccia di impiego si presentano così: un po’ idealisti, un po’ disillusi, molto confusi. E non potrebbe essere diversamente, visto che il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto a luglio il 26,8 per cento, a fronte di una media europea del 19,6 per cento, e che secondo l’Istat il 60 per cento dei giovani fra i 18 e i 34 anni vive ancora in famiglia. Per comodità, certo, ma anche per impossibilità economica.
Trovare lavoro è difficile soprattutto in questo periodo, ma quel che colpisce dai risultati del sondaggio è pure la scarsa conoscenza degli strumenti da utilizzare. Il 64 per cento del campione ammette di aver trovato difficoltà a individuare un canale efficace per entrare in contatto con le aziende e il 26 per cento non sa come presentarsi. Due terzi del campione hanno utilizzato nella ricerca i siti di «recruiting online» e le agenzie per il lavoro, il 42 per cento anche i centri pubblici per l’impiego, mentre il 57 per cento la rete di conoscenze personali e familiari.
Ma è quando si chiede loro di valutare l’efficacia di questi strumenti che le cose cambiano: più di metà del campione sceglie il passaparola e la rete di relazioni come opzione principale, seguita dalle agenzie per il lavoro e dai siti specializzati. Precipita (al 7 per cento) il sistema di collocamento pubblico e anche i servizi di orientamento delle università raccolgono pochi consensi (4 per cento).
Un quadro che conferma una delle lacune di base del mercato del lavoro italiano: la carenza di efficaci strumenti di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro, solo in parte colmata dalle agenzie per il lavoro ma ancora senza un servizio pubblico funzionante. Si evidenzia anche come neodiplomati e neolaureati (magari anche con ottimi curriculum) siano sostanzialmente impreparati nella, certo difficile ma non impossibile, arte di trovare lavoro.
Lo conferma Matteo Sassi, capo delle risorse umane e recruitment manager del Credito Emiliano, 5 mila dipendenti suddivisi in oltre 600 sportelli: «Ogni anno vediamo passare circa 3 mila curriculum, partecipiamo ai career day, facciamo moltissimi incontri di orientamento con ragazzi dell’ultimo anno delle superiori. Mi rendo conto che sanno molto poco del mondo delle aziende, di quello che potrebbero essere chiamati a fare. E spesso non riescono a mettere in luce quelle peculiarità che potrebbero essere determinanti per l’assunzione. Al contrario, chi ha le idee chiare e le esprime è il primo a essere contattato».
Per di più, in un’epoca in cui gran parte delle chance di trovare un posto si giocano online, nessuno insegna ai ragazzi come compilare un curriculum efficace. «Il sito aziendale per noi è la principale fonte di selezione, saperlo usare correttamente dà delle possibilità in più» conferma Roberto Zecchino della Bosch Italia. «Per questo le università dovrebbero affidare a professionisti corsi su come si scrive un cv o come si sostiene un colloquio. Invece riceviamo curriculum cartacei scritti malissimo, per non parlare di quello in formato europeo, che è illeggibile».
Internet non è soltanto un contenitore di curriculum. Le grandi aziende lo utilizzano anche come termometro della «reputazione online», un aspetto da non sottovalutare: «Usiamo spesso Linkedin e gli altri social network per capire che tipo di network ha il nostro candidato, quali sono i suoi valori» spiega Els Van de Water, senior human resources manager della Microsoft Italia. «Per questo è importante fare attenzione a quello che si lascia in rete. Non dovrebbe esserci mai nulla di quello che non vorremmo che il nostro datore di lavoro sapesse».
Se il web è uno strumento da gestire con attenzione, c’è un altro network che è fondamentale: quello di relazioni personali e professionali da costruire. «Nel sondaggio oltre metà dei ragazzi ci dicono che hanno usato le conoscenze personali per trovare lavoro. Non lo considero un dato negativo» commenta ancora Van de Water. «Anzi, crearsi una rete di conoscenze che includa i compagni di studi, i professori, i colleghi conosciuti negli stage, persino chi si incontra in palestra, con cui scambiare idee, opinioni, esperienze e anche informazioni su possibilità di lavoro, è fondamentale». Un’attività che dovrebbe impegnare quasi quanto la compilazione dei curriculum e la risposta alle inserzioni delle aziende a caccia di persone da assumere. Perché non è la classica raccomandazione all’italiana, quanto l’attestazione di fare parte di un certo circuito professionale, che per le aziende è una garanzia in più.
Come muoversi quindi in questo universo assai complicato? «Innanzi tutto decidere cosa si vorrebbe fare, quali aziende potrebbero interessare, e inserire il proprio profilo nei siti aziendali, in quelli delle agenzie per il lavoro e nei siti trovalavoro» suggerisce Roberto Zecchino della Bosch. «Limitarsi alle conoscenze personali è un alibi, viste l’ampia scelta di canali che si hanno a disposizione».
«Il curriculum va studiato bene» raccomanda Matteo Sassi del Credem. «Ci interessa non solo quello che il candidato sa, valutiamo anche le attitudini, le potenzialità, l’atteggiamento. Per questo è importante segnalare anche le esperienze non accademiche».
«Se posso dare un consiglio, raccomanderei di non concentrarsi sul tipo di contratto offerto ma su quello che si vuole davvero essere o diventare» sottolinea Els van de Water. «E non avere timori nel candidarsi per le grandi aziende, anche se non si ha esperienza. Noi valutiamo soprattutto il potenziale, per esempio abbiamo appena assunto un ingegnere alle risorse umane. Il sondaggio comunque conferma quello che vedo: i ragazzi sono davvero alla ricerca della realizzazione, il lavoro diventa parte integrante della vita, si estende oltre l’orario d’ufficio, perciò il ritorno economico non è tutto».
E in attesa che i timidi segnali di ripresa si confermino c’è chi ha già cominciato ad assumere: è la Qvc, società americana di teleshopping con un canale televisivo che debutterà a ottobre sia sul satellite sia sul digitale terrestre. Per la nuova filiale italiana ha investito 65 milioni di euro e assunto 500 fra tecnici tv, amministrativi, operatori di call center, specialisti di marketing. «Abbiamo trovato ottime professionalità» commenta l’amministratore delegato Steve Hoffman. «Certo alcune figure sono totalmente nuove per l’Italia e dobbiamo formarle, ma l’importante è avere persone brillanti e motivate, il titolo di studio non è determinante».
- Lunedì 13 Settembre 2010
EURO SI O NO?
STRATEGIE E NUMERI DELLA BIG IPO
COME SI CALCOLA
LA CRISI IN CIFRE
FAME, DISOCCUPAZIONE, NUOVI POVERI
ECONOMIA 2.0
IL PIANO MONTI
LA RIFORMA: ARTICOLO 18, PROPOSTE, DIBATTITO
LA RIFORMA, I NUMERI, LE POLEMICHE
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
START UP E IL NETWORK ITALIA-USA
APPLE - LUCI E OMBRE
FOTOGRAFIA EUROPEA 2012
IL GRAFICO DELLA SETTIMANA
VITE STRAORDINARIE
DIETRO LE QUINTE
IL MADE IN ITALY DI SUCCESSO










IL MEGLIO DEL 2011
G20 di Cannes: i protagonisti e le loro sfide






Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.