
(Credits: Epa)
La Federazione degli industriali coreani ha dichiarato questa settimana che serviranno almeno tre trilioni di dollari per portare a termine la riunificazione di una penisola i cui confini sono in discussione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La Federazione è giunta a questa conclusione dopo aver intervistato una ventina di esperti, tutti convinti che nonostante sarà quasi impossibile per Seul e Pyongyang raggiungere un accordo nei prossimi cinque anni, i presupposti di una riunificazione potrebbero concretizzarsi nell’arco di massimo due decenni.
I tre trilioni di dollari servirebbero in parte a ridurre l’enorme divario tra il Nord e il Sud della penisola, ma il problema è che i costi da sostenere per uniformare gli standard di vita del Paese potrebbero diventare ancora più alti nel lungo periodo. Del resto, il reddito medio della Corea del Sud è di circa 20.000 dollari, quello del Nord supera a stento i mille.
Avendo percepito la preoccupazione della popolazione di fronte a questa prospettiva, il Presidente Sudcoreano Lee Myung-bak ha messo le mani avanti e ha (ri)proposto l’approvazione di una ‘tassa di riunificazione’, convinto che i problemi economici del breve periodo, se affrontati con una strategia lungimirante, potranno essere superati facilmente, lasciando spazio ai vantaggi che la riunificazione porterà inevitabilmente con sè nel medio-lungo periodo.
Il Presidente Sudcoreano aveva già esposto la sua strategia di riunificazione a metà agosto, spiegando ai coreani che in un primo momento le tasse sarebbero aumentate del 2% per i successivi sessant’anni. In una seconda fase sarebbe stato necessario potenziare il commercio con la Corea del Nord e, solo a questo punto, sarebbe stato possibile riunificare la Corea su basi di omogeneità e fratellanza.
A metà agosto, però, Seul e Pyongyang continuavano a non parlarsi per la vicenda dell’affondamento della Cheonan. Non solo: le affermazioni del Presidente avevano indispettito il Nord, che ha accusato il piano di riunificazione di essere il paravento di una neo-colonizzazione; il Sud, dove la popolazione sembra dare più importanza ai costi immediati della riunificazione piuttosto che ai suoi presunti vantaggi futuri; e la Cina, che vuole evitare a tutti i costi che Pyongyang dipenda economicamente da Seul. Ma è proprio questo il motivo per cui gli imprenditori Sud coreani appoggiano la strategia di riunificazione proposta del Presidente: negli ultimi anni solo Pechino è riuscita a cogliere le opportunità economiche migliori offerte da Pyongyang. In un momento di crisi economica a Sud (e di destabilizzazione del regime a Nord), Seul dovrà fare il possibile per soffiare a Pechino qualche accordo commerciale con Pyongyang.
- Lunedì 20 Settembre 2010
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Commenti
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Il 20 Settembre 2010 alle 14:30 p.a.d ha scritto:
Meglio non pensarci!
E non parlo di “costi”, ma anche soltanto all’idea di una riunificazione.
Sono ormai due realtà talemnte diverse ed opposte che un’impensabile riunificazione anziché giovare alla Korea del nord trascinerebbe nella mediocrità della medesima la Korea del sud!
L’ho già detto in altre occasioni: mischiando buon vino con l’aceto non si ottiene una nuova qualità di vino, ma soltanto altro aceto.
Il 24 Settembre 2010 alle 16:17 indigesto ha scritto:
E’ chiaro che alla Cina conviene lasciare le cose come stanno. Difficile pensare a ragioni “sentimentali” di Seul nel pensare ad una riunificazione, anche se si tratta di un solo popolo, in ogni caso abbastanza omogeneo. Le vere ragioni sono sempre le stesse: unificare acchè i più forti, che poi sono sempre quelli che meditano e preparano l’unificazione, possano trarre vantaggi dai più deboli. Lo stiamo vedendo anche con l’unione europea, dove le uniche ragioni “unificanti” sono gli interessi dei soliti noti.
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