Mario Deaglio: la politica non c’entra con le dimissioni di Profumo

L'economista Mario Deaglio

L'economista Mario Deaglio

Una cosa sull’affaire Profumo è certa: la politica c’entra poco o niente. Scordatevi i complotti di Palazzo o la manina nascosta di chissà chi (Berlusconi, Geronzi o la Lega) dietro le dimissioni dell’ex ad di Unicredit. La pensa così Mario Deaglio, ex direttore de il Sole 24 ore e professore di Economia all’Università di Torino, uno dei massimi esperti del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi. Perché è una “tipica deformazione dei giornalisti italiani far entrare la politica in tutto”, spiega a Panorama.it.

Nel quadro d’insieme, infatti, tra le componenti che hanno portato alle dimissioni di Alessandro Profumo spiccano quelle di natura economica, legate insomma ai risultati dell’istituto. “Già un anno fa si era parlato di possibili dimissioni”, spiega Deaglio. “Ed era una possibilità che derivava dalla presenza in Unicredit delle fondazioni, che sono soci particolari con determinati programmi di spesa e che, ovviamente, fanno affidamento sui dirigenti per sostenerli. Solo che negli ultimi due anni i soldi non sono arrivati più e anzi è stato chiesto un aumento del capitale”.

Così si è alimentato il malcontento all’interno della compagine azionaria, sopprattutto in quella italiana. Poi c’è stata la crisi e con il passare dei mesi si è creata una generale insoddisfazione per i risultati del gruppo. I discorsi politici, quindi, vengono dopo: ”Se non ci fosse stata questa situazione, la Lega non avrebbe fatto tutte quelle dichiarazioni”, sottolinea Deaglio.

Poi c’è la questione della scalata dei libici, che in queste dimissioni “non hanno alcuna colpa, perché il loro è un investimento di medio lungo termine, come è successo con la Fiat”; e il malessere dei soci tedeschi (e soprattutto la stampa), che esprimono il presidente, Dieter Rampl, e che hanno da sempre mal digerito il piglio risolutivo di Profumo, tanto da affibbiargli il soprannome di “Mister Arroganz” (il suo ultimo “sgarro”, sarebbe la mancata comunicazione dell’aumento della quota del fondo d’investimento libico).

Fatta la conta di amici e nemici interni (che avrebbero voluto la testa di Profumo), alla fine però le sue dimissioni non avranno una conseguenza immediata sulla strategia del gruppo, ma potrebbero frenare la spinta verso l’estero, fortemente voluta dall’ex ad di Genova. “Unicredit ha una forte presenza nei paesi dell’Est Europa, dove però i risultati sono stati sotto le aspettative. Non escludo quindi che ci possa essere un cambiamento in questa direzione”, aggiunge l’economista torinese.

Difficile, comunque, che Unicredit torni ad essere soprattutto una banca italiana, “anche perché le sue azioni sono sul portafoglio di mezzo mondo. Per questo è probabile che il successore, qualora non sia pescato tra le risorse interne, provenga dal mercato internazionale dei manager”, conclude Deaglio. Nel primo caso circola il nome di Roberto Nicastro, vice di Profumo, e anche di Matteo Arpe, che è l’ex ad Capitalia; nel secondo, il nome in pole position è Andrea Orcel, ex Bank of America e ora in Merrill Lynch. Orcel ha incontrato giovedì i vertici Unicredit. C’è fretta sulla nomina del successore. La Borsa non perdonerebbe ulteriori ritardi.

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