

Non si sa se Flavio Tosi abbia festeggiato alla notizia delle dimissioni di Alessandro Profumo dal vertice dell’Unicredit. Avrebbe dovuto: dal primo giorno della sua elezione a sindaco di Verona ha giocato a freccette contro la faccia dell’ex amministratore delegato, forte del fatto di essere uno dei dominus della Fondazione Cariverona, proprietaria del 4,6 per cento della prima banca italiana. In altre parole il leghista Tosi è come se non aspettasse altro. E infatti…
Sindaco, ha attaccato Profumo in modo ossessivo.
Niente di personale.
Ma lo ha accusato di tutto.
Innanzitutto di avere fatto entrare i libici nel capitale della banca. Io dico solo che qualcuno sapeva dei libici e qualcun altro no.
I soci della banca sono centinaia di migliaia. Avrebbe dovuto fare centinaia di migliaia di telefonate?
Ne bastavano quattro-cinque.
Esistono regole che impediscono all’amministratore delegato di divulgare informazioni di questo tipo.
Parlo da profano, ma se qualcuno annusa che c’è una scalata in corso, è dovere del consiglio d’amministrazione e del capo azienda difendere l’italianità. Perché l’Unicredit è un patrimonio nazionale e come tale va difeso. Punto e basta.
Però i libici hanno comprato le azioni in borsa. È il mercato…
La Francia difende le sue aziende tutti i giorni, alla faccia del mercato.
Ma lei è così convinto che Tripoli stia scalando l’Unicredit?
Hanno già il 7,5 per cento. A me sembra tanto di sì. Facciamo un’ipotesi di scuola: se nessuno avesse sollevato il problema, magari salivano tranquillamente al 10 per cento e magari arrivava qualcuno che comprava un altro 5 per cento e a quel punto avrebbero avuto il 15 per cento. Se non è una scalata questa…
Facciamo un’altra ipotesi di scuola. Il 60 per cento del capitale dell’Unicredit è in mani non italiane. Che cosa succederebbe se alla prossima assemblea dei soci il presidente, tedesco-austriaco, Dieter Rampl proponesse lo spostamento della sede della banca fuori dall’Italia o la fusione con una banca tedesca?
Non credo che nessuno ci proverà. Sarebbe un affronto.
Seconda accusa a Profumo: invece di farsi aiutare dallo Stato nel momento di massima crisi finanziaria, ha varato due aumenti di capitale. Se avesse comprato i Tremonti bond sarebbe andata diversamente?
C’è chi ha accettato di contagiarsi con soggetti non appartenenti al mondo bancario e chi sostiene che la finanza è intoccabile e inviolabile. Sono due modi di pensare molto diversi.
Terza accusa: ha fatto sparire sette banche controllate fondendole in un’unica holding togliendo rappresentanza ai territori.
Ho parlato con tutti i vertici dell’Unicredit, Profumo compreso, e tutti mi hanno dato le massime garanzie che la ristrutturazione societaria non intaccherà il radicamento territoriale. Se manterranno le promesse, non ci sarà alcun problema e per adesso non sono preoccupato.
Quarta accusa: 4.700 esuberi in tre anni.
L’atteggiamento dell’Unicredit è di gestirli in maniera morbida. Se fosse libica si farebbe meno scrupoli.
Come dovrebbe essere il successore di Profumo?
Non mi interessa. L’unica cosa che mi interessa è che blocchi la scalata dei libici.
E se fosse straniero?
Non mi interessa, ho detto. A me interessa che l’Unicredit sia sempre più italiana e sempre meno libica e quindi a me va bene chiunque li blocchi. Noto, fra l’altro, che la scalata di Tripoli è iniziata con un amministratore delegato italiano, quindi…
Quindi meglio straniero che italiano?
Beh, non esageriamo.
- Lunedì 27 Settembre 2010
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