

I sindacati, si sa, sono pignoli. Così, quando quelli dell’Unicredit hanno saputo che il loro amministratore delegato ha lasciato la banca con 40 milioni di liquidazione, hanno fatto due conti. E hanno scoperto che la buonuscita di Alessandro Profumo corrisponde, euro più, euro meno, al taglio del 40 per cento che lo stesso Profumo ha voluto assestare al premio aziendale 2010. E il fatto che 2 di quei 40 milioni saranno dati in beneficenza, come ha detto la moglie Sabina Ratti ai giornalisti, non ha attenuato lo sconcerto.
Ecco, i sindacati: saranno il primo scoglio che il nuovo amministratore delegato dovrà affrontare se vorrà gestire la banca e non solo comandarla. La prima richiesta che si troverà di fronte sarà quella di ridiscutere da cima a fondo il piano industriale lasciato in eredità da Profumo che prevedeva 4.700 esuberi in tre anni, concentrati soprattutto al Nord, da realizzare attraverso un’automazione spinta delle operazioni bancarie. Il piano prevede che entro dicembre di quest’anno l’88 per cento delle operazioni dei clienti avvenga presso le casse automatiche e che entro il 2013 si arrivi al 90 per cento. Come? Semplice: togliendo cassieri. Le filiali dove attualmente ce ne sono due sono 1.972, in 972 di queste verrà tolto un addetto allo sportello e questo dovrebbe indurre i clienti a usare più intensamente le casse automatiche.
Sindacati imbufaliti a parte, il nuovo capoazienda si troverà a dover gestire una banca che in plancia di comando conta: un presidente interventista tedesco, Dieter Rampl, che ha licenziato il suo predecessore; quattro vicepresidenti di cui due (Luigi Castelletti e Fabrizio Palenzona) accusano il terzo (Omar Bengdara, governatore della banca centrale libica e consigliere della Lybian investment authority) di voler scalare la banca; quattro viceamministratori delegati che si parlano il minimo indispensabile e che sono in rotta (da sempre) con il country manager per l’Italia, Gabriele Piccini, considerato espressione della politica. Praticamente un Vietnam.
Sul fronte dei conti la situazione è ancora più complicata. Dopo due aumenti di capitale (totale: 10,5 miliardi in tre anni) i ritorni ancora non sono soddisfacenti: solo 669 milioni gli utili nel primo trimestre del 2010, che sono certamente di più dei 447 dello stesso periodo del 2009 ma sono in forte calo rispetto al miliardo del primo trimestre 2008.
Come mai? Uno dei motivi è nell’indice «mark down», che rappresenta la differenza tra quanto la banca guadagna investendo i suoi soldi nel circuito interbancario e quanto gli costa remunerare il capitale che i clienti versano sui loro conti correnti. Nel 2008 l’Euribor (il circuito dove le banche si prestano tra loro i soldi) è stato sempre mediamente superiore al 4 per cento e la remunerazione dei conti era vicino allo zero, quindi la banca poteva impiegare i soldi dei correntisti nel circuito Euribor e guadagnare più del 3 per cento. Oggi il tasso Euribor è intorno all’1 per cento, mentre la remunerazione dei conti è rimasta stabile. Ciò significa che il mark down, cioè il possibile guadagno della banca, è al massimo di 1 punto percentuale e questo comprime gli utili.
È vero che si tratta di una situazione comune a tutti gli istituti di credito, ma quelli che sfuggono alla trappola del mark down sono quelli che più lavorano con le imprese, le quali remunerano i soldi presi in prestito più del tasso Euribor. Il problema è che nel primo semestre del 2010 l’Unicredit ha ridotto il credito alle imprese per circa 10 miliardi. Per questo il successore di Profumo dovrà lavorare sodo per recuperare il mercato delle aziende e diminuire l’attività finanziaria.
Fra l’altro, fonti delle fondazioni bancarie, grandi azioniste della banca di piazza Cordusio (politicamente influenzate dalla Lega), non dimenticano di puntare il dito proprio su quel numero: meno 10 miliardi alle imprese in soli sei mesi. Significa che nei territori d’elezione della banca le aziende si sono viste ridurre gli affidamenti. Un’accusa alla quale l’istituto ha sempre replicato (è anche la posizione dell’Abi) che è il tessuto produttivo italiano a non richiedere finanziamenti a causa dello stallo dell’attività economica. Ma resta il fatto che nel 2009, secondo uno studio del Sole 24ore, l’Unicredit è stata la banca che ha destinato meno risorse, in rapporto al totale degli impieghi, a favore delle imprese: il 51 per cento (più o meno la stessa percentuale del Mps) rispetto al 55 per cento dell’Intesa Sanpaolo e al 58 medio delle banche territoriali, come le popolari o le casse di risparmio (alcune delle quali arrivano al 60 per cento).
Infine c’è il piano di ristrutturazione societaria. Il 1°novembre è previsto che la banca assorba sette controllate all’interno della capogruppo dando vita a quello che viene chiamato «Bancone». Ciò che ci si chiede nei corridoi della banca è se il successore di Profumo sarà in grado di guidare una fusione «interstellare» di ben sette banche in un colpo solo. Da questa fusione resta escluso il Mediocredito centrale (Mcc) che Profumo aveva «promesso» al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale voleva farne la pietra angolare della nuova Banca per il Sud. Il destino dell’Mcc pare sia stato uno dei motivi di risentimento dei soci dell’Unicredit verso l’ex leader.
Ora il nuovo capoazienda avrà un bel problema da risolvere: confermare la cessione della banca e assecondare i progetti «di sistema» del potente ministro dell’Economia, oppure cancellare la decisione per compiacere i soci ma attirare su di sé gli sguardi obliqui di Tremonti? Un bel dilemma davvero. Uno dei tanti.
- Lunedì 4 Ottobre 2010
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