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Il Giappone ha trovato un modo per evitare di rimanere a secco di minerali. E non tanto di rame e carbone, ma di quelle componenti magnetiche che consentono alle tecnologie nipponiche di funzionare. Fino a oggi le ‘materie prime del futuro’ Tokyo le ha importate dalla Repubblica popolare, e oggi ha paura che i dissapori con Pechino possano interrompere definitivamente questo importante commercio, visto che l’esportazione di indio, antimonio, lutezio, ittrio, scandio, europio, neodimio e diversi altri metalli è già bloccata da più di due settimane. Una decisione, questa, che ha messo in difficoltà giganti come Toyota e piccoli produttori di auto elettriche, turbine eoliche, schermi dei computer, semiconduttori, batterie e smartphone.
La municipalità di Kosaka, nel nord del Paese, ha avuto una brillante idea per ridurre questo tipo di dipendenza: riciclare i metalli e i minerali dalle montagne di computer e cellulari da rottamare accumulati nel Paese. Tetsuzo Fuyushiba, ex ministro oggi all’opposizione, ha dichiarato al New York Times che il Giappone ha scoperto nei vecchi cellulari una miniera d’oro, da quando Dowa Holdings ha messo in funzione un impianto per riciclare componenti elettroniche in maniera da poterne estrarre i preziosi minerali. Non solo: Tokyo sembra essere persino intenzionata a importare vecchi computer e cellulari dall’estero per aumentare la quantità di minerali da riciclare e ridurre ulteriormente la dipendenza dalla Cina.
Un centro di ricerca nipponico ha calcolato che Dowa Holdings dovrebbe riuscire a estrarre 300.000 tonnellate di componenti magnetiche da telefoni e computer usati già presenti nel Paese. Una quantità minima se si considera che nella Repubblica popolare si trova il 93% di questi elementi. Allo stesso tempo, se il commercio di questi metalli dipende in maniera così massiccia da un solo Paese, chi ha bisogno di importarli deve necessariamente trovare un modo per evitare i ricatti di Pechino, che ha già annunciato di voler tagliare le esportazioni verso tutto il mondo. Magari non necessariamente per mettere in difficoltà le aziende straniere del settore, quanto magari per potenziare l’elettronica made in China.
- Martedì 5 Ottobre 2010
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