Tremonti contro tutti: Giulio mani di forbice e i nemici in casa


Tremonti contro tutti: Giulio mani di forbice e i nemici in casa

«Tienili buoni, sennò…». Sennò? Clic. Giulio Tremonti è fatto così. Quando telefona non chiede, ingiunge. Come quando ha avvertito il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, che non dovevano esserci defezioni da parte degli onorevoli di maggioranza sul Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef). Sennò? Sennò la lettera con le dimissioni (e lo spauracchio del governo tecnico) Tremonti l’ha sempre pronta. Possibile che si arrivi a tanto? Beh, quel che è certo è che il massimo che oggi farebbero alcuni suoi colleghi ministri per trattenerlo sarebbe… salutarlo.

Nel governo, infatti, Tremonti comincia a essere visto come un ostacolo alla «soluzione del problema». Il problema è che la ripresa non è robusta come sarebbe necessario; una soluzione sono gli investimenti pubblici e le riforme. E l’ostacolo è l’unico ministro che ha potere di firma, però non firma. Come ha detto lui stesso, quando si discuteva se attribuire a un ministro il rango di ministro con o senza portafoglio: «Non capisco queste discussioni. Con portafoglio, senza portafoglio, qui l’unico ad avere il portafoglio sono io». E se lo tiene ben stretto.

Nessuno fra i ministri ricorda un solo episodio nel quale Tremonti abbia detto sì a una qualunque richiesta di fondi. Promette, si impegna, poi al momento di erogare regolarmente si sfila. A Gianni Alemanno, sindaco di Roma, con il quale ha un feeling particolare e a cui erano stati promessi soldi, il problema è stato risolto con un «transito» di immobili dal governo al comune. Così, niente contanti.

Anche Italia futura, il think-tank di Luca Cordero di Montezemolo, il 12 ottobre ha lanciato una provocazione: «Tremonti ha mostrato di fare bene, ma, se l’incapacità di pensare alla crescita trasforma il ministro dell’Economia in un ministro del Bilancio, allora sarebbe auspicabile che il premier facesse in prima persona delle scelte fondamentali di politica economica». Frase evidentemente non condivisa da Emma Marcegaglia, che è succeduta a LCdM alla presidenza di Viale dell’Astronomia: «Tremonti pensa alla crescita», ha detto in difesa del ministro.

Tuttavia, è un fatto che lo stesso premier Silvio Berlusconi, in realtà, deve chiedere: «Andrò a Napoli a risolvere il problema dei rifiuti, appena Tremonti concederà i soldi promessi» ha detto, rispondendo indirettamente a tutti i ministri che ogni giorno lo assillano lamentandosi del «professore». Il quale, ogni volta, risponde che senza i suoi no l’Italia farebbe la fine della Grecia (e probabilmente non ha tutti i torti); e che senza la fiducia dei mercati nel processo di contenimento della spesa i bot arriverebbero a interessi non sopportabili.

I suoi no, soprattutto quelli giudicati non indispensabili, rischiano però di condizionare l’azione politica della maggioranza. Per esempio, le riforme. Quella dell’università firmata da Mariastella Gelmini dovrebbe essere il fiore all’occhiello dell’esecutivo perché premia, per la prima volta nella storia, la meritocrazia. Gli stipendi dei docenti saranno parametrati anche alla qualità della ricerca accademica e i ricercatori migliori saranno stabilizzati. Sarebbe tutto perfetto, se solo il ministro Tremonti eliminasse i tagli di 1,3 miliardi decisi nel 2009 e nel 2010. Si è notata la freddezza di Gelmini: alla festa del Pdl a Milano, alla fine di settembre, quando il premier ha citato il ministro dell’Economia, lei, vistosamente, non ha applaudito. «Però Tremonti si è impegnato» dice Giuseppe Valditara, relatore della riforma.

Il fatto è che è stato Gianfranco Fini, leader di Futuro e libertà, ad avere calendarizzato, da presidente della Camera, il dibattito sulla riforma prima della sessione di bilancio, che conferma i tagli decisi nelle precedenti manovre. Un piccolo sgambetto istituzionale che fa tornare l’orologio della politica al 3 luglio 2004, quando Tremonti si dimise dopo un furioso scontro proprio con Fini che gli rimproverava di tagliare troppo: «Tu non capisci niente di politica» gli urlò Fini. «E tu non capisci niente di economia» gli rispose Tremonti.

«Siamo ancora lì» commenta oggi Italo Bocchino, sodale di Fini in Futuro e libertà. «Non è Tremonti che può decidere dove tagliare». E invece lo fa, aggiungendo che «chi non vuole i tagli lineari vuole solamente conservare la spesa pubblica così com’è». Il che, detto da lui, suona più o meno come un insulto.

I conflitti con i colleghi, ormai, non si contano più. Al ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta il ministero dell’Economia ha rallentato la riforma «meritocratica » della pubblica amministrazione, anche se questo non impedisce al ministro veneto di difendere il collega: «È il miglior ministro d’Europa perché ha saputo guidare la politica economica dell’Italia nelle tempeste della crisi».

Al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha tagliato tutto il tagliabile, tanto che ha minacciato di dimettersi (anche lei), «così la responsabilità di chiudere i parchi te la prendi tu».

Al ministro delle infrastrutture Altero Matteoli ha tolto soldi (una ricerca della Finlombarda dice che in Lombardia, tra giugno 2009 e giugno 2010, sono partiti cantieri per 96 milioni di euro invece dei 2,1 miliardi del periodo precedente).

Al ministro della Cultura Sandro Bondi (che ha minacciato di andarsene) ha ridotto i fondi per lo spettacolo e, come spesso Tremonti fa anche con gli altri, ha scelto che cosa, quanto e a chi togliere.

Al ministro della Gioventù Giorgia Meloni ha tagliato i (già pochi) fondi per le sue iniziative, però lei lo perdona: «È un genio, manca solo di un po’ di umanità» dice comprensiva.

Al ministro della Giustizia Angelino Alfano ha bloccato il piano per le carceri (mentre le prigioni scoppiano, con 68.598 detenuti e una capienza di 44.745 posti).

Al ministro per le Regioni Raffaele Fitto ha commissariato Campania, Lazio, Molise, Abruzzo e Calabria per insostenibile deficit sanitario. Fitto se n’è lamentato e Tremonti gli ha risposto facendo il gesto delle manette, provocando lo scatto d’ira del giovane ministro che si è opposto (con Prestigiacomo) al progetto tremontiano della Banca per il Sud.

Al ministro alla Salute Ferruccio Fazio ha cambiato il meccanismo delle gare per la fornitura dei farmaci per i quali è scaduto il brevetto, garantendo la rimborsabilità solo ai quattro generici meno cari. Gli industriali protestarono e Fazio si schierò dalla loro parte: «Le richieste della Farmindustria sono giuste».

Con il ministro dello Sviluppo Paolo Romani, nominato da poche settimane, non ha ancora avuto il tempo materiale per litigare, ma c’è da credere che lo farà presto, quando il neoministro ritirerà fuori il progetto per il nucleare e gli chiederà conto degli 800 milioni di fondi europei che sono stati assegnati all’incentivazione del turismo in seguito a un accordo con Michela Vittoria Brambilla. E dei 100 destinati allo sviluppo regionale: tutti fondi che, comunque, restano nella disponibilità del ministero. E gli chiederà conto anche dei 314 milioni di fondi europei destinati al governatore siciliano Raffaele Lombardo per stabilizzare 22.500 precari. Sempre a Lombardo sono stati promessi (e, anche questi, non ancora concessi) altri 4,3 miliardi di fondi europei che, però, devono essere cofinanziati, e se Tremonti non firma… Infatti: quando Berlusconi dice che per il Sud sono pronti 100 miliardi di euro entro il 2013, dice il vero. Il premier li ha avocati a sé, in un fondo presso Palazzo Chigi. Solo che per spenderli devono essere cofinanziati da soldi italiani. Cioè serve la firma di Tremonti.

E poi c’è il ministro Maurizio Sacconi. No, con lui Giulio non sembra abbia mai litigato, ma forse più per la proverbiale pazienza di Sacconi che per la disponibilità del ministro dell’Economia a ragionare.

«Ragionare? Impossibile» racconta un ministro donna. «Una volta sono andata a chiedergli dei fondi di importo insignificante e lui mi ha risposto: hai sbagliato tempi, modi e anche governo».

Oltre che con Sacconi, Tremonti non ha mai litigato con i tre ministri della Lega: Roberto Maroni, al quale ha trovato i soldi per le tredicesime ai poliziotti e per evitare i tagli alla sicurezza (successi condivisi con il ministro della Difesa Ignazio La Russa); Umberto Bossi, con il quale va in vacanza e festeggia i compleanni; e Roberto Calderoli, il cui intervento ha evitato che ai notai fosse tolta la competenza per il passaggio di proprietà delle aziende. «Chi non vuole Tremonti» disse Calderoli «si ricordi che un ministro tecnico dura quanto un gatto randagio sull’Aurelia».

Alla Lega, invece, Tremonti non dice (quasi) mai no: non ha fatto una piega sulle multe per lo sforamento delle quote latte, quando ministro era il leghista Luca Zaia, il cui pagamento da parte degli allevatori del Nord è stato rinviato sine die (provocando le minacce di dimissioni del successore di Zaia, Giancarlo Galan). E, soprattutto, lavora con Calderoli e Bossi per accelerare la riforma federalista, cui pare credere quasi più dei «padani». E qui c’è un problema: le tasse. Tremonti vuole spostare l’imposizione dalle persone alle cose. Berlusconi ha promesso, anche per garantirsi i voti dell’Udc di Pier Ferdinando Casini, il varo del quoziente familiare. Bossi vuole più autonomia impositiva per le regioni. Un rebus. Risolvibile, ma a che prezzo? Nel 1990, quando il governo si attribuì la delega per introdurlo, si stimò un minore incasso di 3,5 miliardi, tuttavia altre stime parlano di una decina di miliardi in meno per il fisco.

Se qualcuno s’azzarda a dirlo al ministro dell’Economia, rischia quasi di essere sbranato. Però il problema politico c’è, perché se si vuole andare fino in fondo con la riforma «alla francese» (dove il quoziente c’è da decenni) è da Tremonti che si deve passare. E se dicesse no? È vero che modulando i quozienti dei componenti della famiglia il costo scende, ma difficilmente arriverebbe a zero.

Sulle tasse, insomma, Tremonti rischia che il governo lo isoli. Ma probabilmente Giulio è convinto che, semmai, sarà lui a isolare il governo.

Commenti

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Il 19 Ottobre 2010 alle 7:56 boghero ha scritto:

Forza Giulio… tenga duro… c’è ancora molta ciccia da tagliare.. in fin dei conti gli Italici abitanti della penisola sanno dare il massimo quando sono con l’acqua alla gola… Se poi il buon Silvio si dovrà dedicare maggiormente ai suoi problemi personali, penso lei sia l’unico in grado di caricarsi una croce così pesante…

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richard-branson
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