Miracolo Unicredit: riesce ad espellere 3.000 esuberi. Con il sì della Cgil

Il logo di Unicredit in un'immagine d'archivio (Ansa)

Il logo di Unicredit in un'immagine d'archivio (Ansa)

Quell’unità sindacale che sembra un miraggio nel metalmeccanico è invece realtà nelle banche. Se l’accordo di Pomigliano per rilanciare lo stabilimento Fiat quest’estate ha di fatto spaccato in due il fronte sindacale isolando la Fiom, il patto generazionale di Unicredit, che prevede 4.700 esuberi, mostra invece la firma di tutte le sigle sindacali.

Il punto che ha convinto tutti (anche la Cgil) è questo: i  primi 3.000 esodi previsti fino al 31 dicembre 2013, su base volontaria o incentivata e che riguardano i dipendenti che hanno maturato i requisiti per la pensione (la maggior parte dei quali fanno capo alle tre principali società che gestiscono gli sportelli: Unicredit Banca di Roma, Unicredit Banca e Banco di Sicilia), saranno compensati con 2.200 assunzioni di giovani, tra apprendisti già in servizio (1077) e nuove assunzioni (1123).

I sindacati, inoltre, hanno ottenuto dall’azienda l’impegno di privilegiare l’assunzione dei figli dei dipendenti, che avranno come unici vincoli il possesso della laurea e la conoscenza della lingua inglese, ma non l’assunzione automatica per i figli dei dipendenti destinati al prepensionamento.

Un accordo “ad hoc”, insomma, quello della nuova era dell’ad Federico Ghizzoni, a cui si è arrivati dopo sei giorni non stop e che secondo Agostino Megale (Disac - Cgil) è la dimostrazione della “tenuta di tutto il sindacato su obiettivi chiari”, mentre per Giuseppe Gallo (Fiba Cisl) “segue la stessa impostazione dell’accordo stipulato in Intesa San Paolo” che prevede 1.000 assunzioni, 600 nel Sud Italia e a Torino e 400 dalla trasformazione a tempo indeterminato dei contratti a termine.

Allora (febbraio 2010) la Cgil non firmò, ma si trattò di un caso isolato, anche perché “in tutti gli altri appuntamenti importanti nella storia della nostra banca, la Cgil c’è sempre stata”, ha assicurato Corrado Passera, numero uno di Intesa San Paolo. Che già guarda al futuro: “Il contratto nazionale resta centrale, ma dobbiamo lasciare più spazio a quelli aziendali che tengano conto dei cambiamenti e delle esigenze dell’impresa e di ogni settore. È questa una delle prossime sfide che dobbiamo cogliere insieme al sindacato”. Un percorso che nelle banche e nei servizi, a differenza di altri settori, potrebbe diventare realtà.

Commenti

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Il 25 Ottobre 2010 alle 19:19 pv21 ha scritto:

La FIAT di Marchionne starebbe meglio senza l’Italia. Non si sentono più gli applausi degli alfieri di “Fabbrica Italia” e non c’è più chi giura sui 20 mld di investimenti promessi. SACCONI (Lavoro) non trova più le parole e ROMANI (Sviluppo Economico) preferisce tacere. Eppure era solo un problema di “nuove” relazioni industriali. Di certo si vedono le “nebbie” autunnali di quella crisi (ex-ripresa) che da mesi grava sul paese come SE FOSSE STAGNAZIONE …
http://www.vogliandare.it/nat/.....ps1.html

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