

di Ugo Bertone
Dal giorno del crimine perfetto è passato un mese o poco più. Il tempo che c’è voluto per spartirsi all’Unicredit l’eredità di Alessandro che fu il Grande: martedì 21 settembre, la notte della defenestrazione di Profumo; nove giorni dopo, il consiglio a Varsavia con la nomina ad amministratore delegato di Federico Ghizzoni da Piacenza, il successore forse meno atteso. Infine, sempre di martedì, addì 26 ottobre, il premio a due ex profumini. La direzione generale a Roberto Nicastro, prediletto di Paolo Biasi; e un posto da chief operating officer, posizione nuova di zecca per Paolo Fiorentino, altrimenti a bocca asciutta. In uscita invece Sergio Ermotti.
Cala così il sipario su «Delitto dietro lo sportello», frammento di cronaca finanziaria dai risvolti gialli che, a 40 giorni dai fatti, presenta ancora lati oscuri. Certo, i cospiratori, le fondazioni di casa nostra e i consiglieri tedeschi, hanno lasciato impronte un po’ dovunque. Ma sul fronte dei moventi le spiegazioni lasciano l’amaro in bocca, come l’epilogo di un giallo incompiuto. Per quale motivo è stato sacrificato «The Banker», il primo italiano nominato ai vertici dell’associazione dei banchieri europei? Che senso ha un ribaltone del genere se, fin dal primo istante, i congiurati hanno promesso continuità nella discontinuità? Chi ci ha guadagnato, insomma?
Risposta difficile anche perché le prime piste, quelle battute dai dietrologi di professione, si sono squagliate come neve al sole. A cominciare da quella di Cesare Geronzi, prima accusato di essere addirittura il regista dell’esecuzione di Profumo, oggi, al contrario, accreditato addirittura del ruolo di Padrino che trama per offrire all’ex banchiere un’altra poltrona di prima fila, stavolta in Telecom Italia al posto di Franco Bernabè. Fantasie da lettera anonima, direbbe un qualsiasi commissario di borgata.
Ma se non c’entra il salotto dei poteri forti, non gode di maggiore credito la pista della politica. Giulio Tremonti, anzi, ha cercato di scongiurare il regicidio. Certo, la Lega si è molto agitata. Ma più sui giornali che nei consigli di amministrazione: i sette consiglieri (su 25) del Carroccio nella Fondazione Cariverona non rappresentavano certo un’arma letale. Scartata la politica, che resta? Il siluro mortale, viene da ricordare, è partito da Via Nazionale. Il governatore Mario Draghi, irritato per la mancata informazione sull’ingresso di un secondo socio libico a fianco della banca centrale di Tripoli, non ha fatto sconti a Profumo. Però, nonostante che in Banca d’Italia i conti, tutt’altro che brillanti, del primo semestre dell’Unicredit siano stati giudicati con una certa apprensione, nessuno crede seriamente alla pista Draghi. Al massimo, come dicono gli uomini più vicini a Profumo, il governatore si è distinto per l’assenza. Non ha mosso un dito per evitare lo scossone al vertice della banca. E ora se ne ritrova uno fin troppo affollato.
Insomma, i mandanti esterni non si vedono. Al contrario, di killer ce ne sono anche troppi. In prima fila spicca Dieter Rampl. Lui, poco più di un anno fa, ha rischiato la poltrona di presidente perché ritenuto troppo morbido nei confronti di Profumo «Arrogance», che pure lo aveva protetto ai tempi del confronto sullo statuto della Mediobanca quando Herr Dieter, chiamato a mediare fra Alberto Nagel e Geronzi, aveva in realtà combinato un gran pasticcio, con grande arrabbiatura dell’attuale presidente delle Generali. Rampl ha capito che non tirava aria buona per il già onnipotente amministratore delegato. E, complice il pasticcio libico, ha sferrato un’offensiva che ha trovato orecchie attente tra i consiglieri tedeschi della banca. Come quelle di Manfred Bischoff, il presidente del consiglio di sorveglianza della Daimler di cui Profumo ha snobbato consigli e indicazioni operative.
Il movente del potere, dunque. Che va cercato anche tra i signori delle fondazioni azioniste dell’Unicredit, decisivi la sera del voto. Uno su tutti: Fabrizio Palenzona, peso massimo e mente bancaria della Crt. È stato lui, ha accusato nel corso di Report Marco Vitale, ad avere silurato Profumo con «un atto di irresponsabilità professionale» e «un comportamento di basso livello politico». Ma perché Palenzona, che per anni ha difeso Profumo, avrebbe indossato i panni del killer? Mancano «i chiari motivi», ammette lo stesso Vitale. E forse non ci sono. O almeno non ha senso battere la pista delle strategie o dei grandi affari. Semplicemente, con l’uscita di scena di Profumo cresce il potere di nomina e di interdizione dei boiardi, Palenzona e Paolo Biasi da Verona in testa.
Forse, per capirci qualcosa, bisogna rifarsi a una delle battute favorite di Palenzona, già puledro di razza dello Scudo crociato: «Non andare mai in montagna con un vecchio democristiano» ama consigliare agli amici «al momento buono la corda si può spezzare». E il momento buono, agli occhi del signore di autostrade e di aeroporti, è arrivato il primo giorno d’autunno: meglio sganciarsi da Profumo, circondato da volti ostili anche in banca. Quelli di Roberto Nicastro e di Paolo Fiorentino, per non fare nomi.
Certo, sembra riduttivo ridurre il grande ribaltone a una questione di carriere e di piccole ambizioni. La partita libica, quella che ha dato il via alla valanga, ha pesato non poco come pretesto. Più ancora il calo degli utili combinato con i quattrini pagati dagli azionisti, tra cui le fondazioni affamate di contanti. Allora un aiuto ce lo offre Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, cronaca di un viaggio da Istanbul verso l’Europa, tragitto che Ghizzoni, già numero uno della joint-venture turca dell’Unicredit, conosce benissimo: non esiste un solo assassino, bensì un’esecuzione che ha coinvolto più soggetti, mossi da intenti diversi ma con una convinzione in comune.
Dopo 17 anni di dominio assoluto, un imperatore diventa ingombrante, prigioniero com’è dei successi accumulati in passato e «colpevole» di non volere integrarsi troppo con il sistema. E cresce la tentazione di scegliere, per l’Orient Express, un macchinista di indole diversa: dopo un leader assoluto ci vuole un manager cresciuto dal basso, con una solida esperienza nel retail. E Ghizzoni ha le carte in regola per questa missione: tagli mirati nell’Est europeo, i mercati che conosce meglio, dove l’imperatore, proiettato verso la crescita, ha sempre insistito per garantire ovunque tutti i servizi della banca universale. Pulizia anche sul fronte dei prodotti e delle reti, nell’ambito della Banca unica che decollerà il 2 novembre, così come aveva voluto a suo tempo lo stesso Profumo.
Ma le novità su questo fronte non mancheranno perché, commenta un manager Unicredit che lo conosce bene, «Ghizzoni è uno che sa unire: l’opposto della cultura McKinsey di Profumo, basata sulla competizione interna». Dopo la stagione dell’espansione, dunque, l’impero entra nella stagione della «rivoluzione noiosa», fatta di tanti piccoli aggiustamenti. Gradita alla borsa, come dimostra la buona tenuta del titolo. A conferma che è stato un delitto perfetto. Per giunta incruento, perché Profumo, sorridente in tribuna vip a San Siro, non ha certo l’aria della vittima. Con quella liquidazione da 40 milioni, contro cui tuona perfino il Financial Times, del resto, non sarebbe il caso.
- Martedì 2 Novembre 2010
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