

Ora non ci sono più alibi, né per questo governo né per quello che eventualmente verrà. La decisione della Corte costituzionale di sabato 13 novembre ha stabilito senza ombra di dubbio che i no delle regioni alla costruzione di centrali nucleari sono illegittimi. Così come sono fuorilegge i rifiuti a ospitare siti per lo stoccaggio di scorie radioattive, o per la fabbricazione di combustibile. E dunque le leggi regionali che vietano di ospitare centrali e siti approvate da tre giunte, tutte di sinistra, Puglia, Basilicata e Campania (quest’ultima il 3 gennaio 2010, alla vigilia del passaggio al centrodestra), non contano. La Consulta ha confermato, entrando nel merito, la sentenza con la quale aveva già respinto il ricorso di 10 regioni contro la legge delega per il ritorno al nucleare approvata dal governo nel 2009. La competenza su sicurezza e approvvigionamento energetico è esclusiva dello Stato, ricordano i giudici, e così quella ambientale.
«Tutto questo rafforza l’impegno a procedere velocemente per tornare a un’energia pulita e sicura» commenta il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Anche se dalla Puglia di Nichi Vendola, astro nascente della sinistra e possibile candidato anti Cavaliere, giungono propositi bellicosi: «Siamo pronti a schierare i carri armati» dice il capogruppo del Pd, Antonio Decaro. «La competenza sulla salute è nostra». Ma è proprio il totem della salute che viene infranto da due voci della sinistra: l’oncologo Umberto Veronesi, nominato presidente dell’Autorità per il nucleare, e che per questo si è dimesso da senatore del Pd, e l’ex presidente di Legambiente e parlamentare Pds, Chicco Testa. «Ho accettato l’incarico» afferma Veronesi «perché in tutta la mia vita ho studiato e combattuto il cancro, e né le centrali né le scorie hanno provocato un solo caso di tumore. A meno che non si verifichi un incidente come Chernobyl, oggi assolutamente impossibile».
Già, Chernobyl: ogni battaglia intorno al nucleare continua per molti a ruotare intorno al disastro che il 26 aprile 1986 fece esplodere il coperchio della centrale Lenin, in Ucraina, nell’allora Unione Sovietica. Livello 7 (il massimo) della scala dell’Agenzia atomica internazionale, e conseguente revisione dei piani nucleari in tutto l’Occidente. Le varie inchieste (da quella del Kgb a quelle indipendenti) stabilirono che l’incidente fu dovuto all’arretratezza dell’impianto e a una catena di errori umani. In nessun paese del mondo, però, si decise di abbandonare il nucleare come in Italia, in seguito al referendum dell’8 novembre 1987.
«Che in realtà» osserva Adriano De Maio, ex rettore del Politecnico di Milano e della Luiss di Roma ed ex commissario del Consiglio nazionale delle ricerche, «non chiedeva affatto alla popolazione di chiudere le centrali, che allora erano quattro e tutte di buona qualità, né di bloccare quelle future, come Montalto di Castro, che sarebbe entrata in funzione proprio nel 1987, né di rinunciare a qualsiasi studio e sviluppo e a un settore industriale nel quale avevamo una presenza consolidata. Si sfruttò l’onda emotiva per fini politici, come se oggi si chiedesse di rinunciare alla benzina per l’incuria della Bp nel Golfo del Messico».
I tre quesiti del 1987 chiedevano di abrogare due articoli minori di una legge del 1983 sulla localizzazione delle centrali e rimborsi ai comuni, e uno della legge istitutiva dell’Enel del 1973 che consentiva di partecipare alla gestione di centrali atomiche all’estero. Fu nell’88 che i governi di Giovanni Goria e Ciriaco De Mita decisero di modificare il piano energetico nazionale (Pen) decretando una «moratoria nell’uso del nucleare quale fonte energetica».
In nessun momento ci si chiese quale sarebbe stato l’impatto sull’economia, sulla dipendenza energetica, oltre che sulla stessa salute per la rinuncia allo studio di impianti più moderni e sicuri. «Insomma, non si sottoposero ai cittadini i costi del non fare» dice De Maio. «Neppure ora bisogna essere approssimativi né banali, se però ci si fa prendere la mano da analisi non metodologicamente corrette, allora conviene rivolgersi agli sciamani».
Proprio per evitare di chiedere a qualche stregone, l’osservatorio denominato appunto I costi del non fare e la società Agici-Finanza d’impresa hanno predisposto uno studio, I costi del mancato sviluppo del nucleare in Italia, presentato venerdì 19 novembre a Palazzo Visconti a Milano. Il dossier esamina 14 variabili, dal costo di generazione di carbone, gas e petrolio rispetto all’atomo fino alle ricadute sull’occupazione e sulle emissioni di gas serra. Mentre le stime economiche sono valutate in base ai prezzi delle materie prime, all’andamento dell’inflazione, al cambio euro-dollaro, alla dipendenza dell’Italia (senza i prodotti energetici, la bilancia commerciale sarebbe stata nei primi 9 mesi del 2010 in attivo per 19,3 miliardi).
Gli scenari esaminati: quello derivante dalla chiusura delle centrali attive nel 1987 e quello per la mancata attuazione del piano energetico approvato nel 1986 e modificato drasticamente nel 1988. Infine il risultato di tutto: quanto costa l’elettricità in Italia rispetto agli altri maggiori paesi europei, dove il nucleare è rimasto e anzi, come in Gran Bretagna, Germania e Spagna, è stato appena rilanciato.
Il risultato è impressionante: il solo abbandono del nucleare del 1987 è costato al Paese 28,2 miliardi di euro. Che salgono a 44,8 per non avere dato corso, l’anno dopo, al nuovo piano. La dipendenza dall’estero per l’elettricità è aumentata in vent’anni del 60 per cento, addirittura del 558 se misurata dal 1980, inizio dell’attività di Caorso, la prima, e unica, grande centrale nucleare italiana. Quanto ai prezzi, l’Italia ha il record europeo: 282 euro per megawattora industriale, rispetto alla media di 194 dell’Europa a 27. E questo è sicuramente il dato che pesa di più.
- Martedì 23 Novembre 2010
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Commenti
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Il 23 Novembre 2010 alle 16:00 indigesto ha scritto:
Quanto tuttociò sia “piaciuto” ai petrolieri è fin troppo semplice immaginarlo. I “referendum” in Italia seguono una strana sorte: quando si indicono, se si indicono, servono a dimostrare l’indimostrabile, e se ne traggono conclusioni che portano a terribili conseguenze, come quello “sul nucleare”. Diversamente vengono ignorati!
“Sul nucleare” tutti sapevano, tutti inzuppavano e tutti se ne fregarono!
Il 23 Novembre 2010 alle 16:06 indigesto ha scritto:
Quanto poi ai “Governatori” si sentono Capi di Stato! La frammentazione della politica di ripiego, nelle Regioni, nelle immarcescibili Province e nei Comuni imbroglioni, ha portato questo Paese ad essere una Babele. Per fortuna che c’è la Consulta, le Commissioni e le Authorities ad aumentare la confusione!
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