

di Ugo Bertone
«La crisi ci ha messo alla frusta, ma è stata un’occasione straordinaria per crescere». Il primo fiore della crisi è spuntato a Ospitaletto, nel cuore del Bresciano, dove Angelo Bettinzoli, amministratore delegato della Sabaf (azienda meccanica), 700 dipendenti, parla dell’incubo della recessione con l’orgoglio del capitano che è riuscito a doppiare Capo Horn sotto la tempesta. Senza fare naufragio. Impresa mica facile visto che, nei primi mesi del 2009, all’improvviso era andato in fumo il 40 per cento degli ordini, quasi senza preavviso. Insomma, la cosa più saggia da fare sembrava quella di tirare i remi in barca, rinviando gli investimenti in attesa di tempi migliori. «Noi abbiamo fatto l’opposto» replica il manager. «Gli investimenti sono raddoppiati. E abbiamo accelerato i tempi per portare sul mercato i prodotti nuovi, quelli già in regola con le norme ambientali che l’Unione Europea considera obbligatori dal 2020».
Una strategia coraggiosa, non c’è che dire. Ma difficile da capire. «Anche per il sindacato. Io ho messo in cassa integrazione gli addetti alla produzione, mica si poteva fare altrimenti. Per affrontare la crisi ci siamo messi in condizione di non perdere soldi anche con una produzione ridotta del 60 per cento. In contemporanea, però, ho chiesto agli uffici impegnati nella ricerca di fare gli straordinari. E questo ha fatto emergere contraddizioni gravi nel sindacato».
Oggi la Sabaf raccoglie i frutti di quella scelta «temeraria»: il 2010 si chiuderà con buoni profitti, grazie a una redditività che sale a due cifre. Si vende un po’ di meno, ma si guadagna un po’ di più perché i clienti, quelli buoni («Abbiamo scartato tutti i crediti dubbi» spiega Bettinzoli), fanno la fila per quei bruciatori che consumano meno e non inquinano. E la borsa apprezza: negli ultimi sei mesi il titolo ha guadagnato quasi il 40 per cento. Insomma, la crisi, in quel di Ospitaletto, ha fatto fiorire una storia da manuale.
Non sono poi così rari i fiori spuntati sotto l’imperversare della crisi. La conferma arriva da Gianni Tamburi, il finanziere che ha raccolto nella sua Tip un club di soci-imprenditori pronti a investire nelle aziende di casa nostra. «Posso citare decine di aziende che vanno a gonfie vele. E si torna a parlare di acquisizioni. Anzi, io sto assumendo gente per seguire, per conto dei clienti, i dossier sulle società da acquistare». Fenomeno che, a detta di Tamburi, è tutt’altro che finito. Come dimostra del resto la sua recente decisione di salire oltre la soglia del 5 per cento in Prysmian, l’ex Pirelli cavi. O lo sbarco nell’Amplifon, altra multinazionale di nicchia.
In linea di massima, le aziende di maggior successo hanno una buona quota di penetrazione sui mercati internazionali, Asia in testa. Vanno per la maggiore le aziende del made in Italy e della tecnologia. Raccoglie ottimi frutti, dopo una cura severa, la Brembo, così come la bresciana Gefran, un piccolo gioiello nel campo dell’automazione. Se si guarda alle macchine utensili, la lista è addirittura interminabile: dalla Parpas di Padova, che fornisce le fresatrici per la fusoliera del cacciabombardiere F 35 Lockheed Martin, alla Marposs di Bologna, fin dagli anni Ottanta nel ristretto cerchio dei fornitori principali della Toyota che non ha rallentato lo shopping in Cina, nonostante la crisi.
Stesso copione per il made in Italy, in fermento di aggregazione dopo il tracollo di Mariella Burani, Ittierre e Finpart. Le griffe tornano a crescere, da Ferragamo a Prada e Versace. Diego Della Valle sfrutta la crisi del dollaro per gettare le basi per il controllo della Saks, prezioso caposaldo commerciale in Usa. Una case history tutta da seguire è quella di Marco Palmieri della Piquadro. Fu tra i primi, 10 anni fa, a puntare sulla Cina come centro di confezione delle sue borse «pensate» in Italia e realizzate con pelli delle concerie nostrane. Ora va alla conquista dei consumatori cinesi con l’obiettivo di aumentare la quota delle vendite fuori Italia. Ma, al tempo stesso, cerca uno stabilimento d’alta gamma in Italia.
In ultima analisi, il declino non è uguale per tutti. Una volta tanto anche tra i big, vedi Pirelli, la voglia di voltare pagina si è tradotta in piani industriali, investimenti in ricerca e operazioni di vasta portata. Forse ha ragione chi sostiene che, al solito, l’economia italiana saprà trovare la rotta giusta nel momento dell’emergenza. Anche se Mario Noera, presidente dell’Aiaf, l’associazione degli analisti finanziari, mette in guardia contro gli ottimismi eccessivi. «Gli esempi positivi sono numerosi. Ma forse meno numerosi rispetto ad altre crisi del passato. Temo che la grande capacità di reazione delle imprese stavolta possa non bastare se non si mette mano alle riforme necessarie per sostenere il sistema». Si tratta di malanni antichi, per la verità. «Già, ma per ripartire sul serio occorre saper attrarre capitali, sia italiani sia dall’estero. Visto che la materia prima, cioè le buone aziende, ci sono anche se non abbondano, sarebbe il caso di sviluppare una politica per attrarre i capitali, magari anche dei fondi sovrani».
Un esempio clamoroso è quello della Pininfarina: azienda sull’orlo del collasso un paio d’anni fa, salvata in extremis dopo un aspro contenzioso con le banche, oggi è contesa tra Vincent Bolloré, partner per l’auto elettrica, e il gruppo Magna, lo stesso che per un soffio non si è aggiudicato il controllo della Opel. E così la Pininfarina contende alla Fiat l’Oscar per il titolo più brillante nel mondo delle quattro ruote.
Non sono pochi, del resto, i titoli del listino italiano che hanno messo a segno performance brillanti, anche sull’onda di buoni risultati trimestrali. Solo un fuoco di paglia? Non la pensa così Riita Hujanen, analista londinese della Schroder che ha messo assieme una lista di società di medie dimensioni (con un occhio al settore salute per quanto riguarda Diasorin e Recordati) che possono dare, a suo avviso, grosse soddisfazioni. Un buon consiglio, ma con un’avvertenza: è pericoloso per un piccolo investitore puntare su titoli che non vantano una grande liquidità. Meglio, semmai, affidarsi al criterio del dividendo: ormai le cedole di decine di società rendono più delle obbligazioni.
«Con una differenza» aggiunge Tamburi: «Nei prossimi anni sarà molto difficile guadagnare con le obbligazioni, vista la politica della Fed. Meglio puntare su società solide che offrono un buon dividendo e che hanno le carte in regola per distribuirlo anche negli anni successivi».
- Giovedì 2 Dicembre 2010
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Commenti
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Il 3 Dicembre 2010 alle 20:22 pv21 ha scritto:
Chissà perchè non si parla di Fiat.
Altro che 20 mld di investimenti per la Fabbrica Italia. Alfa, Ferrari e Marelli sono ora i gioielli di famiglia con cui fare cassa.
La FIAT non è più a Torino. La Nuova Mirafiori diventerà la succursale della Chrysler di Detroit. Non bastano le “deroghe” di Pomigliano quando si vuole cancellare il Contratto Nazionale.
Marchionne (filosofo convertito commercialista) ragiona solo con i margini di profitto e con la prospettiva di capitali freschi.
Il governo del fare (Romani e Sacconi) riesce solo ad auspicare la ripresa del dialogo.
Declassare la politica industriale a dibattito sulle relazioni industriali significa negare il valore ed il senso di PAROLA e MERITO …
http://www.vogliandare.it/nat/.....nc1.html
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