Relazioni pericolose tra industriali e sindacalisti

Un sit - in di portesta organizzato dalla Fiom Cgil a Melfi (Ansa)

Un sit - in di portesta organizzato dalla Fiom Cgil a Melfi (Ansa)

No, qualcosa in Italia decisamente non va. E’ questa l’impressione  leggendo l’intervista pubblicata stamane da il Giornale a Roberto Di Maulo, leader della Fismic, una piccola sigla sindacale metalmeccanica nata cinquant’anni fa nel Nord Ovest da una costola della Cisl. Dichiarazioni al vetriolo, le sue, destinate a gettare una nuova luce sullo stato delle relazioni industriali nel nostro Paese.

Secondo Di Maulo, Confindustria da una parte, e Cgil, Cisl e Uil dall’altra, avrebbero messo in scena una lotta in questi anni del tutto simile a quella dei generali degli antichi eserciti, che di giorno si fronteggiavano come nemici sul campo di battaglia, mentre di notte bevevano assieme sotto le tende.  “Il sistema degli enti bilaterali dei fondi (ovvero gli enti gestiti contrattualmente da sindacati e datori di lavoro che si occupano, ad esempio, di sanità integrativa), di per sé ot­timo,  ha messo in piedi una sorta di casta tra sin­dacalisti e funzionari di Con­findustria, il cui interesse è che il sistema venga salvaguar­dato, perpetuato e mai messo in discussione”, attacca Di Maulo sulle colonne del quotidiano di via Negri.

“Un tipo di gestione che favo­risce i componenti, che si estrinseca, per esempio, attra­verso importanti elargizioni pubblicitarie a pubblicazioni del sindacato sconosciute ai più”, aggiunge. E non sarebbero pochi i funzionari di Cgil, Cisl e Uil che sarebbero, secondo Di Maulo, “all’interno del sistema dei fondi”, retto da Confindustria e da Confcommercio, e per giunta ”retribuiti abbastanza bene”.

Non solo. “C’è un intreccio anche con le assicurazioni: il si­stema Unipol, a questo propo­sito, è molto interessante. Esi­ste tutto un mondo che si auto­alimenta. Ecco dunque spiega­ta la resistenza di Fim e Uilm a permettere l’avvio di un con­tratto autonomo allo stabili­mento Fiat di Mirafiori. La ra­gione? Passando il contratto autonomo si rimetterebbe in discussione un sistema che funziona. La Fiat non è una bot­teguccia: se decide di uscire dal sistema lo depotenzia”, spiega il leader del sindacato autonomo torinese.

Così anche alle tre principali sigle sindacali italiane, che per anni hanno attaccato le sigle minori accusandole di essere agli ordini dei padroni, potrebbe accadere di esser bollate con quell’infame etichetta di “sindacato giallo”. Accuse, tuttavia, ancora da dimostrare, ma Di Maulo promette di pubblicare carte che proverebbero il finanziamento dell’associazione degli industriali ai sindacati.

Senza contare che occorre considerare il pulpito da dove sono state lanciate queste accuse. La Fismic, infatti, è un sindacato nato in seguito a una scissione con la Cisl negli anni ‘50 proprio in seguito a un dibattito sulla contrattazione: mentre la Cisl marciava a tappe forzate verso un modello contrattuale che aveva nel Contratto Nazionale di Lavoro il perno dell’azione sindacale, si legge nel sito del sindacato autonomo torinese, “coloro che formavano il nucleo centrale di quella che sarebbe divenuta col tempo la Fismic, affermavano che era la contrattazione in azienda il perno della contrattazione”. E’ proprio vero: la storia a volte prende strade inattese, ma spesso sono le repliche a stupirci di più.

Commenti

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Il 9 Dicembre 2010 alle 17:54 teocos ha scritto:

Nessuna novità per chi ha bazzicato i tavoli sindacali per 40 anni.Quando Fanfani, negli anni 50, costituì l’Intersind, la Confindustria delle aziende a partecipazione statale ( Finmeccanica, Fincantieri, Finmare, Sip, Alitalia, Italsider etc…), il rapporto privilegiato della politica con il sindacato fu formalmente consolidato. In tale ottica venivano stipulati addirittura due contratti metalmeccanici, uno per le aziende private di confindustria ed una per quelle a partecipazione statale con buona pace del costi industriali e del mercato. Le organizzazioni sindacali furono cosi cooptate nel sistema di potere del paese con diritto di veto su ogni riforma di carattere sociale. Ovvero su tutte. Ancora oggi dispongono di un bilancio non certificato e di un organico di circa centomila dipendenti i cui costi sono distribuiti tra quote, di fatto obbligatorie, a carico dei dipendenti e pensionati e risorse di sistema tra cui quelle descritte nell’articolo.
Liquidata l’IRI, le aziende o sono fallite( Alitalia etc..) o sono confluite nel sistema confindustriale.
Purtroppo la cultura sindacale non ha subito una evoluzione coerente con gli sviluppi del mercato globale rimanendo, al contrario, legata alle superate ideologie dello scontro sociale degli anni 70. Tale situazione continua a rappresentare un onerosissimo vincolo per lo sviluppo industriale del paese. Inoltra nella complessa partita politica in atto non sembra che alcuna parte sia in grado di gestirla. Un insopportabile fardello sulle spalle del paese e dei lavoratori a reddito fisso che già finanziano oltre il 50% delle entrate fiscali!

Il 9 Dicembre 2010 alle 20:39 pv21 ha scritto:

Ma Marchionne non è Babbo Natale.
Altro che 20 mld di investimenti per la Fabbrica Italia. Alfa, Ferrari e Marelli sono ora i gioielli di famiglia con cui fare cassa. La FIAT non è più a Torino.
La Nuova Mirafiori diventerà la succursale della Chrysler di Detroit. Non bastano le “deroghe” di Pomigliano se si vuole cancellare il Contratto Nazionale.
Marchionne (filosofo convertito commercialista) ragiona solo con i margini di profitto e con la prospettiva di capitali freschi. Sa bene di dover rimborsare i debiti contratti per Chrysler con i governi americano e canadese.

Il nostro governo del fare (Romani e Sacconi) riesce solo ad auspicare la ripresa del dialogo.
Non è il sindacato a dettare la politica industriale.
Declassare la politica industriale a dibattito sulle relazioni industriali significa negare il valore ed il senso di PAROLA e MERITO …
http://www.vogliandare.it/nat/.....nc1.html

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richard-branson
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