

di Oscar Giannino
Il libro è deliberatamente un manifesto e un testamento in vita. L’autore è un ex operaio torinesissimo, salito su su fino a divenire manager di prima fila del gruppo Fiat. E pur diventando un dirigente con grande esperienza internazionale, per di più venuto dal basso, cresciuto in un’umida portineria del centro di Torino, pensa e parla con grande avversione dell’élite banco-industriale sul ponte di comando. Per questo consiglio di leggerlo, il suo libro. Non ne conosco altri, di libri così, di grandi manager italiani.
E dire che a me non dovrebbe piacere quel che scrive Riccardo Ruggeri in Oscene parole (Grantorino libri, 340 pagine, 20 euro). Perché sono un fottuto mercatista. Non credo affatto alla vulgata keynesian-statalista che raccontano ai vostri figli nelle università italiane, e di cui sono grondanti da sempre i giornali e i media tricolori. E cioè che la crisi sarebbe figlia del sogno liberista di mercati perfettamente razionali in quanto autoregolantisi. Scemenze pure, buone per chi non ha studiato e si fa confondere le idee. Per quelli come me, la crisi è figlia di errori del regolatore: monetario, cioè Alan Greenspan l’abbassatassi; e finanziario, quando in America negli anni 90 banche d’investimento e commerciali sono state assimilate, dimenticando però che le prime dovevano avere patrimonio accantonato proporzionato ai rischi che traslavano sul mercato compiacendosi di negarli, mentre gli utili e i bonus salivano sfidando la legge di gravità.
L’errore del regolatore può avvenire se è sfrenatamente ambizioso: zio Greenspan è di quella pasta. Può essere che il regolatore sia ignorante, oltre che ambizioso: capita più in Europa che in America, ma capita. Può essere infine che il regolatore sia come si suol dire in gergo «captive», cioè prigioniero dei soggetti regolati.
Quando questi soggetti hanno un significativo potere di mercato, cioè bilanci e utili che si misurano in decine di miliardi, ecco che la terza ipotesi non diventa solo di scuola. Tanto che in America da vent’anni è ferreo binario pressoché obbligato che la regolazione finanziaria, chiunque sia al governo, repubblicani o democratici, sia espressione dei medesimi soggetti regolati. E del generale consenso che la doppia sfida alla legge di gravità – oceanica liquidità tradotta in altissimi rendimenti del capitale finanziario, annullamento del rischio dell’emittente e del prenditore nella rivendita a catena di prodotti strutturati – fosse comunque più che ottima, per i profitti stellari che arrecava alla finanza, e per i bonus astrali nelle tasche di banchieri e finanzieri.
Se la si pensa così (io la penso così), si capisce meglio quella riprovazione antropologico-culturale molto forte che Ruggeri riserva all’élite finanziaria e manageriale uscita dal meglio del meglio delle università Ivy League, quelle che immagina volentieri trasformate in zoo umani a uso e consumo di marziani.
Quella di Ruggeri è condanna antropologica dell’ideal tipo di élite banco-finanziaria «modello anglosassone». È la caduta di una cultura, intesa come capacità di comprendere e guidare il proprio tempo, a favore del relativismo, cioè del mero abbandono ai luoghi comuni dei propri tempi. La caduta di un’etica, cioè di valori solidi e di lungo periodo, senza i quali un manager non sa e non può investire e si rende cioè incapace di sostenere il capitale materiale e immateriale del proprio attivo. Infine, la caduta di un’estetica, e qui ne troverete molte tracce, con giudizi coraggiosi, aspri, durissimi.
Si tratti della difesa del fassone di Carrù nel piatto o dell’odio per lo Chardonnay omologante nel calice, delle cifre folli spese per arte contemporanea afasica o dell’ignominia del giornalismo prono all’élite, si tratti dell’orrore di stati sovrani che pagano milioni a delinquenti comuni per averne illecitamente liste di clienti bancari e rimediare qualche euro di tasse in più, o ancora dell’indegnità dei fior di scienziati che ci hanno ammannito per anni cifre manipolate sul riscaldamento globale e poi presi con le mail nel sacco vengono confermati e assolti perché così fan tutti ed è giusto così, quel che più colpisce è che in Ruggeri la caduta di una cultura e di un’etica si esprimano e si verberino innanzitutto nell’inabissamento di un’estetica.
Per questo il giudizio è etico-estetico insieme: le «parole oscene » sono quelle dell’élite dominante. E se ai mercatisti come me non piace di solito né l’estremismo virtuista giacobino né quel dileggio del mercato che è diventato da tre anni a questa parte imperante, la durezza della lotta antioscena di Ruggeri invece mi piace. Perché non scende a patti con nessuna ideologia fallita, non strizza l’occhio come fan tanti furbetti ai vecchi stilemi fascio-comunisti, non cambia idea sull’utilità del nucleare né inneggia alla giostra d’affari dei megaincentivi alle rinnovabili.
Arriva persino a ripetere, Ruggeri, che il Folle, alias Silvio Berlusconi, con tutti i suoi difetti che non gli piacciono per niente, comunque ha meriti che neanche si sognano le eleganti persone e i colti banchieri che da quel dì pensano alla spallata e al «golpe dolce». Parole di Ruggeri.
E non dimentica i meriti di quelli che definisce i due maggiori statisti del Novecento, cioè Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Né spende un cero per Barack Obama, al suo vortice di debito pubblico o all’orticello della moglie, ai tanti luoghi comuni di un’America diversa da quella che piace a Ruggeri e piace anche a me: a lui il Midwest, a me Washington, ma non D.C. bensì lo stato omonimo, sul Pacifico sotto il Canada.
Non è più radical chic, è solo radical kitsch questa superfetazione di potere che sembra uscire da una tela inquietante di Francis Bacon, o dai profili tra il rapace e il razzolante del bolognese Enrico Robusti, al quale idealmente avrei fatto illustrare questo libro perché esprime l’esatta cifra di un George Grosz del nostro mondo italoeuropeo, avvizzito e inorgoglito ma cieco dei propri guai.
È singolare che spetti a un manager poi imprenditore diventare compilatore di un ideale Die Fackel (rivista satirica in lingua tedesca pubblicata da Karl Kraus a Vienna tra il 1896 e il 1936) dei nostri tempi. Ogni era ha i suoi Kraus. Ruggeri è uno dei pochi che meritino il titolo di epigono di quel genio.
- Giovedì 9 Dicembre 2010
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