

di Laura Maragnani
Bastava dire Ronald P. Spogli. E a Roma, almeno fino a ieri, era tutto un rimpiangere le feste a Villa Taverna. Molto Usa e molto social. Buono il tacchino, sublime la torta di zucca, perfetti la birra e gli hot dog offerti dagli sponsor ai 3.500 invitati. Per tacere delle pizze, sfornate a 15 per volta da un megaforno fatto erigere dall’ambasciatore. Quelli sì che erano tempi.
Oggi Ronald P. («Pennellone» lo aveva gagliardamente ribattezzato il sito Dagospia, vista la statura) vive a Parigi. A Villa Taverna il forno è in disuso. Ma le ultime pizze servite oggi da Wikileaks, farcite di «statement» feroci sulla natura «arricchente », anche «financially», della relazione tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, sono rimaste sullo stomaco a parecchi. Il cuoco, del resto, non è mai stato un vero diplomatico. Ricchissimo di suo (vaste proprietà a San Francisco e San Diego), scafato economista (la Freeman Spogli & Co. è una delle più importanti finanziarie Usa), ottimo amico di Condoleezza Rice fin dai tempi della Stanford University, a Roma era arrivato anche perché finanziatore generoso dei Bush, senior e junior. Padre originario di Gubbio, studi a Firenze, primo ambasciatore Usa a parlare un fluente italiano, all’inizio era tutto entusiasmo. Suo per Roma, e di Roma per lui. Da Ronald e Georgina, a via Veneto, fra il 2005 e il 2009 si sono attovagliati centinaia di aristocratici e giornalisti, alti funzionari, servizi segreti, politici «from both sides of the aisle» (dei due schieramenti). Buffet grandiosi per l’Independence day, incontri ristretti per il breakfast delle 7.30 o per il pranzo da Andrea, il ristorante preferito in via Sardegna. E commensali di rango: da Gianni Letta a Fausto Bertinotti, dal presidente della Medusa, Carlo Rossella, all’ex ambasciatore Mario d’Urso, dal senatore pdl Giampiero Cantoni al superconsulente Bruno Ermolli, passando per big della finanza come Gabriele Galateri di Genola.
Grandi relazioni e grande eleganza. Ma attenzione: Spogli non si perdeva in sdilinquimenti quando doveva parlare di finanza o di politica. Sua l’idea della lettera di sei ambasciatori europei a Massimo D’Alema, allora alla Farnesina, per invitarlo a «non venir meno» agli impegni sull’Afghanistan. Sua l’intemerata pubblica, a Firenze, contro la Finanziaria 2006 che avrebbe penalizzato le multinazionali farmaceutiche. Niente peli sulla lingua. Quando cadde Romano Prodi, dicono, a Villa Taverna si brindò.
Poi c’è stata la crisi in Georgia. E l’asse Berlusconi-Putin. E il tentativo del Cavaliere di porsi come «bridge» tra Washington e Mosca. Fine dell’amore. Quando, nel febbraio 2009, Ronald P. se n’è andato da Roma, il suo addio è stato una bacchettata all’(ex) amata terra dei padri: burocrazia onnipresente, giustizia troppo lenta, nessuna meritocrazia, mercato del lavoro troppo poco flessibile. Quanto al nuovo ambasciatore, David Thorne, ha spento il forno, limitato le cene, fatto da testimonial per una gay helpline; ma il tono dei suoi «cables» su Berlusconi e Putin è sempre sulla linea Spogli. L’imbarazzo diplomatico è innegabile: Villa Taverna, nuovo inquilino cercasi?
- Sabato 11 Dicembre 2010
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