La Fiat fuori da Confindustria ricompatta i sindacati

Sergio Marchionne con  Emma Marcegaglia

Sergio Marchionne con Emma Marcegaglia

“Per noi Mirafiori fuori da Confindustria è uno schiaffo”. Non ha usato mezzi termini Raffale Bonanni, leader della Cisl, in un’intervista al Corriere per commentare l’annuncio del presidente di Confidustria, Emma Marcegaglia, sulla nascita della newco di Fiat fuori dall’associazione degli industriali, un passo necessario, secondo Marchionne, per rilanciare lo stabilimento torinese. Per il segretario della Cisl, infatti, il Lingotto sta portando avanti una radicalizzazione pari, ma in senso opposto, a quella della Fiom.

Ma cosa (e chi) ha spinto il più moderato tra i leader sindacalisti, da sempre aperto a una maggiore flessibilità a criticare duramente la casa automobilistica torinese? Colpa dell’ostinazione dell’ad Fiat Sergio Marchionne, che venerdì ha incontrato la Marcegaglia per decidere il futuro di Mirafiori?

L’obiettivo di Marchionne è chiaro e rivoluzionario:  uscire temporaneamente da Confindustria per ottenerne un contratto separato per l’auto, condizione senza la quale potrebbe venire compromesso l’investimento di un miliardo, che Fiat sarebbe disposta a spendere per continuare e rilanciare la produzione nello stabilimento torinese.

Il piano cozza con le richieste di Cgil, Cisl e Uil, le quali sarebbero d’accordo per una disciplina specifica per l’auto, ma rimanendo pur sempre all’interno del perimetro del Contratto Nazionale. Ma anche l’associazione degli industriali ha qualcosa di cui preoccuparsi. Certo, Marcegaglia ha assicurato che Fiat, una volta messo a punto il contratto separato, ”rientrerà in Confindustria”.

Ma sarà davvero un percorso indolore, quello scelto da Marchionne e avvallato dalla Marcegaglia? Una prima conseguenza per gli industriali, infatti, sarà quella di aver ricompattato un fronte sindacale che si era spaccato sui casi Pomigliano e Melfi.

Fiom, Fim e Uilm oggi sono tornate a riunirsi tutte insieme, dopo aver viaggiato per molti mesi su percorsi diversi, spesso mettendosi vicendevolmente i bastoni tra le ruote. E anche se le strada unitaria pare sempre lontanta, spingere i sindacati moderati (Fim e Uilm) verso i radicali (Fiom), come ha fatto la Fiat, potrebbe portare forse a un inasprimento delle relazioni industriali.

Non solo. Un’altra prevedibile conseguenza sarà quella di aver creato un precedente che, in un certo senso, delegittima la stessa Confindustria, di cui Fiat è stata per decenni parte integrante, se non la vera e propria spina dorsale, confinandola forse tra il pubblico degli spettatori della trattativa in corso.

E così le soluzioni non saranno più cercate nei tavoli del passato: anche altri grandi gruppi italiani, in altri settori, potrebbero seguire l’esempio di Marchionne, uscendo da Confindustria per evitare il contratto nazionale e portando avanti con chi ci sta nuovi contratti “ad hoc” modellati sulle loro esigenze produttive e strategiche. Una riflessione che dovrebbe indurre tutte le parti sociali, forse, a rimpensare le proprie strutture e le modalità delle relazioni industriali: le grandi imprese, costrette a competere in un mercato sempre più difficile e complesso dove a dominare sono i prezzi asiatici, non aspetteranno ancora per molto.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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