

di Oscar Giannino
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, fra manovra pluriennale estiva e correzioni nella legge di stabilità per il 2011, ha frenato il deficit tendenziale dello 0,9 per cento di pil per il 2011, e dell’1,5 per cento sia nel 2012 sia nel 2013. Altri, come vedete in queste pagine, hanno dovuto fare sforzi multipli di tali grandezze. La spiegazione del perché siano stati costretti a fare più dell’Italia si chiama avanzo primario. Il saldo primario è la differenza tra uscite ed entrate, al netto della spesa per interessi sul debito. Ebbene, tra i 16 paesi dell’eurozona l’Italia è in testa.
Positivo nel 2008 (+2,5 per cento del pil), il saldo primario italiano ha girato, causa recessione, per la prima volta dal 1991 in territorio negativo nel 2009 (-0,6 per cento). Per il 2010 si dovrebbe chiudere di poco sotto lo zero. Per ornare ad avanzo primario positivo nel 2011. Livelli nettamente migliori della media dell’eurozona, pari a -3,6 per cento nel 2010 e a -2,9 nel 2011. Tra i big, la Germania registrerà disavanzi primari nel 2010 e 2011 del 2,3 e 2 per cento, la Francia del 5,4 e 4,5 per cento. Terribili gli andamenti dell’Irlanda (disavanzi primari di 8,8 e 7,6), Spagna (7,6 e 7,2). Meglio la Grecia dopo i massicci tagli primaverili (4 e 4,1). Tuttavia, il premio di rischio dei titoli pubblici dipende da altre due cose: dalla crescita e dall’ammontare di interessi da pagare sul debito. Eccoli i talloni d’Achille del nostro Paese. L’aumento del pil italiano è dell’1,1 per cento quest’anno, l’anno prossimo è previsto in lieve miglioramento, all’1,4. La serie tedesca è 3,7, poi 2,2 e 2. Quella francese +1,6 per cento nel 2010 e 2011, e 1,8 nel 2012. Quando la crescita di un paese è inferiore agli oneri sul debito, o l’avanzo primario compensa la differenza oppure il debito pubblico sale ancora. Noi siamo su quella via: ma tutti quelli che gridano contro Tremonti vogliono più spesa pubblica.
Infine, gli interessi sul debito. Siamo più esposti alle oscillazioni degli «spread» (differenziali) di altri che hanno avanzi primari peggiori. Per diluire il più possibile gli interessi del debito e accrescere la durata media dei titoli emessi, l’Italia tiene in media quattro aste al mese, due di titoli a breve e due a durata medio-lunga. L’ammontare è minore delle maxiaste concentrate in pochi mesi adottate dai più nell’eurozona. Una strategia ottima quando è basso lo spread, come nel primo decennio dell’euro. Quando il mercato balla, più emissioni si traducono in più occasioni per il mercato di premere il doppio pedale tra basso prezzo nominale di acquisto e alto rendimento. Per questo siamo finiti sopra i 200 punti base (2 per cento) la settimana scorsa. Anche se l’allargamento degli spread sui titoli di stato in Europa «è eccessivo», come ha sottolineato lunedì 6 dicembre il governatore Mario Draghi.
In conclusione: la finanza pubblica italiana è più sotto controllo che tra i nostri partner. Però la bassa crescita e l’esposizione alla volatilità consigliano tre cose. Non abbassare la guardia, cioè spendere meno e non di più. Molto meno, per abbattere le tasse. E, se possibile, una manovra di rientro straordinario del debito. Il patrimonio immobiliare liquidabile pubblico (escluso tutto ciò che è vincolato: non parliamo di Colosseo e Pompei) vale sui 500 miliardi. Cederne anche solo due terzi, con veicoli e procedure di mercato, abbassa il debito pubblico di 20 punti di pil, al di sotto della media dell’eurozona l’anno prossimo. Sarebbe la fine dell’eccezione italiana, la premessa per concentrarsi sulla vera sfida: crescere di più.
- Giovedì 16 Dicembre 2010
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