Comunque andrà a finire la partita del referendum a Mirafiori, almeno su un fronte, quello della comunicazione, Sergio Marchionne e Maurizio Landini vinceranno entrambi. Anzi, hanno già vinto. Proprio loro, i due principali sfidanti, i protagonisti di un braccio di ferro tesissimo e dagli esiti ancora incerti. Diversi in tutto, ma accumunati dalla stessa capacità di parlare chiaro, dote rara soprattutto tra i nostri politici.
Nemmeno Peppone e Don Camillo, ai loro tempi, risultavano così distanti ed è difficile immaginare che l’amministratore delegato della Fiat e il capo della Fiom possano avere qualcosa in comune.
Sergio Marchionne, 58 anni, abruzzese d’origine, a 14 anni lascia Chieti insieme alla famiglia e si trasferisce in Canada. Qui frequenta le scuole superiori e si iscrive all’università conseguendo diverse lauree. Inizia a lavorare e quando l’azienda di cui è dirigente, la Lawson Group di Toronto, viene acquistata da una società svizzera, lui torna in Europa. Amministratore di un gruppo di 55mila dipendenti a Ginevra, nel 2003 entra nel consiglio di amministrazione della Fiat. L’anno dopo è già amministratore delegato e salva l’azienda dal fallimento. Ma non gli basta.
Fervente sostenitore di un capitalismo pragmatico e globalizzato, poco diffuso in Italia, Sergio Marchionne mette a punto un piano di rilancio dello storico marchio di auto tirando fuori dal cassetto modelli che decide di rilanciare, dalla Fiat 500, all’Alfa 159, alla Grande Punto, auto più venduta nel nostro Paese tra il 2006 e il 2007. E’ il 2009 quando acquista la Chrysler e per poco non si aggiudica pure la tedesca Opel. Padre di due figli di 19 e 15 anni, Marchionne guadagna circa 5 milioni di euro l’anno e vive tra Torino e gli Stati Uniti dove è diventato praticamente una star pure per il presidente Obama.
Chi invece non si è mai mosso dall’Italia è Maurizio Landini, 49 anni, nato a Castelnovo Né Monti in provincia di Reggio Emilia.
Figlio dell’Emilia rossa, Landini è il prototipo del sindacalista che sogna la riscossa della classe operaia. Studia da geometra e comincia a lavorare come saldatore in una cooperativa finché entra nel sindacato prima come funzionario poi come segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Nel giugno del 2010 raggiunge l’apice della carriera diventando segretario generale dei metalmeccanici, categoria che nell’immaginario della sinistra rappresenta la vera avanguardia degli operai. Con Giorgio Cremaschi, Sandro Bianchi, Francesco Garibaldo e i fratelli Rinaldini, è tra i pupilli di Claudio Sabattini, figura storica della Fiom, responsabile del settore auto ai tempi della vertenza del 1980.
Sposato con un’impiegata di una struttura sanitaria della zona di Castelnovo né Monti, dove ha sempre risieduto, Landini guadagna 2300 euro netti al mese. Più o meno un centesimo di quanto prende Marchionne.
Due galassie opposte ma costrette a interagire e ad afforntarsi. Con un’arma in comune: saper andare dritti al cuore delle questioni senza nascondersi dietro a diplomazie e pronti a incassare critiche per un’eccessiva “ruvidezza” senza arretrare d’un passo. L’ultima battuta dell’ad di Fiat che ha fatto arrabbiare Susanna Camusso, e non solo, è appena di un giorno fa: “Se a Mirafiori vince il no, a Detroit brindano” ha detto Marchionne dagli Stati Uniti. “Abbia più rispetto per l’Italia” ha commentato, risentita, la segretaria della Cgil.
La stessa che sta sudando le sette camice per far riallineare il “ribelle” Landini deciso a non riconoscere, qualunque esso sia, il risultato di un referendum che ritiene illegittimo a costo di perdere la rappresentanza in azienda e di andare contro le decisioni del Direttivo del suo stesso sindacato d’appartenenza.
Quanti fiumi d’inchiostro e chiacchiere televisive sono state poi spese a commento di quello che Marchionne dice senza mai un pelo sulla lingua e cioè che, in sostanza, il nostro Paese non serve alla Fiat dal momento che “nemmeno un euro dei circa 2 miliardi di profitti è stato prodotto in Italia” e che quindi per la casa automobilistica torinese sarebbe meglio trasferirsi all’estero in paesi come il Brasile, la Serbia o la Polonia dove il lavoro costa meno e si fanno più ore.
Ha ragione? Ha torto? E’ irriconoscente nei confronti di quanto l’Italia ha dato per anni alla Fiat?
Una cosa è certa: il Marchionne-pensiero è chiaro. Tutti sanno e capiscono quello che vuole come tutti sanno e capiscono cosa pensa e cosa vuole Landini capace di portare in piazza a Roma, il 16 ottobre scorso, a pochi mesi dalla sua elezione, una enorme massa di gente per contestare le scelte dell’ad sul futuro di Fiat e soprattutto per mettere le fondamenta a quella che, nelle settimane successive, sarebbe diventata una vera e propria barricata contro l’aut aut imposto, a suo avviso, ai lavoratori.
Aut aut che Landini traduce chiarissimamente così: cari lavoratori, o cambiate registro e accettate di lavorare di più rinunciando ai sacri diritti dettati dal contratto collettivo nazionale, o scordatevi il vostro posto di lavoro. Tant’è che la parola “ricatto” è quella che maggiormente è risuonata nei talk show televisivi andati in onda fino all’altro ieri quando nella stessa serata Landini era ospite da Gad Lerner su La7 e un Airaudo in maglioncino blu stile Marchionne, ma più spelacchiato, sbraitava da Vespa su RaiUno.
Intantooggi e domani si vota a Mirafiori. La propria battaglia personale Marchionne e Landini l’hanno già vinta. Speriamo che a farne le spese, qualunque sia l’esito del referendum, non siano invece i lavoratori.
- Giovedì 13 Gennaio 2011

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Il 14 Gennaio 2011 alle 10:23 Tweets that mention Marchionne e Landini, due leader del parlar chiaro - Economia - Panorama.it -- Topsy.com ha scritto:
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