Mirafiori al voto: perché resiste il mito degli stabilimenti Fiat

Gli stabilimenti di Mirafiori

Gli stabilimenti di Mirafiori

Per quasi un secolo regno dell’automobile, dell’intellighenzia azionista e antifascista e, last but not least, della famiglia Agnelli. Ma Torino è stata anche, nel 900, la capitale-simbolo del movimento operaio italiano. Non solo: è stata la città di Gobetti, Bobbio, Togliatti, Terracini, Occhetto, dei leader  della sinistra tra i più influenti della storia italiana. Per questa Torino,  gli stabilimenti di Mirafiori, che oggi votano il referendum sull’accordo con Fiat, hanno rappresentato il cuore della classe operaia più sindacalizzata di tutto il Paese, quella che apriva tutti i grandi cicli di lotte operaie. Storia del secolo scorso ma non stupisce perciò che qualcuno abbia storto il naso sentendo le parole del sindaco Chiamparino e del candidato Piero Fassino che si sono schierati con Marchionne, quasi avessero fatto uno sfregio alla memoria e alla gloriosa storia del movimento operaio.

Non si sono accorti forse che a Mirafiori è in realtà cambiato tutto, ma non da oggi, come sembrerebbe,  ma almeno dal 1980, quando i quarantamila, scesi in piazza per chiedere la fine degli scioperi nelle fabbriche, aprirono la strada ai licenziamenti di massa in Fiat dando un colpo durissimo al potere dei sindacati nelle fabbriche.  Il feticcio di Mirafiori però resiste ancora oggi. Ne sono prova  la rabbia, i toni da ultima spiaggia di Landini, gli appelli degli intellettuali pro-Fiom, la passerella dei politici come Vendola davanti ai cancelli: parole e toni che hanno trasformato un referendum, come ce ne potrebbero essere tanti , in un giudizio universale sui diritti dei lavoratori. Il che può appare eccessivo,  non però alla luce della storia  di questo stabilimento   inaugurato dallo stesso Mussolini che nel 1943 diventa  il centro propulsore degli scioperi operai  che, diffusosi in tutto il triangolo industriale del Nord, rappresentarono per il regime fascista l’inizio della fine.

Passato il Fascismo, passata la guerra,ci sono gli anni duri di Valletta e degli scontri sindacali degli anni ‘50 e ‘60. Poi, gli anni 70, con la sua coda violenta e rabbiosa, con una  contrapposizione feroce - iniziata sull’onda del 68 operaio e studentesco - tra socialisti e comunisti da un lato (favorevoli a un modello di cogestione sindacal-aziendale per isolare le componenti gruppettare ed estremiste) e i gruppi sessantottardi dall’altro, come Lotta Continua e Potere Operaio, che lanciano la parola d’ordine del salario come  variabile indipendente dal profitto. Nei primi anni 80, con la crisi dell’auto e i 35 giorni di sciopero benedetti da Enrico Berlinguer, per il mito di Mirafiori è l’inizio della fine. L’annuncio di cassa integrazione del venerdì per 78.000 operai, il licenziamento di 15.000 persone nel 1981,  la marcia dei 40.000, quella dei colletti bianchi, il colpo più grande  alla Mirafiori che fu.
Fin qui, la storia. Una vicenda che basterebbe da sola a fare per sempre di Torino, della Fiat e di Mirafiori i luoghi più significativi delle vittorie e delle sconfitte del sindacato, della sinistra. Oggi però la situazione è un’altra. La classe operaia non rappresenta più una priorità nel dibattito politico. La sinistra se ne occupa sempre meno e non è un caso che la Lega abbia trovato dentro le fabbriche un proprio inedito bacino di voti. Il ceto cui si rivolge il Pd, ad esempio, è quello medio o dei dipendenti pubblici e Fassino e Chiamparino possono prendere le distanze dalla Fiom senza più suscitare strali, né accuse generalizzate di tradimento. Anche la famiglia Agnelli esiste ancora ma è come se fosse scomparsa. Tra coloro che hanno notato e sottolineato questa assenza c’è l’ex sindaco di Torino, Diego Novelli, ex Pci, che davanti ai cancelli di Mirafiori si domanda “che cosa sta facendo la famiglia. Comunque vadano le cose - rileva ancora l’ex primo cittadino -  resta il vuoto, c’è una persona sola che decide, che fa, che disfa” e che sembra, più che l’Ad, quasi il proprietario di Fiat. Tutti oggi sanno insomma cosa pensa Marchionne, mentre è stato impossibile, in questi ultimi mesi, strappare a qualche membro della famiglia Agnelli una sola dichiarazione sull’ipotesi che la Fiat possa mollare tutto. Insomma, a Torino e in Fiat, è cambiato tutto, da tempo. La famiglia non regna più. E su un modello, diventato mito per la sinistra, comunque finisca il referendum, è calato da tempo il sipario.

1980, Torino: gli operai scendono in piazza contro i licenziamenti

Commenti

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Il 14 Gennaio 2011 alle 19:37 pv21 ha scritto:

Modernità Marchionnese >

Relegare le relazioni industriali all’esame della gestione ordinaria di breve periodo (volumi, costi, ..).
Sopperire a carenze logistiche, impiantistiche ed organizzative con:
a) incremento di intensità (ritmo, durata, ..) e flessibilità (orario, ripartizione, ..) della prestazione lavorativa;
b) riduzione degli spazi di non governabilità (assenze, scioperi, ..) del fattore umano.
Vincolare la sussistenza dell’unità produttiva all’accettazione del “patto” aziendale.

Questa è la modernità stile Marchionne. “E’ il massimo della democrazia – chiosa Renato Schifani – perché saranno gli operai, in libera coscienza, a valutare il quesito posto”.
Come dire che va sempre bene quello che privilegia la libertà d’impresa.
Anche un referendum improntato a toni da DOSSIER ARROGANZA …
http://www.vogliandare.it/nat/.....sd1.html

Il 14 Gennaio 2011 alle 19:40 pv21 ha scritto:

Referendum salvifico?
Berlusconi “appoggia” Marchionne ed avverte: “Se dovesse vincere il no per gli imprenditori sarebbe difficile trovare buone motivazioni per non andarsene dal paese”.

La Merkel e Sarkozy hanno dato “buone” motivazioni (finanziamenti) alle loro imprese automobilistiche. Obama e Lula hanno trovato motivazioni “buone” proprio per Marchionne. E senza aspettare l’esito di un referendum.

Tremonti, da Ministro dell’Economia, sa solo suggerire la riforma dell’art.41 della Costituzione “per valorizzare i princìpi morali, sociali, liberali della responsabilità dell’imprenditore”.
Intanto la crisi (ex ripresa) continua a gravare sul paese come SE FOSSE STAGNAZIONE …
http://www.vogliandare.it/nat/.....ps1.html

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