Il futuro della Fiat: gli agnellini e il lupo


Il futuro della Fiat: gli agnellini e il lupo

di Sergio Luciano

Primavera del 1999, Alpi svizzere, esterno notte: poco prima delle 6 del mattino, un pullman parte dalla lussuosa sede di rappresentanza e formazione manageriale della Al-Group, multinazionale dell’alluminio nata dalla fusione tra Alusuisse e Lonza. A bordo, una trentina di giovani dirigenti, e tre o quattro psicologi, che nessuno ha mai incontrato prima. Il capo del drappello si chiama Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo. È l’unico che sa dove sta dirigendosi il pullman. In mezz’ora arrivano a circa 40 chilometri da Bel-Bienne, nel bosco, dove la strada imbocca un ponticello a volta acuta, sopra il fiume Solothurn. Poco distante si producono gli Swatch. L’ora di una sfida da brivido sta per scoccare per quei 30 giovanotti: sul ponticello, li attende un’impalcatura per il bungee jumping. Allora capiscono: chi salta giù dal parapetto verso il baratro, verso l’acqua nera, attaccato a un elastico, verrà promosso. Chi non se la sente di saltare il parapetto salta anche la promozione. È un «leadership module», una prova del fuoco per gli aspiranti top manager, coraggio, determinazione, fedeltà: se poi lanciandosi nel vuoto si urla: «I’m a Lonzer», sono uno della Lonza, il successo è garantito.

Chi se l’immaginerebbe John Elkann, da sempre Jaki in famiglia e per gli amici, con le caviglie agganciate all’elastico che dondola e rimbalza sotto un ponte in Svizzera? E chi si immagina un tipaccio come Marchionne prendere ordini da un tipino come Jaki? Nessuno.

In molti, invece, s’immaginano uno scenario che oggi sembra fantafinanza ma non lo è: una Fiat fusa con la Chrysler, fra due o tre anni (come ipotizzato apertamente da Marchionne il 5 febbraio) dove la Exor di casa Agnelli anziché controllare il 30,5 per cento della Fiat ne avrà magari solo il 10 o il 17 per cento; e dove lo stesso Marchionne, con l’appoggio di molti altri soci istituzionali, dal fondo pensioni Chrysler ai grandi private equity americani, sarà l’unico, vero padrone di casa. Con in tasca un bel pacchetto di azioni. Volenti o nolenti gli Agnelli.

Chi però conosce bene il carattere coriaceo che John Elkann cela dietro il sorriso un po’ statico e lo stile laconico che sfoggia in pubblico, in crescente contrasto con la pirotecnica facondia del suo amministratore delegato, è convinto che non sarà così: a meno che il trentaquattrenne presidente della Fiat non sia lui a decidere che diluirsi nel gruppo ex torinese e lasciare campo libero a Marchionne rappresenti il meglio per la sua famiglia.

E ancora: chi conosce i rapporti fra i due giura che anche le ultime, spericolate esternazioni del top manager siano state fatte, se non d’accordo, almeno con l’avallo del suo azionista. Anche quella (poi ritrattata) con cui Marchionne accusava il governo americano di praticargli, alla Chrysler, tassi da usura su quei 5,6 miliardi di dollari dati in prestito? Improbabile: una gaffe è una gaffe. Ma può capitare.

Cosa accadrà, dunque, fra Torino e Detroit, da qui al 2013? «È meglio essere azionisti di una grande Fiat o di una Fiat più grande piuttosto che impedire che questo avvenga» ha dichiarato John Elkann il 30 aprile dell’anno scorso, presiedendo l’assemblea dei soci a Torino. E ha aggiunto: «L’auto non ha bisogno di soci, ma c’è una collaborazione forte con la Chrysler ed è quella cui stiamo lavorando». Tutto il contrario di quello che la famiglia Peugeot ha detto all’attuale capo azienda Philippe Varin, assumendolo: «Cresciamo, ma senza ridurre la nostra proprietà». John considera la fusione tra Fiat e Chrysler consequenziale allo sviluppo dei piani già approvati. Non il trasferimento della sede da Torino all’estero, se non altro perché un sacrosanto articolo del Codice civile italiano (il 2437) annovera appunto un evento del genere tra quelli che danno ai soci di minoranza il diritto di recesso dalla proprietà, e cioè di vendere alla società stessa le loro azioni a un prezzo pari alla media dei sei mesi precedenti di borsa. Emigrazione no, fusione sì.

E quanto peso avranno gli Agnelli in questa maxi Fiat-Chrysler? Quanto ne avrà Marchionne? «La famiglia Agnelli scenderà almeno del 10 per cento nella nuova impresa, che avrà un azionariato più diversificato, con capitali provenienti anche dall’America, in cui Marchionne potrebbe avere la sua quota, diventando lui stesso imprenditore e non più solo manager» ha ipotizzato con sicurezza Giuseppe Berta, docente di storia contemporanea alla Bocconi e autore di due libri chiave sulla storia della Fiat, il secondo dei quali (La Fiat dopo la Fiat. Storia di una crisi. 2004-2005, Mondadori) è quasi una biografia autorizzata dell’avvento dell’era Marchionne.

Ma Berta non è il verbo. Perché neanche lui saprebbe dire quanto pesa il lascito morale che l’Avvocato fece a John: salvare la Fiat, tenere la Fiat. «La risposta è nei fatti: pesa tantissimo» sostiene convinto un superconsulente del gruppo che tifa, invece, per l’idillio a lungo termine tra John e Super Sergio. E rivela: «Il presidente sta per trasferire fisicamente la sede torinese della holding di famiglia, l’Exor, dallo storico palazzo di corso Matteotti in un’ala libera del palazzo del quartier generale al Lingotto. Più chiaro di così: la finanziaria s’insedia nel rosso dell’uovo, altro che far emigrare l’azienda!». Simbologia o risparmio? Probabilmente, entrambe le cose.

E dunque, dov’è la verità? «Non saprei dirlo neanche io» ammette uno dei soci dell’accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapa, uno dei parenti stretti di John, che naturalmente non vuole essere citato. «Da una parte, il nonno è il mito di Jaki. Con le sue passioni, tra cui la Fiat. D’altra parte, John non si sente italiano, e credo sia convinto che nessuna famiglia al mondo può ancora pensare di conservare il controllo matematico di un gruppo automobilistico: aziende che quando vanno male bruciano soldi a palate… Del resto Marchionne è un genio. Quando è morto Umberto, la Fiat era sull’orlo del baratro. Marchionne è arrivato e l’ha salvata. Punto. Se la vuole, che se la prenda».

Forse è questo, come pensa anche Berta, il sogno del top manager: prendersi la Fiat, come prima di lui desiderarono e tentarono Carlo De Benedetti o Giuseppe Morchio. Ma in nessun caso potrebbe farcela con i soldi suoi: oggi la Fiat capitalizza 7,8 miliardi di euro e Marchionne, pur volendoci investire tutti i suoi risparmi, potrebbe comprarne forse l’1 o il 2 per cento. Però, con l’appoggio dei suoi amici dei fondi americani…

Insomma, ogni tempo ha le sue scelte e le sue incognite. Per ora la scelta di Marchionne (sicuramente condivisa da Jaki) è che la Fiat spa salga al più presto al 35 per cento della Chrysler, e la cosa avverrà entro l’anno senza difficoltà, per poi crescere fino al 51 magari attraverso la quotazione a Wall Street, che potrebbe portare in cassa i soldi con cui rimborsare entro il 2014 quei finanziamenti pubblici avuti dallo Stato, condizione contrattuale imprescindibile per acquisire il controllo. Solo a quel punto si potrà iniziare a parlare di fusione e, quindi, di valori di scambio tra le azioni Fiat Automotive e quelle Chrysler. Impossibile prevederne il rapporto di scambio: dipenderà dalla redditività delle due aziende, dalle dimensioni raggiunte. Oggi per esempio la Fiat Automotive vale molto di più della Chrysler, perché grazie al Brasile guadagna; mentre la Chrysler sta guarendo ma perde ancora quattrini. «Comunque, vedrete» aggiunge il solito superconsulente «prima del sì Jaki procurerà che si creino le condizioni necessarie per non sottrarre alla sua Exor la leadership nell’azionariato. Che a questo fine possa bastare, per esempio, anche una quota del 22 per cento è possibile. Ma è tutto da vedere».

Anche perché intanto qualcosa, della quotidiana Marchionneide, inizia a lasciare perplessi azionisti e banche. Venti caffè al giorno, quattro ore di sonno per notte, una sigaretta dopo l’altra, perfino durante i consigli d’amministrazione: è come se il top manager dall’eterno pullover vivesse 3 metri sopra il cielo. Venticinque riporti diretti a Torino, 24 a Detroit, come hanno sottolineato, perplessi, Jeff Bennett e Neal Boudette sul Wall Street Journal, in un ritratto in chiaroscuro del supermanager: a Vittorio Valletta nel 1946 riportava direttamente lo stesso numero di dirigenti. Maniacale attenzione per i dettagli. Egotismo dilagante: «Ho voluto scrivere io questo spot» dichiarò a Torino, in occasione del lancio della nuova Cinquecento. E si è ripetuto presentando il (bellissimo) spot del rapper Eminem per la Chrysler, in occasione della finale di Superbowl: come se di mestiere facesse il pubblicitario. Guasconate a raffica: come la battuta-boomerang sulla «vita terribile» che conduce, sparata contro un funzionario della Fiom che lo criticava per il suo megastipendio, quasi a giustificarsi evocando il numero enorme di ore lavorate…

Un suo amico osserva che il tamponamento del 2007, con cui Marchionne demolì una Ferrari in Svizzera uscendone illeso, gli ha cambiato un po’ il carattere: dopo di allora, molte più esternazioni, più provocazioni, un divorzio, 15 chili in meno.

«Ma no, è l’impegno totalizzante per un progetto ciclopico» addolcisce un osservatore che lo stima, e che interpreta anche il giudizio privato spesso ripetuto da John sul suo top manager. Come dire: qualche bizzarria potrà ben permettersela. Anche perché, mentre il capo azienda è lì il sabato e la domenica a fare interminabili riunioni con i suoi 51 riporti, a riscrivere i copioni degli spot e a modificare le maniglie della Dodge (oltre che a litigare con la Fiom, equivocare con il ministro Maurizio Sacconi, buscarsi un Tapiro gigante da Striscia la notizia e trattare con le banche e con i fondi americani), il silenzioso John Elkann ha modo di starsene nel suo ufficio all’Exor o in giro per il mondo a incontrare chi i soldi li ha davvero: per esempio mister Gao Xiqing, direttore generale del fondo sovrano della Pechino Cic (China international corporation) che si è fermato due ore, nel suo tour europeo, a discutere con Jaki del futuro della Fiat in Cina. «Altro che disimpegno» dicono a casa Agnelli.

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rossi-spalla Viviana Da Busti
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