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- Un commento

Il petrolio in Arabia Saudita (Credits: LaPresse)
L’andamento del prezzo del petrolio viene da sempre considerato un buon indicatore per prevedere future difficoltà economiche. La guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 e l’aumento record del prezzo del petrolio registrato nel 2008 hanno tutti aperto la strada a periodi di grandi difficoltà. Ecco perché alcuni analisti temono che l’ennesimo aumento registrato in questi giorni possa creare nuovi problemi a un mercato internazionale già instabile.
Rispetto alle difficoltà anni ‘70, dovute essenzialmente ad anomalie dell’offerta, quelle più recenti dipendono esclusivamente da un problema di domanda globale, ha confermato un economista autorevole del calibro di Paul Krugman. Dal momento che la quantità di idrocarburi presenti sulla terra è limitata, l’aumento delle importazioni da parte dei paesi in via di sviluppo sta creando scompensi difficili da eliminare.
Ma il problema del 2011, purtroppo, coinvolge sia la domanda che l’offerta. Non solo, l’aumento dei prezzi non riguarda solo il petrolio ma anche i generi alimentari, il cotone e molte materie prime in generale. In effetti, già prima che iniziassero i disordini mediorientali Krugman aveva ricordato che la stessa ripresa economica internazionale avrebbe potuto creare i presupposti per una nuova recessione proprio in virtù dell’eccesso di domanda di beni di consumo e risorse primarie.
Ecco perché, inserite in questo contesto, le conseguenze della chiusura dei rubinetti libici potrebbero diventare molto pericolose, soprattutto per l’Europa. Nonostante Tripoli produca solo il 2% del petrolio mondiale, rifornisce comunque il 10% del mercato europeo. La Libia vende ogni giorno 1,6 milioni di barili di greggio, e l’Arabia Saudita, il maggiore produttore del mondo, ha già promesso di poterla “coprire” nel caso in cui fosse costretta a cancellare addirittura l’intera quota di esportazioni.
Ma il vero problema non è tanto la copertura momentanea delle esportazioni libiche, quando il pericolo da un lato che anche le riserve “di emergenza” dei grandi produttori a forza di oprire shock temporanei si esauriscano. Dall’altro, che l’ondata di proteste contagli altri paesi leader sul mercato dei carburanti come l’Algeria, l’Iran, e forse persino l’Arabia Saudita, dove i blogger stanno cercando di organizzare l’11 marzo una “giornata della rabbia“.
- Venerdì 25 Febbraio 2011
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Commenti
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Il 25 Febbraio 2011 alle 22:42 indigesto ha scritto:
se poi si aggiunge, guardando in casa nostra, che ad ogni aumento del petrolio corrisponde un aumento dei prodotti derivati per l’autotrazione nonchè il corrispondente ingente aumento delle tasse che gravano su di essi (a beneficio indiretto dei soliti noti) c’è davvero di che temere quanto all’aumento generalizzato dei costi e dei prezzi dei prodotti di prima necessità e del loro riflesso sui consumi e su tutto quel che ne segue.
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