Imprenditori globali: Francois-Henri Pinault


Imprenditori globali: Francois-Henri Pinault

Non sembra avere dubbi François-Henri Pinault, 48 anni, presidente e amministratore delegato del colosso francese Ppr, famoso nel mondo come proprietario della Gucci. Il lusso? «Un progetto a cui sto lavorando da anni, un sogno che si realizza». Ci crede al punto da uscire da altri business per concentrare lì i suoi investimenti e fare nuove acquisizioni. «Ho sulla mia scrivania oltre una decina di dossier. Ho visitato di persona solo in Italia cinque o sei aziende. Ma non ho fretta. E non credo nelle scalate ostili: non sono un buon modo di fare affari».

Viso sorridente, sguardo diretto ma non inquisitorio, modi garbati, a François-Henri Pinault il piglio deciso non manca certo. E neppure la voglia di combattere per le sorti dell’impero fondato dal padre François, 77° uomo più ricco al mondo secondo la rivista Forbes. Se mai c’era bisogno di una conferma, questa è arrivata pochi giorni fa.

Per sua decisione la Ppr, la conglomerata di famiglia da 14,6 miliardi di euro di fatturato, si concentrerà solo sui business del lusso e dello sport & lifestyle (dove ha già iniziato a muoversi comprando il 72 per cento della Puma). E Pinault in persona prenderà il comando della divisione più importante, quella del lusso, dove confluiranno la Gucci e gli altri marchi dell’ex gruppo Gucci (Bottega Veneta ,Ysl, Balenciaga, Stella McCartney, Sergio Rossi, Alexander McQueen, Boucheron) guidato finora da Robert Polet, 55 anni, ex Unilever. Un Polet che già dal 1° marzo ha lasciato il gruppo, così come lo lasceranno (saranno vendute) le vecchie partecipazioni della Ppr che non rientrano nella nuova mission: la Fnac (librerie) e la Redcats (vendita su catalogo).

Una rivoluzione che nessuno si aspettava in tempi così rapidi ma che per la verità era iniziata da quando nel 2005 Pinault jr aveva lasciato la finanziaria di famiglia Artemis per prendere le redini della holding di partecipazioni Pinault Printemps Redoute (oggi Ppr), e aveva iniziato a dismettere importanti società (i grandi magazzini Printemps nel 2006, la Ysl Beauté nel 2008, la società di distribuzione in Africa Cfao nel 2009 e nel 2010 la catena di arredamento Conforama). E contemporaneamente aveva iniziato a guardare ad abiti e borse griffate. Una scommessa impegnativa, se si pensa che sono 6,2 i miliardi spesi per rilevare il gruppo Gucci, prima per salvarlo dall’attacco di Bernard Arnault e della sua Lvmh e poi per liquidare gli artefici del successo della griffe fiorentina, Domenico De Sole e Tom Ford. Evidentemente una scommessa ritenuta vinta o vincente: in sette anni di guida Polet ha portato il fatturato del gruppo Gucci da 1,9 a 4 miliardi, con utili triplicati da 272 a 897 milioni.

Ma come pensa di muoversi l’imprenditore francese che ha in mano una delle griffe più prestigiose del made in Italy? E come vede gli scenari futuri? Ecco cosa ha risposto in una intervista esclusiva a Panorama.

Quando De Sole lasciò una Gucci in piena crescita, disse polemicamente che «un giocattolo che funziona non lo si aggiusta». Ma lei lo fece: estromise De Sole e Tom Ford, chiamò Polet e cambiò strategia. Anche adesso i numeri del gruppo Gucci sono positivi e lei cambia di nuovo. Perché?
Ogni cambiamento ha una motivazione. Dom & Tom si erano concentrati sulla Gucci e gli altri marchi, in perdita, non erano stati sufficientemente resi autonomi. Polet ha fatto un ottimo lavoro in chiave strategica e organizzativa e la controprova l’abbiamo avuta con la crisi del 2008: se abbiamo retto bene è stato grazie a un portafoglio di marchi equilibrato e forte. Ma con una Ppr che smetterà di essere una conglomerata attiva in più settori era inevitabile cambiare organizzazione.

Tra il Gucci group e la Puma finora ha investito circa una decina di miliardi nel lusso e dintorni. Quanto è pronto a spendere ancora?
Sto per incassare 2,6 miliardi dalla vendita di Conforama. E la mia liquidità di cassa è destinata ad aumentare con la cessione prevista di Fnac e Redcats.

Quindi investirà almeno un paio di miliardi…
Certo i fondi non mancheranno, ma non ho fretta. Per vedere salire il fatturato e i margini in futuro non ho bisogno di comprare aziende, i marchi che abbiamo hanno grandi possibilità di crescita. E poi non voglio indebolire la società, quindi parte dei proventi delle dismissioni è destinata a ridurre l’indebitamento.

Chi c’è nella sua shopping list? Si sono fatti vari nomi, da Lacoste a Burberry fino a Bulgari, che peraltro si dichiara non in vendita…
Prendiamo la divisione sport & lifestyle: lì cerco aziende che siano complementari alla Puma, che fa scarpe e polo, quindi non comprerei mai la Lacoste, che ha prodotti dello stesso genere. Piuttosto mi interessano imprese che sono presenti nell’abbigliamento tecnico per attività sportive, il cosiddetto outdoor. Per la divisione lusso mi piacerebbe invece rafforzarmi nella gioielleria e nell’orologeria.

Guarda al made in Italy con particolare attenzione?
Mi sono incontrato con cinque o sei imprenditori, ma sul mercato non c’è nulla, in Italia e anche fuori. Non conosco banche di investimento che abbiano il mandato a vendere medie aziende del lusso. E quelle che non sono a controllo familiare sono solo due, Burberry e Tiffany, troppo grandi e costose.

Bernard Arnault, patron della Lvmh, ha puntato su Hermès, di cui ha acquistato il 20 per cento provocando le reazioni preoccupate degli azionisti. Se la chiamassero in aiuto come cavaliere bianco, come accadde ai tempi di De Sole per la Gucci, cosa farebbe?
Non sono in questa guerra e non ho intenzione di entrarci. Arnault è un ottimo imprenditore che costruisce il suo gruppo, Hermès è una magnifica azienda. Io sono fuori dai giochi. E poi preferisco le vie amichevoli.

Lei ha venduto i grandi magazzini Printemps ai Borletti perché i profitti sono bassi, eppure altri imprenditori del lusso ci stanno provando. Maurizio Borletti sta creando una rete europea ed è in corsa per La Rinascente. Il patron della Tod’s Diego Della Valle è entrato nel capitale dell’americana Saks e Arnault ha comprato a Parigi La Samaritaine…
Della Valle ha fatto una splendida operazione finanziaria nel momento giusto e sono sicuro che ci farà dei soldi, ma non penso se li aspetti dal business dei department store. E per La Samaritaine mi risulta ci sia un programma di boutique più che di grandi magazzini con l’aggiunta di un hotel.

Ma è proprio sicuro che il lusso sarà il business dei business?
Credo che ci siano nel mondo milioni e milioni di persone, donne e uomini, che hanno bisogno di sognare e di coccolarsi, e che il numero di quelli che potranno soddisfare questo bisogno, con lo sviluppo dei paesi emergenti, aumenterà in maniera esponenziale. Solo in Cina nel 2010 ci saranno 424 milioni di ricchi.

Prada si quoterà a Hong Kong. Ha in progetto di portare la Gucci in borsa da qualche parte?
No, non prevediamo di quotare le controllate.

Vive di lusso, ma per lei il lusso cos’è?
La libertà di poter fare quello in cui credo. Come adesso.

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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