Terremoto in Giappone: le reazioni della comunità italiana

Ofunato, Giappone due uomini cercano di aprire una cassaforte spazzata via insieme al loro ristorante (AP Photo/Matt Dunham)

Ofunato, Giappone due uomini cercano di aprire una cassaforte spazzata via insieme al loro ristorante (AP Photo/Matt Dunham)

In Giappone il livello di emergenza sociale, economica e ambientale resta altissimo. A Tokyo “la situazione è abbastanza strana perché la città ha una parvenza di normalità con grandi magazzini aperti ed affollati, gente in fila normalmente e uffici aperti, mentre nei supermercati i generi di prima necessità come latte, acqua, pane, riso e uova e anche la carta igienica sono esauriti, come del resto la benzina nei distributori”, racconta Francesco Formiconi, Presidente della Camera di Commercio Italiana in Giappone, ricordando altresì che nella capitale del Sol Levante “di fatto non c’è pericolo ed è vero che le letture danno valori di radioattività di fondo più bassi di quelli di Roma, ma anche che Roma non ha a 250 chilometri di distanza la centrale nucleare di Fukushima…”.

Discutendo sulle urgenze, economiche e non, che il paese si trova ad affrontare oggi, Formiconi sottolinea che “l’emergenza più grande è sicuramente quella umanitaria visto che ci sono almeno 200.000 persone senza tetto e senza possibilità di ritornare a casa in tempi brevi (o addirittura mai, dal momento che al posto di numerosi villaggi ora c’é il mare). Inoltre, va ricordato che l’area colpita dalla catastrofe era una zona già economicamente depressa e abitata principalmente da anziani, quindi con forze proprie di reazione limitate”.

“Dopo l’emergenza umanitaria bisognerà invece affrontare quella energetica, altrettanto grave perché non solo il Giappone non può importare energia elettrica come fanno tante altre nazioni, ma addirittura non può neppure trasferirla dal sud al nord del paese perché nel sud si usa energia a 50Mhz di frequenza mentre da Tokyo in su si usano 60Mhz, e ci sono solo due stazioni in grado di convertire questa frequenza”.

Al Presidente della Camera di Commercio Italiana in Giappone è poi opportuno chiedere come sta reagendo la nostra comunità in loco e quali sono i gruppi industriali che sono stati maggiormente colpiti dalla tragedia. “In generale, come i giapponesi anche gli italiani seguono con attenzione la cronaca, cercando di dare una mano e di mantenere la calma. Anche grazie al supporto di un’Ambasciata che, a differenza di altre rappresentanze, come quella francese e quella tedesca, che diffondendo notizie ufficiose hanno generato il panico nei connazionali, sta facedo un lavoro di informazione e di coordinamente incredibilmente efficiente ed affidabile, di cui tutti noi Italiani andiamo fieri”. 

Il contraccolpo economico per le imprese, invece, potrebbe essere molto più negativo di quanti ci si immagina. “La preseza Italiana è molto forte nei settori di fascia alta, sia nella moda che nell’agro-alimentare, compartimenti che potrebbero ritrovarsi a dover sopportare fino a un azzeramento delle vendite nei mercati del Giappone, da Tokyo fino ad Hokkaido, nel nord. I budget per il 2011 dovranno essere rivisti drasticamente, e anche il 2012 sarà un anno molto problematico. Altri settori, come costruzioni e medicale, potranno invece espandersi e rafforzarsi ulteriormente. Speriamo solo che il deficit agro-alimentare in cui si troverà in Giappone da adesso in poi possa far eliminare molte barriere tariffarie e non tariffarie all’entrata…”.

Relativamente agli interventi di politica economica di cui stanno discutendo il Governo e la Banca Centrale in questi giorni, Formiconi spiega che “in situazioni come questa, con una struttura di tassi di interesse praticamente pari a zero, agire sulla quantità monetaria è l’unica leva in mano alla Banca Centrale. Ci vorrebbe una politica fiscale espansiva, ma probabilmente il Giappone ha un deficit pubblico troppo alto per garantire sufficienti gradi di libertà in questo senso, e l’aiuto dall’estero diventerà fondamentale. Le oscillazioni del cambio dello yen di questi giorni sono solo speculative, quindi è ragionevole prevedere un indebolimento della divisa che, per fortuna, potrebbe dare una mano alle esportazioni. Ma parliamo di tempi forse troppo lunghi per le esigenze immediate delle popolazioni terremotate. Ecco perché, più che gioire di future prospettive di crescita, dobbiamo ora  cercare tutti di dare una mano, non abbandonando il Giappone e i giapponesi a loro stessi. E credo che questo debba essere un impegno morale prima ancora che economico…”.

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