
Ofunato, Giappone due uomini cercano di aprire una cassaforte spazzata via insieme al loro ristorante (AP Photo/Matt Dunham)
Pur non avendo ancora finito di contare il numero delle vittime di terremoto e tsunami e, soprattutto, senza aver definitivamente scongiurato il pericolo di una catastrofe nucleare, in Giappone è comunque arrivato il momento di iniziare a calcolare i costi materiali di questa catastrofe senza precedenti.
La Banca Mondiale ha stimato che al Sol Levante serviranno almeno cinque anni per completare una ricostruzione che ha provocato danni per 235 miliardi di dollari. Il sisma dell’11 marzo ha distrutto case, ponti, autostrade, ospedali, e per risolvere il problema infrastrutture servirà di certo moltissimo tempo. Ma anche l’industria soffre, e le esportazioni, almeno nel breve periodo, potrebbero drasticamente calare.
Le difficoltà del Giappone, inoltre, potrebbero avere effetti devastanti per molti altri paesi. E’ evidente che le ripercussioni (e i vantaggi) di brevissimo periodo riguarderanno principalmente i mercati asiatici. Chi guadagna di più in assoluto da questa situazione è la Corea del Sud: con una struttura produttiva praticamente identica a quella del Sol Levante, sarà certamente il paese a cui inizieranno a rivolgersi tutte le nazioni che non potranno più approvvigionarsi in Giappone.
Diversa è la situazione di Taiwan: i settori di automobili, componentistica e semiconduttori hanno bisogno di importare materie prime dal Giappone per poter mettere sul mercato le proprie produzioni, e le scorte accumulate possono essere sufficienti per un massimo di due mesi. Poi bisognerà trovare un’alternativa. Anche per la Cina la situazione è difficile: da Tokyo proviene il 13% delle sue importazioni, e si tratta in larga maggioranza di semilavorati necessari per ultimare il processo produttivo di un’ampia gamma di oggetti. Inoltre, la Repubblica popolare teme un aumento significativo delle importazioni giapponesi di generi alimentari, cosa che potrebbe impedire a Pechino di tenere sotto controllo i prezzi dei beni agricoli nazionali, già eccessivamente alti.
Per l’Australia la situazione è diversa, perché potrebbe approfittare del blackout energetico per vendere al Giappone carbone termale e gas naturale, ma anche i minerali necessari a produrre l’acciaio per la ricostruzione. Lo stesso vale per l’Indonesia, che aumenterà sicuramente le esportazioni di petrolio, gas naturale e minerali di ferro.
Per Europa e Stati Uniti, infine, la situazione è più complicata: nei paesi in cui il Giappone è fonte di investimenti diretti esteri, è possibile che nel medio periodo alcuni di questi possano essere ritirati o interrotti. Chi esporta beni di consumo non di prima necessità potrebbe essere altrettanto penalizzato, così come chi ha beneficiato negli anni passati degli introiti ricavati dal turismo nipponico.
- Lunedì 21 Marzo 2011
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