Parmalat e Lactis: scudo di Tremonti contro lo shopping francese


Parmalat e Lactis: scudo di Tremonti contro lo shopping francese

di Ugo Bertone

Signori, qui ci vuole una scossa. Forse non basterà a salvare gli yogurt Parmalat dalle mani del re del camembert. E senz’altro arriva troppo tardi per impedire la fuga dei gioielli Bulgari da via Condotti allo scrigno di Bernard Arnault, il patron del lusso che privilegia lo shopping made in Italy, da Bottega Veneta a maison Fendi. Ma il decreto antiscalata di Giulio Tremonti arriva in tempo per salvare la Edison dalla stretta della Edf, partner che, dopo la moratoria di un anno sul nucleare, appare un po’ meno strategico di ieri. E così, subito dopo la conferma dei vertici di Enel ed Eni, si lavorerà alla cordata tricolore che avanzerà un’offerta che, dati i tempi, sarà bene non rifiutare: A2a, Enel ed Eni assieme per l’acquisto del 50 per cento della Transalpina, la holding in cui convivono con crescente disagio i soci italiani e francesi che controllano la Edison. Difficile che questo basti a fare passare il mal di yogurt a Tremonti-Colbert, infuriato con i maestri parigini, ancor oggi inarrivabili quando si tratta di fare convivere i pregi dello statalismo con i vantaggi del libero mercato (altrui, ben s’intende). Ma dalla scossa alla riscossa il passo può essere breve. E così, dopo i siluri fiscali scagliati attraverso l’Agenzia delle entrate contro i Bulgari e i fondi «speculatori» in quel di Collecchio, e prima che si senta il fragore delle spingarde dell’Antitrust contro la Lactalis, arriva la tanto attesa e annunciata offensiva legislativa.

Già, non tutti i mali vengono per nuocere: la sfida di Parigi ha offerto l’occasione per varare finalmente una legislazione blinda-imprese, proprio sul modello francese, che individua i settori strategici (agroalimentare, energia, tlc e difesa), con l’aggiunta decisiva della clausola di reciprocità: in caso di attacco da Parigi, le aziende italiane potranno difendersi con le stesse armi previste dalla legge d’Oltralpe. Infine c’è una novità decisiva: la possibilità di rinviare l’assemblea della Parmalat fino al 30 giugno, annullando l’effetto sorpresa del blitz della Lactalis e consentendo così a Corrado Passera e a Gaetano Micciché, il regista del corporate dell’Intesa Sanpaolo, di allestire una controffensiva italiana attorno all’esercito piemontese dei Ferrero.

Ma andrà proprio così? Stavolta le pressioni su Michele Ferrero, il patriarca della dinastia della Nutella (il marchio da lui brevettato nel 1964), sono davvero tante. Non ultima l’antica amicizia con Silvio Berlusconi, che risale ai giorni della battaglia sulla Sme, quando a smuovere l’industriale di Alba dal suo splendido isolamento fu, racconta Pompeo Locatelli che fu l’artefice di quella cordata, «la paura che Carlo De Benedetti avrebbe proibito la vendita dei Rocher negli Autogrill». Stavolta Michele e i figli Pietro e Giovanni non nutrono timori analoghi. Ma l’occasione di fare un salto di qualità con l’operazione Parmalat è comunque ghiotta. Senza dimenticare i crediti che la Ferrero, assieme alla Granarolo, potrebbe accumulare con un intervento che ha ormai assunto un significato psicologico che va al di là del semplice business.

L’affaire Parmalat, infatti, cade in un momento delicato delle relazioni tra Francia e Italia, esasperata dall’assedio assillante dei gruppi transalpini che, scemato l’interesse per la Spagna in crisi, hanno concentrato le loro attenzioni sul mercato italiano, meno protetto e più appetibile. E così negli ultimi mesi si è assistito a un crescendo: manco il tempo di digerire il no della Consob al tentativo della Groupama di scalare il gruppo Ligresti, aggirando la legge sull’opa, ed ecco il blitz della Lactalis sulla Parmalat.

E che dire della levata di scudi di Vincent Bolloré al consiglio delle Generali? Certo, Bolloré è il salvatore della Pininfarina. Ma questo non gli evita l’invettiva contro lo straniero di Diego Della Valle, che pure è l’uomo di punta dell’alleanza tra le ferrovie d’Oltralpe e la Ntv, società in cui figurano sia l’Intesa Sanpaolo sia le stesse Generali. C’è da chiedersi se basterà un decreto legge a cambiare le regole di uno shopping a senso unico. Forse sì, almeno se, accanto alle misure varate in tutta fretta, lo shock si tradurrà in interventi di maggior respiro, come la creazione, sul modello parigino, di un fondo pubblico di pronto intervento nelle imprese a maggior valore strategico. O, più ancora, se si apprenderà la lezione di sistema che arriva proprio dal caso Parmalat.

Già perché, ben prima del blitz, i francesi hanno messo solide radici e radar sensibili nella food valley emiliana: la banca di casa, Cariparma, ormai è un’emanazione del Crédit agricole, che l’ha acquisita in cambio della quota nella Banca Intesa, ceduta ai tempi delle nozze con il Sanpaolo. Il Crédit agricole, particolare non da poco, è una delle banche che, negli anni Novanta, ha creduto nel genio di Michel Besnier, il patriarca del gruppo normanno che oggi porta il nome di Lactalis, rilevando una quota di minoranza della sua società (allora come oggi non quotata). Ma non è stato il Crédit agricole, che un anno fa ha fatto le prime avance per acquistare la Fiera di Parma, il regista finanziario del blitz della Lactalis su Collecchio. L’operazione di acquisto del 15,3 per cento posseduto dai fondi Mackenzie, Skagen e Zenit è maturata nell’ufficio milanese di Patrizia Micucci, responsabile dell’investment banking per l’Italia della Société Générale. Qui, sotto un grande poster di Rocky Balboa, è stato firmato il colpo del presunto ko alla Parmalat italiana. Giusto in tempo perché Emmanuel Besnier, leader della famiglia Lactalis, potesse ricevere a Parigi la visita di Pietro e Giovanni Ferrero, ignari del blitz, con il 29 per cento di Parmalat in saccoccia.

Uno schiaffo, che assume aspetti esilaranti se si pensa che Micucci, già famosa leader della Lehman Brothers nella Penisola, ha soffiato l’affare al marito Franco Cané dell’Intesa, che aveva a sua volta preso contatto con i rappresentanti dei fondi. O, più ancora, perché a rappresentare in Italia la Lazard, il consulente dei fondi che ha firmato la cessione del 15 per cento di Parmalat, è Carlo Salvatori, presidente della Banca del Monte di Parma, in procinto di passare sotto il controllo proprio dell’Intesa Sanpaolo.

Insomma, complice il «cash» messo a disposizione dalla Lactalis, il sistema Italia ha rischiato di incassare una sonora sconfitta in casa. Oggi, se la Ue non deciderà in senso contrario, può contare sui supplementari grazie al fischio dell’arbitro (casalingo) Tremonti. Entro allora si vedrà se la scossa elettrica del governo avrà prodotto i suoi effetti sul capitalismo di casa nostra. Altrimenti lo shopping dei marchi riprenderà più forte di prima.

Commenti

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Il 28 Marzo 2011 alle 20:25 nickmari1 ha scritto:

Vivo da circa 40 anni fuori dall’Italia e da qualche anno seguo le vicissitudini italiane.
Nonostante oltre alla nazionalitá italiana abbia anche quella tedesca mi rattrista il fatto che l’Italia sia trattata cosi male nell’Europa del nord ed in particolare in Francia, Germania e Ingilterra. Ma non solo. Francia e Germania in particolare vedono l’Italia solo come un buon mercato per i loro prodotti ma snobbano i prodotti italiani, solo perché sono italiani. Quindi non c’é da meravigliarsi per il comportamento che anno queste nazioni verso l’Italia quando si tratta di relazioni industriali.
Il “Polentone” spende molta piú energia a combattere contro il “Terrone” che a difendersi dall’assalto dei Normanni e dei Teutoni. Il Padano ama cosí tanto i suoi fratelli a nord delle alpi che ogni tanto gira con le spalle verso nord e tira giú il pantalone.
Scusate il mio italiano ma dopo 40 anni di assenza dall’Italia ho problemi nel scriverlo.

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