
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti al workshop Ambrosetti a Cernobbio (MATTEO BAZZI / ANSA9
Dici Iri e il primo nome che ti viene in mente è Prodi, ex presidente dell’ente pubblico, ex presidente del consiglio per il centrosinistra nella seconda Repubblica e storico antagonista del Cav. Poi pensi anche all’industria di Stato di una volta, quella pesante: acciaierie, autostrade, energia, telecomunicazioni, mica scarpe e vestiti del made in Italy odierno. E a quando l’Italia era sul serio tra i primi sette paesi più industrializzati.
Insomma, dev’esser stata la nostalgia del passato glorioso delle nostre imprese a far sfuggire al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, domenica a Cernobbio, una frase sibillina: «In questo momento per il sistema Italiano sarebbe meglio avere la grande Iri e la vecchia Mediobanca». Che, dopo la scalata dei francesi di Lactalis a Parmalat e le mire di Edf su Edison, è suonata a molti così: meglio l’industria di Stato degli spezzatini di oggi, nati con le privatizzazioni delle vecchie partecipazioni pubbliche.
Apriti cielo. Perché se la settimana scorsa era tutto un dare addosso ai francesi, questa è la settimana della riscoperta del mercato (libero). A partire dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: «Non ho nostalgia dell’Iri» ha detto spiegando che c’è bisogno di rafforzare il nostro sistema imprenditoriale, ma non con logiche di protezione. Perché l’Iri (negli anni ‘80 contava 1.000 società e 500.000 dipendenti) è anche sinonimo di nomine fatte dai partiti e, purtroppo, di grandi perdite. Così anche Tremonti oggi ha fatto retromarcia: «Io nostalgico dell’Iri? Non scherziamo». Spiegando che il modello di riferimento è la tedesca Kfw ai tempi del Piano Marshall: sostenere la crescita con interventi a sostegno delle imprese italiane. E chissà che non funzioni, anche se il mondo è decisamente cambiato: l’Iri non c’è più, l’industria pesante italiana è ridotta a poca cosa e il vecchio G7 ha raddoppiato. Oggi si chiama G14.
- Lunedì 4 Aprile 2011
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