Lorenzo Pellicioli, il golpista delle Generali


Alta finanza: Lorenzo Pellicioli

di Ugo Bertone

Il brindisi propiziatorio Lorenzo Pellicioli, amministratore delegato della De Agostini, l’ha fatto con un certo anticipo: martedì 29 marzo, circondato da banchieri come Alessandro Profumo e Renato Pagliaro, presidente della Mediobanca, accorsi a N’ombra de vin, enoteca milanese a due passi dal Corriere della sera, a gustare il vernissage dei bianchi provenzali che nascono nel suo domaine di Saint-Remy. Giusto sette giorni dopo Pellicioli, che è anche presidente della Lottomatica, era a Roma per giocare, in coppia con l’amministratore delegato della Mediobanca Alberto Nagel, la partita dell’anno. Una dopo l’altra, fino a notte profonda, i due hanno raccolto le firme necessarie per la defenestrazione dalla poltrona delle Generali di Cesare Geronzi, colto così di sorpresa da ritirarsi il mattino dopo, prima ancora di vedere il poker di Nagel e di Lorenzo da Alzano Lombardo, 60 anni il prossimo luglio.

Un blitz perfetto, degno di un film, o di un videogioco da realizzare negli studi della Zodiak, l’officina dei contenuti per la tv e il cinema che l’ex giornalista guida per conto delle famiglie Boroli e Drago dalla sua residenza di Parigi. Ma, per una volta, Pellicioli ha evitato di tornare nella capitale francese che tanto ama (sebbene abbia messo su casa anche a Milano) con l’aereo del «nemico» Vincent Bolloré. Ci sarà tempo per riallacciare i rapporti con il caro «ennemi» bretone, magari davanti a un cru bianco o rosé spremuto dalle colline che fronteggiano il domaine di Lorenzo e Maria Rosa Pellicioli, a due passi dall’Abbazia di Pierredon, XIII secolo, riportata agli antichi splendori dagli sforzi di quella coppia bergamasca con la vocazione del vigneron.

Già, perché l’uomo che ha contribuito a ribaltare gli equilibri della finanza italiana non si sente un finanziere che, per hobby, fa il vino. Al contrario, con un tocco di civetteria, l’amministratore delegato del gruppo De Agostini parla di sé come di un (ricco) pensionato con la passione del vino che non ha saputo resistere all’appello della famiglia di Novara quando, nel novembre del 2005, Marco Drago lo invitò a prendere in mano l’eredità dell’amministratore delegato Antonio Belloni.

Doveva essere, nei programmi, un’avventura in discesa: un paio d’anni o qualcosa di più prima di tornare a dedicarsi agli hobby preferiti. E a tenere i rapporti con la tribù di figli della coppia, cinque in tutto, sparpagliati per il pianeta. Poi, però, è arrivata la crisi a complicare i piani dell’ex numero uno della Seat, che già pregustava il ritorno nel buen retiro dorato in Provenza, grazie ai quattrini incassati ai tempi della new economy. Quasi all’improvviso, «Lorenzo il Magnifico», che aveva cavalcato con successo la stagione d’oro delle Pagine gialle, sembrava avere perduto il tocco di re Mida: le lotterie Usa della Gtech segnavano il passo; i «deal» sofisticati della Dea Capital, congegnati per sfornare profitti rapidi a getto continuo, pure; la Zodiak Media Group, uno dei produttori indipendenti più forti del mondo di contenuti per la tv e le piattaforme multimediali, assorbiva fior di capitali. Ma, soprattutto, l’investimento nelle Generali, fortemente voluto da Pellicioli, sembrava fatto apposta per minare la pazienza dei Boroli e dei Drago.

Insomma, una gran brutta stagione per il manager che ha adottato, per la De Agostini, la filosofia di un private equity impegnato a fare collezione di partecipazioni, in parte strategiche, in parte da cedere alla prima offerta favorevole.

Strategia ottima, in tempi di mercati ruggenti, una disgrazia all’epoca del credit crunch che ha tagliato le gambe alla finanza più ruspante. Ma almeno la De Agostini non ha mai abusato della leva finanziaria. Ergo, non ha dovuto vendere nei giorni delle vacche magre. E così oggi Lorenzo il prudente, che negli ultimi due anni ha limitato le uscite pubbliche al minimo sindacale (gli obblighi di borsa per le società quotate o poco più), può risollevare la testa e gustare i frutti delle sue vigne nuove di zecca, che danno vino solo da tre anni.

A meritare un brindisi è la marcia in Piazza Affari della Lottomatica, che da gennaio a oggi è passata da 8,945 a 14,2 euro, piuttosto che le lotterie che cadono (ultima la Giamaica) nelle mani della Gtech, consolidando il primato mondiale dei De Agostini nel settore. O, più ancora, le notizie arrivate dalla Turchia lunedì 4 aprile dopo il blitz delle Generali: il private Kenan, controllato dalla Bc partner ma partecipato al 17 per cento dalla Dea Capital, ha cominciato a collocare una quota della Migros locale. Finalmente il mercato si riapre. E, magari, presto Pellicioli riuscirà a piazzare al prezzo voluto pure la Générale de santé, la partecipazione più consistente del portafoglio della Dea.

Il quadro, insomma, è meno scuro. Niente a che vedere con i colori forti che Vincent Van Gogh dipingeva sulle colline di Saint-Remy, ma in qualche maniera si torna a vedere la luce. Salvo la grande ombra delle Generali. Lì, il piatto continua a piangere. E mica poco, visto che i De Agostini hanno in carico la partecipazione, il 2,4 per cento circa, a un valore medio di 24 euro. Il che, ai prezzi attuali, corrisponde a una minusvalenza che sfiora i 500 milioni. Un brutto affare, soprattutto per uno che non è abituato a perdere. Perciò, ripete Pellicioli ai colleghi del consiglio, una volta chiusa la partita della governance, bisogna rimboccarsi le maniche. Senza dimenticare che, a differenza di quel che accade per Allianz o Axa, il valore di borsa delle Generali è superiore a quello dell’«embedded value», cioè del valore del portafoglio vita.

Colpa della congiuntura finanziaria, ma anche di un portafoglio da riposizionare il più in fretta possibile. Perché Pellicioli vuole coronare al più presto il suo sogno: vivere da pensionato ricco, giovane e felice con donna Maria Rosa sotto le volte romaniche della sua abbaye, circondata dai campi di lavanda.

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