

di Stefano Cingolani
Il disgelo può attendere. Susanna Camusso martedì 19 aprile si ritrova a Torino con Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Ma il leader della Cgil sente attorno a sé ghiaccio duro come marmo di Carrara. Una volta al tavolo c’erano la Fiat da un lato, Cgil, Cisl e Uil dall’altro, con le federazioni dei metalmeccanici al seguito. Oggi ci sono Fiat, Cisl, Uil, e loro associati; al capo opposto la Fiom, in mezzo la Cgil.
Sergio Marchionne chiede che venga applicato l’accordo di Pomigliano d’Arco anche ai 1.000 lavoratori della ex Bertone, cassintegrati da sette anni. Ma ci vuole un altro referendum, indetto per il 2 maggio; e questa volta le probabilità che vinca il no sono molto alte. L’amministratore delegato della Fiat pensa di spostare la produzione della Maserati a Mirafiori assumendo gli operai alle condizioni della Newco, la società costituita ad hoc. E qui entra in tackle scivolato la Fiom: i trasferimenti mascherano una violazione dei diritti (articolo 28 della legge 300, condotta antisindacale), quindi si va dal giudice. La Fiat reagisce con stizza minacciando di rimettere in discussione il programma Fabbrica Italia. Punto e a capo.
«Le scelte precedenti pesano e non c’è volontà di voltare pagina; decideranno i lavoratori» è l’amaro commento di Camusso. Sette mesi fa ha preso in mano una Cgil isolata, divisa al suo interno, percorsa da malesseri multipli, indebolita dalla crisi che ha prodotto mezzo milione di disoccupati, consumata dal conflitto con l’organizzazione dei metalmeccanici, sempre più sindacato nel sindacato.
L’ultimo scherzetto Maurizio Landini e i compagni della Fiom lo hanno tirato sabato 16 aprile. L’auditorium di via della Conciliazione a Roma è pieno zeppo di delegati della Cgil che raccontano le loro storie. Sul palco Camusso, in elegante bolero grigio perla e pantaloni antracite, occhiali sul naso, chioma folta biondo-ramata, prende appunti per il discorso che deve lanciare lo sciopero generale del 6 maggio, il primo della sua gestione. Di tanto in tanto, una pausa per qualche intervista televisiva.
E cosa ti improvvisano questi incorreggibili «gauchiste»? Una conferenza stampa per annunciare una pioggia di ricorsi contro la Fiat. Naturalmente al foro di Torino, il cui principe è Raffaele Guariniello, lo stesso dei processi Juventus e ThyssenKrupp. L’indomani, tutti i giornali titolano sulla zampata di Landini. Un vero colpo basso, che spiazza anche il prossimo sciopero.
I vertici della Fiom lo hanno chiesto, sull’onda del braccio di ferro con il Lingotto, «contro i padroni e il governo». Camusso ha preso tempo con l’intento di spostarlo sulla politica economica. Intanto Emma Marcegaglia, dopo un inverno di silenzioso scontento, ha lanciato un grido di dolore sulla solitudine degli industriali. Nel mirino c’è l’esecutivo, e la Cgil lascia sullo sfondo la Confindustria.
Convergenze parallele, con alle spalle il cavallino rampante di Luca di Montezemolo, messo in pista ormai anche dal Fatto quotidiano. Vuote dietrologie replicano all’unisono, eppure Emma e Susanna si stanno incontrando a metà strada. Due figure dal cipiglio guerriero, duellano, si rispettano e alla fine scoprono un traitd’union: entrambe temono la trappola delle loro ali estreme che, guarda caso, s’annidano nella Fiat. Così, le ipotesi sulle nuove relazioni industriali e sulla rappresentanza sindacale, elaborate in Corso d’Italia per uscire dall’impasse, trovano orecchi attenti in Viale dell’Astronomia.
Giuliano Cazzola, già sindacalista cgil, socialista lombardiano, oggi deputato pdl e vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, ricorda che i tre sindacati confederali, da quando è stato raggiunto nel gennaio 2009 l’accordo separato sui contratti, hanno firmato insieme ben 62 intese aziendali o di categoria, senza prevedere deroghe, come vorrebbe il modello cislino. In sostanza, quella riforma così controversa ha tirato la volata a Marchionne il quale, però, non s’accontenta. E anche in Confindustria imprenditori di punta si chiedono se non convenga privilegiare la pace sociale.
Tutti attendono che il segretario della Cgil compia un passo avanti senza poi farne due indietro. La liberazione dall’ipoteca di un sindacato «centro di resistenza» antisistema è l’esame di maturità per Camusso, che conosce bene i suoi polli. Si è fatta le ossa alla Fiom di Bruno Trentin ed è stata cacciata dalla Fiom di Claudio Sabattini. È tornata a Milano dove negli anni 70 ha cominciato la carriera nei corsi delle 150 ore creati per acculturare la classe operaia.
Un percorso parallelo a quello del suo principale avversario interno: Giorgio Cremaschi, bolognese, l’ideologo della Fiom in lotta contro «il regime dei padroni, da Marchionne a Berlusconi», come recita il titolo del suo ultimo pamphlet.
Susanna non è mai stata comunista. Ha sempre avuto la tessera del Psi, tendenza Michele Achilli che in Lombardia rappresentava l’ala più rocciosa. La spinge l’etica valdese assorbita nelle valli del Canavese quando il padre lavorava come manager Olivetti. A metà anni 80 le affidano l’Alfa Romeo che poi passerà alla Fiat. In quel periodo incontra un giornalista, Andrea Leone, il padre di sua figlia, oggi ventenne universitaria. Anche per questo piace ai media e li capisce. O sarà il suo modo di porsi, il sorriso raro e schivo, nel volto senza trucco che ha colpito Giuliano Ferrara.
Perché Susanna piace, su questo non c’è dubbio. Dentro la Cgil e, forse ancor più, fuori. Molti sostengono che, viste le difficoltà interne, stia cercando di guidare il sindacato dall’esterno. Così faceva già l’ex segretario Luciano Lama, soprattutto quando voleva imprimere strappi come la svolta dell’Eur. Nulla del genere è all’orizzonte, eppure è arrivato il fuoco amico dal Fatto quotidiano. Critico sulla sua reazione di chiusura alle proteste di alcuni precari ed esponenti dei centri sociali durante la presentazione di un libro il 22 marzo scorso.
Fine della luna di miele a sinistra? Non ancora. Tutti ricordano Camusso alla manifestazione delle donne «Se non ora quando». Il suo femminismo non è fanatico, ma a prova di bomba. Sensibile ai temi civili, come anche ai diritti e alle istanze degli omosessuali. Non perde occasione di colpire duro il governo Berlusconi e sostenere i magistrati di Milano. Non si risparmia appuntamenti pubblici i più diversi, dal Festival del giornalismo il 13 aprile a tavole rotonde o interviste ai magazine femminili. Lei piace e la popolarità cresce.
C’è chi, alla ricerca di un «papa straniero» per l’opposizione, comincia a metterla sotto osservazione. Certo, «la papessa Susanna» sarebbe in grado di sparigliare. Ha un aplomb da socialdemocratica nordeuropea, la parlantina semplice e severa, senza togliattismi né kennedismi.
Il capo del sindacato non è mai diventato un capo politico. Con Sergio Cofferati l’operazione non è riuscita. Prima ancora, nemmeno con Lama. Ma la macchina dei sogni è all’opera e non si ferma mai.
- Martedì 26 Aprile 2011
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