
Un'immagine del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, icona moderna del lavoro dell'uomo (ANSA)
C’era una volta il Quarto Stato. Perché ormai siamo arrivati al Quinto, ossia la classe dei lavoratori della conoscenza (knowledge workers). Vero motore delle aziende occidentali, i soggetti di questa categoria, a cui è dedicato il ilbro di Angelo Pasquarella (Quinto Stato, Guerini e Associati, 249 pagine), non sono più definibili come lavoratori, ma piuttosto come operatori in grado di manipolare sofisticate conoscenze e produrne di nuove - possono rientrarvi i dipendenti del terziario avanzato, i liberi professionisti, i creativi e il sempre più affollato mondo delle partite Iva (comprese le “false”, ossia quelli che collaborano con una sola impresa ricevendo un compenso mensile di poco superiore a 1.000 euro).
Il succo del libro può essere così riassunto: nell’era post industriale (quella che sta vivendo l’Europa) l’economia non si regge più sul lavoro manuale, ma sul valore aggiunto che si somma ad esso. Un plusvalore, appunto, che negli anni ha portato alla formazione di una nuova classe di lavoratori. Esempio di Pasquarella:
«Se costruisco lavatrici, il marchio del mio prodotto è riconoscibile oltre che per le sue funzionalità peculiari, anche e soprattutto per la sua estetica, il valore del marchio, la pubblicità adottata, il tipo di distribuzione scelta. Al costo di produzione materiale della lavatrice, quindi, si aggiunge quello di un lavoro d’intelligenza che alimenta il mio profitto».
Gli effetti di questa rivoluzione si vedono nell’economia reale: nella top 500 di Fortune di dieci anni fa, le prime cento imprese realizzavano prodotti fisici; oggi solo 32, perché le altre 68 commerciano soprattutto idee: assicurazioni, banche, grande distribuzione, computer, intrattenimento, servizi. Non solo. Cambiano le aziende, il modo di produrre e mutano anche i rapporti di lavoro. Un passaggio del libro, che riprende le tesi del sociologo Domenico De Masi, è significativo:
«Ci stiamo avviando verso un mondo di sovra occupati, per i quali il tempo per lavorare non basta mai, laddove vi siano competenze spendibili, e disoccupati o sottooccupati cronici quando le competenze possedute siano scarse o troppo fungibili».
Oggi, infatti, il successo di un’impresa dipende sempre più dalla qualità e, quindi, «dalle competenze dei singoli piuttosto che dall’assetto organizzativo». Di conseguenza la capacità di reggere la concorrenza diminuirà con l’invecchiamento delle competenze. Ovvio che in questo contesto non ha più senso parlare di «posti precari», ma di competenze precarie. Con buona pace dei sindacati.
- Giovedì 28 Aprile 2011
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